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Psicologia

Effetto verità illusoria: perché a forza di ripetere, una bugia sembra vera

Più sentiamo un'affermazione, più ci sembra credibile, anche quando sappiamo che è falsa. Un esperimento del 1977 lo dimostrò, e oggi spiega molto delle fake news.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Pila di giornali piegati su un tavolo di legno
Pila di giornali piegati su un tavolo di legno

C'è una scorciatoia nascosta nel nostro cervello che la propaganda conosce da sempre e che oggi le fake news sfruttano alla perfezione: più sentiamo ripetere qualcosa, più tendiamo a crederlo vero. Non importa se l'affermazione sia falsa, e non importa nemmeno se in teoria sapremmo riconoscerla come tale. Gli psicologi lo chiamano effetto verità illusoria (in inglese illusory truth effect), ed è uno dei bias cognitivi più subdoli che ci portiamo dietro.

L'esperimento del 1977

Il fenomeno fu identificato e battezzato grazie a uno studio condotto nel 1977 da Lynn Hasher, David Goldstein e Thomas Toppino. Ai partecipanti, studenti universitari, vennero presentate liste di sessanta affermazioni plausibili, alcune vere e altre false, chiedendo di valutarne la veridicità. L'operazione fu ripetuta tre volte, a distanza di due settimane l'una dall'altra, ma solo una parte delle affermazioni compariva in tutte e tre le sessioni.

Il risultato fu netto: a ogni ripetizione, le affermazioni già viste venivano giudicate più vere rispetto alla volta precedente, indipendentemente dal fatto che fossero corrette o sbagliate. La semplice familiarità bastava a spostare il giudizio. La voce enciclopedica dell'illusory truth effect raccoglie le numerose conferme successive.

Persona che usa lo smartphone scorrendo i social network
Sui social, la ripetizione di una notizia può aumentarne la credibilità percepita. Foto: kaboompics.com / Pexels.

Il meccanismo: la fluidità di elaborazione

Perché succede? La spiegazione più accreditata chiama in causa la fluidità di elaborazione (processing fluency). Quando incontriamo per la seconda o terza volta un'informazione, il cervello la elabora più velocemente e con meno sforzo. Questa sensazione di facilità viene interpretata, in modo inconsapevole, come un segnale di affidabilità: ciò che è facile da processare "suona" più vero.

È un'euristica che nella vita quotidiana funziona abbastanza bene — le cose vere tendiamo a sentirle più spesso — ma che diventa una trappola quando qualcuno ripete deliberatamente una falsità per renderla credibile. Non a caso le tecniche di propaganda del Novecento si fondavano sulla ripetizione ossessiva degli stessi slogan.

Funziona anche quando "sappiamo come stanno le cose"

Si potrebbe pensare che basti conoscere la verità per essere immuni. Purtroppo no. Una ricerca di Lisa Fazio e colleghi, pubblicata nel 2015 sul Journal of Experimental Psychology, ha mostrato che l'effetto si manifesta anche su affermazioni che contraddicono nozioni note. Persone che sapevano perfettamente quale fosse l'animale terrestre più veloce, dopo ripetute esposizioni a un'affermazione errata tendevano comunque a valutarla un po' più vera.

Uno studio successivo, pubblicato su Collabra: Psychology, lo ha confermato fin dal titolo: la ripetizione aumenta la verità percepita persino per falsità conclamate. La conoscenza, da sola, non ci protegge del tutto.

L'era dei social e il rischio "spirale"

Mai come oggi questo meccanismo è pericoloso. Sulle piattaforme digitali un'affermazione può essere rilanciata, condivisa e ripetuta milioni di volte in poche ore, accumulando proprio quella familiarità che la mente confonde con la verità. L'effetto si intreccia con altri fenomeni, come le "camere dell'eco" in cui sentiamo solo voci concordi, e pone una sfida anche a chi fa debunking: ripetere una bufala per smentirla può paradossalmente renderla più familiare, e quindi più credibile, se la correzione non è chiara e ben costruita.

Non confondiamolo con la mera esposizione

L'effetto verità illusoria ha un "parente" famoso con cui non va confuso: l'effetto mera esposizione, secondo cui tendiamo ad apprezzare di più ciò a cui siamo ripetutamente esposti. La differenza è sottile ma importante: la mera esposizione agisce sul gradimento (una canzone ci piace di più dopo averla sentita molte volte), mentre la verità illusoria agisce sul giudizio di verità (un'affermazione ci sembra più vera dopo averla sentita molte volte). Sono due meccanismi distinti, anche se entrambi si nutrono della familiarità.

Va inoltre ricordato che l'effetto funziona meglio sulle affermazioni ambigue o plausibili, quelle su cui non abbiamo certezze immediate: è lì che la mente, in assenza di altri appigli, usa la familiarità come scorciatoia per decidere. Proprio questa zona grigia è il terreno preferito della disinformazione, che raramente inventa bugie assurde e più spesso ripete "mezze verità" verosimili finché iniziano a sembrare fatti acquisiti.

Come difendersi

Conoscere l'effetto è il primo passo. Alcune strategie utili: diffidare istintivamente delle affermazioni che ci risultano "familiari" ma di cui non ricordiamo la fonte; verificare i fatti su fonti primarie e autorevoli invece di affidarsi alla sensazione di averli "già sentiti"; e ricordare che il numero di volte in cui qualcosa viene ripetuto su internet non ha alcun rapporto con la sua verità. In un'epoca di sovraccarico informativo, sapere che la nostra mente confonde familiarità e verità è una forma di igiene mentale indispensabile.

Sul piano collettivo, l'antidoto più efficace è l'educazione all'informazione. Imparare fin da giovani a distinguere una fonte autorevole da un post anonimo, a risalire alla notizia originale e a sospettare delle affermazioni che circolano "perché lo dicono tutti" è una competenza ormai essenziale quanto saper leggere e far di conto. I giornalisti e i divulgatori, da parte loro, hanno una responsabilità in più: quando smontano una bufala devono farlo mettendo in primo piano la versione corretta, e non ripetendo l'errore in modo che resti impresso. Conoscere l'effetto verità illusoria, in definitiva, non serve a diventare diffidenti verso tutto, ma a spostare la nostra fiducia dal "quante volte l'ho sentito" al "su quali prove si basa". In un mondo saturo di messaggi, è una delle distinzioni più preziose che possiamo allenare: forse il miglior vaccino contro la disinformazione che abbiamo a disposizione, e che non costa nulla se non un po' di attenzione in più.

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