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Perché il peperoncino "brucia": il recettore che vale un Nobel

La capsaicina non scalda davvero la lingua: inganna un sensore del calore chiamato TRPV1. La sua scoperta ha aperto la strada al Nobel per la Medicina 2021.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Mucchio di peperoncini rossi freschi
Mucchio di peperoncini rossi freschi

Mordete un peperoncino piccante e il cervello è convinto che la bocca stia bruciando: sudate, lacrimate, cercate disperatamente dell'acqua. Eppure non c'è alcuna fiamma, nessun calore reale. È uno degli inganni più riusciti della biologia, e capire come funziona è valso il premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina 2021.

L'inganno della capsaicina

La molecola responsabile si chiama capsaicina, il principio attivo che rende piccanti i peperoncini. La capsaicina non danneggia i tessuti e non li riscalda: si limita a ingannare un sensore. Nelle terminazioni dei nostri neuroni sensoriali esiste infatti un recettore che ha il compito di avvisarci quando la temperatura sale a livelli pericolosi, indicativamente sopra i 43 °C. Quel recettore si chiama TRPV1.

La capsaicina ha la forma giusta per agganciarsi a TRPV1 e aprirlo, esattamente come farebbe il calore reale. Il neurone invia al cervello lo stesso segnale d'allarme che manderebbe se vi steste scottando: ecco perché percepiamo "bruciore" senza alcuna ustione. È lo stesso motivo per cui un cibo molto piccante può farci sudare e arrossare: il corpo reagisce come se dovesse disperdere calore.

Illustrazione di un neurone con dendriti
I recettori TRPV1 si trovano sulle terminazioni dei neuroni sensoriali. Illustrazione: IMGMIDI / Pixabay.

La scoperta di David Julius

Negli anni Novanta il fisiologo David Julius, dell'Università della California a San Francisco, si chiese quale fosse il gene responsabile della sensazione di bruciore provocata dal peperoncino. Il suo gruppo passò al setaccio una vastissima libreria di geni dei neuroni sensoriali finché individuò quello che, una volta inserito in cellule normalmente insensibili, le rendeva reattive alla capsaicina.

Era nato TRPV1. Il lavoro fu pubblicato nel 1997 su Nature con il titolo "The capsaicin receptor: a heat-activated ion channel in the pain pathway". La scoperta cruciale fu che lo stesso canale rispondeva sia alla capsaicina sia al calore nocivo: TRPV1 era, letteralmente, un termometro molecolare del dolore.

Dal peperoncino al Nobel

Quella ricerca aprì un intero campo. Il comunicato ufficiale del Karolinska Institutet ha assegnato il Nobel 2021 a David Julius e ad Ardem Patapoutian "per le loro scoperte sui recettori per la temperatura e il tatto". Mentre Julius svelava i sensori del calore, Patapoutian identificava i canali Piezo, responsabili della percezione della pressione e del tatto.

Insieme, queste scoperte hanno spiegato uno dei misteri fondamentali della fisiologia: come l'impulso nervoso traduca caldo, freddo e contatto in segnali che il cervello sa interpretare. Per usare le parole del comitato, hanno chiarito "uno degli enigmi dei sensi".

La scala Scoville e i "parenti" di TRPV1

Quanto sia "caldo" un peperoncino si misura con la scala Scoville, ideata dal farmacista Wilbur Scoville nel 1912: un peperone dolce vale zero, il jalapeño qualche migliaio di unità, l'habanero centinaia di migliaia, mentre varietà estreme come il Carolina Reaper superano il milione e mezzo. Tutto questo "fuoco" non è altro che capsaicina in concentrazioni crescenti, e tutto agisce sullo stesso TRPV1.

Il recettore ha inoltre dei cugini che spiegano altre sensazioni: TRPM8 è attivato dal mentolo e ci dà la sensazione di fresco della menta, mentre TRPA1 risponde alle molecole pungenti di wasabi e senape. Curiosità evolutiva: gli uccelli hanno una versione di TRPV1 poco sensibile alla capsaicina, e per questo possono mangiare i peperoncini senza alcun fastidio — un "patto" che conviene alla pianta, perché gli uccelli ne disperdono i semi senza danneggiarli. Ed è anche il motivo per cui, contro il bruciore, l'acqua è inutile: la capsaicina è liposolubile, e funziona molto meglio un sorso di latte, ricco di grassi e caseina.

Perché agli uomini piace il "dolore" del piccante

Resta un paradosso affascinante: se la capsaicina segnala dolore, perché miliardi di persone amano i cibi piccanti? La spiegazione più accreditata è quella del "masochismo benigno", il piacere di provare una sensazione minacciosa pur sapendo di essere al sicuro, come accade sulle montagne russe o davanti a un film horror. Il corpo, percependo il falso allarme del bruciore, rilascia endorfine e dopamina, sostanze legate al benessere: ecco perché un piatto molto piccante può regalare una piccola euforia, una sorta di "sballo del peperoncino".

A questo si aggiunge la dimensione culturale: in molte cucine del mondo il piccante è sinonimo di sapore, convivialità e identità. La tolleranza al peperoncino, inoltre, si allena: l'esposizione ripetuta desensibilizza in parte i recettori TRPV1, ed ecco perché chi mangia spesso cibi piccanti riesce a reggere dosi che farebbero lacrimare un principiante. Un meccanismo nato per proteggerci dal calore è diventato, per la nostra specie, una fonte di piacere gastronomico.

Non solo curiosità: una speranza contro il dolore

Capire TRPV1 ha ricadute mediche concrete. Esistono già terapie che sfruttano questo recettore: cerotti ad alta concentrazione di capsaicina, usati contro il dolore neuropatico, agiscono "esaurendo" i neuroni che esprimono TRPV1, ottenendo un sollievo prolungato. Studi raccolti su PubMed Central esplorano molecole capaci di modulare il canale per trattare il dolore cronico senza ricorrere agli oppioidi. La prossima volta che un piatto piccante vi farà sudare, ricordate: state attivando, in diretta, uno dei meccanismi più premiati della scienza moderna.

Il peperoncino, originario delle Americhe, ha conquistato il mondo dopo i viaggi di Colombo, diventando ingrediente irrinunciabile di cucine lontanissime tra loro, dall'India alla Corea al Messico. Oggi la ricerca sul TRPV1 va ben oltre la tavola: si studiano molecole capaci di "spegnere" il dolore cronico, terapie contro il prurito intenso e perfino possibili applicazioni metaboliche. Tutto questo nasce da una domanda all'apparenza ingenua — perché il peperoncino brucia? — e dimostra come la curiosità di base, quella che spinge a chiedersi il perché delle cose, sia spesso la radice nascosta delle scoperte mediche più importanti.

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