Storie
Ada Blackjack: la "Robinson" inuit sopravvissuta da sola nell'Artico
Reclutata come sarta per una spedizione mal organizzata, si ritrovò unica superstite su un'isola siberiana deserta, dove resistette mesi tra orsi polari e gelo.

Quando una nave di soccorso attraccò finalmente sull'Isola di Wrangel, nell'agosto del 1923, a bordo c'erano due esseri viventi ad attenderla: una giovane donna esausta e un gatto. Di una spedizione di cinque persone, era rimasta solo lei. Si chiamava Ada Blackjack, era una donna Iñupiat dell'Alaska, e aveva appena scritto una delle più incredibili storie di sopravvivenza dell'esplorazione polare.
Una spedizione nata male
Tutto era cominciato nel settembre 1921. Ada, ventitreenne madre di un bambino malato di tubercolosi e disperatamente bisognosa di denaro, fu reclutata come cucitrice per una spedizione organizzata dall'esploratore Vilhjalmur Stefansson, che intendeva rivendicare l'isola artica — territorio conteso a nord della Siberia — per la Gran Bretagna. Lo stipendio promesso era di 50 dollari al mese.
Ada accettò pensando che ci sarebbero stati altri Iñupiat nel gruppo. Come ricostruisce il National Park Service, scoprì invece di essere l'unica nativa e l'unica donna, accanto a quattro giovani esploratori bianchi pieni di entusiasmo ma con scarsa esperienza reale dell'Artico. Lo stesso Stefansson, ideatore dell'impresa, non vi partecipò di persona e aveva equipaggiato il gruppo in modo insufficiente, confidando troppo nella possibilità di "vivere di terra".

La fame e l'abbandono
La spedizione contava su un rifornimento via mare l'anno successivo. Ma nel 1922 il ghiaccio impedì alla nave di rifornimento di raggiungere l'isola, e il cibo cominciò a scarseggiare drammaticamente. Nel gennaio 1923, tre dei cinque membri partirono attraverso il mare ghiacciato per cercare aiuto in Siberia. Non furono mai più rivisti: morirono quasi certamente nel tentativo.
Sull'isola rimasero Ada e un altro componente, Lorne Knight, ormai gravemente malato di scorbuto, la malattia da carenza di vitamina C che falcidiava le spedizioni polari. Ada lo assistette con dedizione finché morì, in giugno. Da quel momento, come riporta la voce dedicata su Wikipedia, restò completamente sola, con la sola compagnia del gatto della spedizione, di nome Vic.
Imparare a sopravvivere
Ada non era una cacciatrice esperta: era cresciuta in una missione e sapeva soprattutto cucire. Ma di fronte alla solitudine assoluta, imparò in fretta. Costruì trappole per le volpi artiche, imparò a sparare per cacciare uccelli e foche, raccolse radici, accatastò legna e si difese dagli orsi polari che si aggiravano attorno al campo. Tenne perfino un diario, oggi conservato come prezioso documento storico.
Per mesi tenne testa al gelo, alla paura e al silenzio, sostenuta dal pensiero del figlio che l'aspettava. Quando la nave di soccorso arrivò, finalmente, in agosto, la trovò viva: l'unica superstite di una spedizione che aveva sottovalutato l'Artico.
La forza di una donna comune
Ciò che rende la storia di Ada Blackjack così potente è proprio la sua "normalità". Non era un'esploratrice addestrata, non cercava la gloria, non aveva un fisico da atleta: era una giovane madre, timida e in difficoltà economiche, spinta dal bisogno e dall'amore per il figlio. Eppure, messa di fronte a una prova che avrebbe annientato chiunque, trovò dentro di sé risorse che nemmeno lei sapeva di possedere, imparando in pochi mesi le abilità di sopravvivenza che agli altri membri della spedizione erano mancate.
La sua vicenda capovolge anche l'immagine tradizionale dell'esplorazione polare, fatta di comandanti carismatici e imprese maschili. Qui l'unica a tornare viva è una donna indigena reclutata come cucitrice, mentre gli "esperti" che dovevano guidare la spedizione soccombono. È una lezione di umiltà sulla differenza tra l'ambizione di chi pianifica imprese da lontano e la concretezza di chi deve poi sopravvivere sul campo. La conoscenza dell'ambiente, la pazienza e la determinazione, dimostra la storia di Ada, contano più del titolo o della fama.
Una sopravvissuta scomoda
Al ritorno, la stampa la celebrò come una "Robinson Crusoe" al femminile, ma la fama fu breve e ingiusta. Stefansson scrisse un libro di successo sulla vicenda traendone profitto, mentre ad Ada toccò ben poco e per anni non ricevette nemmeno il compenso pattuito. Usò il poco denaro guadagnato per portare il figlio a Seattle e curarne la tubercolosi.
Come ricostruisce l'Atlas Obscura, morì in povertà nel 1983, a lungo dimenticata. La sua storia è oggi riscoperta come quella di una donna comune che, senza essere un'eroina di professione, trovò dentro di sé la forza di sopravvivere dove esploratori ben più attrezzati avevano fallito. L'Isola di Wrangel, teatro della sua impresa, è oggi una riserva naturale protetta e Patrimonio dell'Umanità UNESCO.
Negli ultimi decenni la figura di Ada Blackjack è stata finalmente riscoperta. Sono usciti libri che ne raccontano la vicenda basandosi sul suo diario e sui documenti dell'epoca, restituendole la voce che a lungo le era stata negata da chi aveva preferito celebrare gli organizzatori della spedizione. La sua storia viene oggi proposta come esempio di resilienza e come correttivo a una certa retorica eroica dell'esplorazione artica, che spesso ha dimenticato il ruolo cruciale delle popolazioni indigene. Lei non tornò mai più in quei luoghi: dopo il salvataggio dedicò la vita al figlio e a una quotidianità modesta, senza mai cercare la celebrità. Eppure, a distanza di un secolo, il suo nome è ricordato accanto a quelli dei grandi esploratori, con una differenza fondamentale: in quell'inferno bianco, lei è l'unica che è davvero sopravvissuta. È, forse, la più silenziosa e autentica delle eroine polari: non cercò mai la gloria, eppure la sua tenacia di donna comune vale quanto le imprese degli esploratori più celebrati, e oggi continua a ispirare chi si trova ad affrontare prove che sembrano più grandi di sé.
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