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Il punto cieco dell'occhio: il buco che il cervello cancella per noi

In ogni retina c'è una zona priva di fotorecettori dove non vediamo nulla. Eppure non percepiamo alcun vuoto: il cervello riempie il foro inventando ciò che dovrebbe esserci.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Macro di un occhio umano azzurro con dettaglio dell'iride
Macro di un occhio umano azzurro con dettaglio dell'iride

Proprio in questo momento, davanti a ciascuno dei vostri occhi, c'è una macchia in cui non vedete assolutamente nulla. Non un'ombra, non una sfocatura: il nulla. È il punto cieco, una caratteristica anatomica che tutti possediamo e di cui quasi nessuno si accorge. La storia di come il cervello ci nasconde questo vuoto è una delle dimostrazioni più affascinanti di quanto la vista sia un'invenzione attiva, non una semplice fotografia.

Dove finisce la retina

La retina, il "sensore" in fondo all'occhio, è tappezzata di milioni di fotorecettori — coni e bastoncelli — che catturano la luce. Ma esiste un punto in cui tutti i loro segnali si raccolgono in un fascio, il nervo ottico, che esce dall'occhio per raggiungere il cervello. In quel punto, chiamato disco ottico o papilla, non c'è spazio per i fotorecettori: è una zona completamente insensibile alla luce, larga circa un millimetro e mezzo.

Il fenomeno fu descritto già nel Seicento dal fisico francese Edme Mariotte, che si divertiva a "far sparire" il volto delle persone alla corte del re sfruttando proprio questa lacuna. La voce enciclopedica The Blind Spot su Scholarpedia ne ricostruisce anatomia e storia.

Primo piano di un occhio umano
Il punto cieco corrisponde all'uscita del nervo ottico dalla retina. Foto: TobiasD / Pixabay.

Un esperimento da fare subito

Volete trovare il vostro punto cieco? Disegnate su un foglio una piccola X a sinistra e, una decina di centimetri più a destra, un pallino. Chiudete l'occhio sinistro, fissate la X con l'occhio destro e avvicinate lentamente il foglio al viso. A una certa distanza il pallino scompare di colpo: la sua immagine è caduta esattamente sul disco ottico. Continuando ad avvicinarvi, ricompare. Avete appena toccato con mano un buco nel vostro campo visivo che esiste in ogni istante della vostra vita.

Perché non vediamo un buco nero

La domanda interessante non è perché esista il punto cieco, ma perché non lo notiamo mai nella vita di tutti i giorni. La prima ragione è semplice: con due occhi, ciò che cade nel punto cieco di uno viene visto dall'altro, perché i due dischi ottici sono in posizioni diverse. C'è poi il fatto che i nostri occhi non stanno mai del tutto fermi: compiono continui micro-movimenti che "spazzolano" la scena, fornendo al cervello le informazioni mancanti.

Ma il punto cieco resta invisibile anche chiudendo un occhio e tenendo lo sguardo immobile. Qui entra in gioco il cervello, che invece di lasciare un foro "riempie" attivamente la zona mancante con ciò che la circonda: se il punto cieco cade su un muro giallo, lo vedrete giallo; se cade su una griglia, vedrete la griglia continuare senza interruzioni. Questo processo si chiama filling-in, riempimento percettivo.

Un riempimento attivo, non una semplice ignoranza

Si potrebbe pensare che il cervello si limiti a "ignorare" l'assenza di informazione. Ma un celebre esperimento di Vilayanur Ramachandran e Richard Gregory, pubblicato nel 1991 su Nature, ha dimostrato che il riempimento è un processo attivo. I due ricercatori crearono uno "scotoma artificiale" mostrando un quadrato grigio su uno sfondo di puntini tremolanti: dopo qualche secondo di fissazione, il quadrato spariva e veniva sostituito dal tremolio circostante. Il cervello, cioè, costruiva attivamente una rappresentazione della zona mancante, e poteva farlo separatamente per colore e per texture.

Studi successivi raccolti su ScienceDirect hanno misurato con precisione i bordi del punto cieco, confermando quanto sia variabile da persona a persona.

Il cervello come narratore della realtà

Il punto cieco è solo uno dei tanti modi in cui il nostro sistema visivo "barare" per consegnarci un'immagine continua e coerente del mondo. La parte centrale e nitida della vista, la fovea, copre in realtà un'area minuscola: tutto il resto del campo visivo è molto meno definito di quanto crediamo, eppure abbiamo la sensazione di vedere ovunque con precisione. Anche questa è un'illusione costruita dal cervello, che sposta continuamente lo sguardo e "cuce" insieme i frammenti nitidi.

Lo stesso vale per la stabilità dell'immagine quando muoviamo gli occhi, o per la sparziale soppressione delle informazioni durante i rapidi scatti dello sguardo chiamati saccadi. In tutti questi casi, il cervello non ci mostra i dati grezzi che arrivano dalla retina, ma una ricostruzione elaborata, plausibile e utile. Il punto cieco è solo l'esempio più clamoroso, perché lì il dato non è impreciso: è completamente assente, eppure non ce ne accorgiamo. Studiarlo significa guardare in faccia il modo in cui la mente trasforma segnali frammentari nell'esperienza fluida che chiamiamo "vedere".

Quando il punto cieco diventa importante

Al di là della curiosità, il punto cieco ha una rilevanza clinica. Il disco ottico è il punto in cui l'oculista valuta la salute del nervo: in malattie come il glaucoma, il punto cieco tende ad allargarsi, e misurarne i confini aiuta nella diagnosi. Lo stesso fenomeno del filling-in spiega anche perché molte persone con danni alla retina o alla corteccia visiva non percepiscono "buchi" nel loro campo visivo, anche quando questi esistono: il cervello li nasconde così bene da rendere il problema difficile da notare.

La lezione di fondo è spiazzante: ciò che chiamiamo "vedere" è in buona parte un modello del mondo costruito dal cervello, non una ripresa fedele. Il punto cieco è la prova, sotto i nostri occhi, che la realtà che percepiamo è anche, sempre, un po' inventata.

La prossima volta che farete il piccolo esperimento della X e del pallino, fermatevi a riflettere su quanto è accaduto: per un istante avete reso visibile un'assenza che vi accompagna da sempre. È un'esperienza quasi filosofica, oltre che scientifica, e ci ricorda di prendere con un pizzico di prudenza la certezza assoluta dei nostri sensi. Vedere, in fondo, è credere — ma il cervello è un narratore tanto bravo da farci credere anche ciò che, nel punto cieco, semplicemente non c'è.

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