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Rongorongo: la scrittura dell'Isola di Pasqua che nessuno sa leggere

Su poche decine di tavolette di legno sopravvive un sistema di segni mai decifrato. Nuove datazioni suggeriscono che potrebbe essere un'invenzione tutta polinesiana.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Tavoletta di legno con i glifi incisi della scrittura rongorongo dell'Isola di Pasqua
Tavoletta di legno con i glifi incisi della scrittura rongorongo dell'Isola di Pasqua

Nel cuore del Pacifico, sull'isola abitata più isolata del mondo, sopravvive uno dei più ostinati enigmi dell'archeologia: il rongorongo, un sistema di segni inciso su legno dagli antichi abitanti di Rapa Nui, l'Isola di Pasqua. Ci sono migliaia di glifi minuscoli — figure umane, uccelli, pesci, forme geometriche — allineati in righe ordinate. Eppure, a oltre 150 anni dalla loro scoperta, nessuno è ancora riuscito a leggerli.

Un tesoro ridotto a poche tavolette

Del rongorongo restano meno di trenta oggetti autentici, sparsi nei musei di tutto il mondo, da Roma a San Pietroburgo, da Vienna a Santiago. Furono notati per la prima volta negli anni Sessanta dell'Ottocento dal vescovo cattolico Florentin-Étienne Jaussen, proprio mentre la società di Rapa Nui veniva devastata dalle razzie schiaviste peruviane e dalle epidemie. In pochi anni morirono quasi tutti coloro che, forse, sapevano ancora interpretare i segni: la chiave di lettura si spense con loro.

Molte tavolette andarono distrutte: furono bruciate come legna da ardere, usate come rocchetti per le lenze o eliminate dai missionari come oggetti pagani. I glifi superstiti sono disposti in bustrofedico inverso: si legge una riga da sinistra a destra, poi si gira la tavoletta di 180 gradi per leggere la successiva. È un dettaglio che testimonia un sistema sofisticato, non un semplice insieme di disegni decorativi.

Statue moai sull'Isola di Pasqua sotto un cielo azzurro
I celebri moai di Rapa Nui: la stessa cultura che li scolpì incise le tavolette rongorongo. Foto: Miguel Cuenca / Pexels.

Scrittura, proto-scrittura o altro?

La domanda di fondo è ancora aperta: il rongorongo è una vera scrittura, capace di registrare il linguaggio parlato, oppure un sistema mnemonico che aiutava i sacerdoti a recitare genealogie e canti rituali? Gli studiosi hanno identificato circa 120 segni elementari che, combinati, arrivano a diverse centinaia di glifi composti. La voce enciclopedica sul rongorongo raccoglie decenni di tentativi falliti di decifrazione, dalle proposte ottocentesche fino alle analisi statistiche computerizzate dei nostri giorni.

Il tedesco Thomas Barthel compilò nel 1958 il primo catalogo sistematico dei segni; negli anni Novanta lo studioso Steven Roger Fischer propose di leggere alcune sequenze come formule di "procreazione", mentre il linguista Jacques Guy difese l'idea che la tavoletta "Mamari" contenesse un calendario lunare. Nessuna di queste letture, però, ha convinto del tutto la comunità scientifica. L'unico punto fermo è quanto poco sappiamo.

La svolta del 2024: più antico di quanto si pensasse

Una recente ricerca ha riacceso il dibattito sulle origini. Nel febbraio 2024, un gruppo guidato da Silvia Ferrara dell'Università di Bologna ha pubblicato sulla rivista Scientific Reports nuove datazioni al radiocarbonio di quattro tavolette conservate a Roma. Una di esse è stata datata a un legno tagliato tra il 1493 e il 1509, oltre due secoli prima del primo contatto europeo con Rapa Nui, avvenuto nel 1722.

Se i glifi furono incisi su quel legno in epoca precoloniale, il rongorongo potrebbe essere una delle pochissime invenzioni indipendenti della scrittura nella storia dell'umanità, nata senza alcun contatto con altri sistemi. Come riporta anche Atlas Obscura, gli stessi autori invitano alla prudenza: non si può escludere che i segni siano stati incisi più tardi su legno "vecchio", recuperato da un albero abbattuto secoli prima.

L'isola che custodisce molti enigmi

Il rongorongo non è l'unico mistero di Rapa Nui, ed è difficile separarlo dal destino dell'isola che lo ha prodotto. La stessa civiltà che incise le tavolette eresse i celebri moai, le statue monumentali trasportate per chilometri con tecniche ancora dibattute, e sviluppò un sistema sociale complesso su un fazzoletto di terra vulcanica a migliaia di chilometri da qualsiasi altra costa abitata. Comprendere il rongorongo significherebbe anche ascoltare direttamente la voce di chi costruì tutto questo, invece di affidarsi solo alle testimonianze raccolte dagli europei dopo il collasso demografico.

Per questo gli studiosi trattano le poche tavolette superstiti con la cura riservata alle reliquie più fragili: ogni glifo potrebbe contenere un nome, una data, un canto. La digitalizzazione ad alta risoluzione e le analisi non distruttive permettono oggi di studiarle senza rischiare di danneggiarle, nella speranza di cogliere regolarità sfuggite all'occhio umano. Finché quel codice resterà muto, Rapa Nui continuerà a ricordarci quanto possa essere fragile la memoria di un popolo, e quanto valga la pena di proteggerla.

Un mistero ancora vivo

Decifrare il rongorongo è oggi un problema affascinante anche per la linguistica computazionale, che applica algoritmi capaci di scovare schemi ricorrenti. Ma il vero ostacolo resta la scarsità di materiale: un corpus così piccolo — poche migliaia di segni in tutto — non offre abbastanza ripetizioni per applicare con sicurezza i metodi che funzionarono per i geroglifici egizi o per la Lineare B di Creta. È lo stesso problema che blocca altri sistemi muti, come la scrittura dell'Indo o la Lineare A minoica.

Finché non emergeranno nuove tavolette — o una "stele di Rosetta" bilingue che metta il rongorongo accanto a una lingua nota — i segni di Rapa Nui continueranno a fissarci in silenzio, custodi di una voce che si è perduta insieme a chi sapeva ascoltarla.

In un'epoca in cui gli algoritmi decifrano genomi e traducono lingue in tempo reale, il rongorongo resta un promemoria di umiltà: alcune porte del passato si aprono solo con una chiave che forse abbiamo smarrito per sempre. Eppure proprio questa resistenza alimenta il fascino di Rapa Nui e spinge nuove generazioni di ricercatori a tornare sulle sue tavolette. Ogni tanto basta una scoperta — una datazione inattesa, un frammento ritrovato in un magazzino museale — a riaccendere la speranza. Decifrare quei segni significherebbe restituire la parola a un popolo che, su un'isola minuscola in mezzo all'oceano, aveva forse inventato la scrittura da solo, senza copiarla da nessuno.

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