Animali
Verme di Pompei: l'animale che vive sui camini vulcanici degli abissi
Alvinella pompejana sopravvive a temperature e pressioni che ucciderebbero quasi qualsiasi altra creatura.

A migliaia di metri sotto la superficie del Pacifico, dove la luce del Sole non arriva mai, ci sono camini di roccia che eruttano acqua nera a temperature altissime, ricca di zolfo e metalli pesanti. È un inferno chimico in cui nessun animale dovrebbe poter vivere. Eppure, aggrappato alle pareti di quei camini, prospera uno degli organismi più straordinari del pianeta: il verme di Pompei (Alvinella pompejana), considerato a lungo l'animale complesso più resistente al calore mai scoperto.
La vita sui "fumatori neri"
Le sorgenti idrotermali, scoperte alla fine degli anni Settanta lungo le dorsali oceaniche, sono spaccature dove l'acqua marina, infiltratasi nella crosta, viene surriscaldata dal magma e risale carica di minerali. A contatto con l'acqua fredda dell'oceano, i minerali precipitano formando alte ciminiere chiamate black smoker, i "fumatori neri". Qui non esiste fotosintesi: alla base della catena alimentare ci sono batteri capaci di trarre energia dai composti chimici, soprattutto solfuri, in un processo chiamato chemiosintesi.
Il verme di Pompei, un anellide policheta descritto per la prima volta da ricercatori francesi nel 1980, costruisce tubi protettivi proprio sulle pareti di questi camini, lungo la dorsale del Pacifico orientale, a circa 2.500 metri di profondità. Il suo nome evoca tanto l'ambiente vulcanico quanto il soffice rivestimento grigiastro che ne ricopre il dorso, simile alla cenere che seppellì l'antica città romana.

Un corpo immerso in un gradiente estremo
Ciò che rende celebre questo animale è la temperatura a cui vive. Uno studio pubblicato su Nature nel 1998 dal gruppo di Craig Cary misurò, direttamente nell'ambiente, valori sbalorditivi: la parte posteriore del verme, infilata nel tubo vicino al camino, era esposta ad acqua a circa 80 °C, mentre la testa, sporgente verso l'esterno per respirare, restava in acqua attorno ai 22 °C. Significa che lungo il corpo dell'animale, lungo pochi centimetri, esisterebbe un dislivello termico di quasi sessanta gradi: un record nel mondo animale.
Questo dato ha però acceso un dibattito scientifico salutare. Esperimenti successivi condotti in laboratorio a pressioni realistiche, come quelli pubblicati su PLoS ONE nel 2013 dal gruppo di Juliette Ravaux, hanno suggerito che la soglia di tolleranza sostenibile nel tempo sia più vicina ai 50-55 °C, con la possibilità di sopportare picchi più alti solo per brevi momenti. La verità, come spesso accade in biologia, è probabilmente sfumata: il verme di Pompei resiste comunque a temperature che cuocerebbero la maggior parte degli organismi, vivendo costantemente al limite del sopportabile.
Il vello di batteri sulla schiena
Come riesce in questa impresa? Una parte del segreto sta in una pelliccia vivente. Il dorso del verme è ricoperto da una densa colonia di batteri filamentosi, una sorta di vello in simbiosi con l'animale. Gli scienziati hanno avanzato diverse ipotesi sul loro ruolo: potrebbero fornire un isolamento termico, contribuire a detossificare l'ambiente carico di zolfo e metalli, o addirittura rappresentare una fonte di nutrimento. In cambio, i batteri ottengono un substrato stabile e l'accesso ai composti chimici che li alimentano.
Le proteine stesse del verme sono adattate al calore. I ricercatori studiano il suo collagene insolitamente stabile alle alte temperature e i suoi pigmenti respiratori, nella speranza di capire come le molecole biologiche possano funzionare in condizioni che normalmente le distruggerebbero. Sono ricerche con potenziali ricadute biotecnologiche, dall'industria farmaceutica ai materiali resistenti al calore.
Perché conta studiare un verme abissale
Il verme di Pompei è molto più di una curiosità da record. Vive in un ecosistema che non dipende affatto dalla luce solare, ma dall'energia chimica della Terra: esattamente il tipo di ambiente in cui alcuni scienziati immaginano possa essere nata la vita, e in cui potrebbe forse esistere su altri mondi, come gli oceani sepolti sotto i ghiacci di Europa o Encelado. Capire come un animale complesso riesca a prosperare in condizioni così proibitive allarga i confini di ciò che riteniamo possibile per la vita, qui e altrove nell'universo.
Come si studia un animale quasi impossibile da osservare
Studiare un organismo che vive a migliaia di metri di profondità, attaccato a camini bollenti, è una sfida formidabile. Il verme di Pompei non può essere semplicemente raccolto e portato in superficie: la decompressione e lo sbalzo termico durante la risalita lo ucciderebbero quasi istantaneamente. Per questo i ricercatori si affidano a sommergibili e veicoli comandati a distanza (ROV), capaci di scendere negli abissi, manipolare strumenti e misurare le condizioni direttamente sul posto, accanto agli animali.
Quando è necessario portare in laboratorio esemplari vivi, si usano acquari speciali in grado di mantenere l'altissima pressione delle profondità oceaniche. È proprio grazie a questi sistemi che gli scienziati hanno potuto condurre esperimenti controllati sulla tolleranza al calore, ridimensionando alcune stime e affinando la comprensione dei limiti reali della specie. In parallelo, il sequenziamento del genoma e lo studio delle proteine aiutano a capire quali adattamenti molecolari permettano la vita in condizioni così estreme.
Questa ricerca ha ricadute che vanno ben oltre la biologia marina. Gli ecosistemi delle sorgenti idrotermali sono tra i candidati più seri come modello degli ambienti in cui la vita potrebbe essere comparsa sulla Terra primordiale, e in cui potrebbe forse esistere sui mondi ghiacciati del Sistema Solare. Inoltre, le molecole resistenti al calore prodotte da organismi come il verme di Pompei interessano la biotecnologia, sempre alla ricerca di enzimi e materiali capaci di funzionare in condizioni proibitive. Un piccolo verme abissale, insomma, può insegnarci moltissimo sui confini della vita.
Fonti e approfondimenti
Le misure di temperatura in situ sono riportate nello studio di Cary et al. su Nature (1998); le sperimentazioni sui limiti di tolleranza termica sono pubblicate su PLoS ONE (2013). Una panoramica sulla specie è disponibile nella voce enciclopedica Alvinella pompejana.
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