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La foca monaca torna sulle coste italiane: la primavera degli avvistamenti

Da Praiano alle Tremiti, dal Salento alla Sicilia: nel 2026 si moltiplicano le segnalazioni del mammifero marino più raro d'Europa, dato per scomparso dai nostri mari.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Esemplare di foca monaca mediterranea (Monachus monachus) in acqua
Esemplare di foca monaca mediterranea (Monachus monachus) in acqua

Per decenni è stata il fantasma dei nostri mari, un animale che gli anziani pescatori ricordavano dall'infanzia e che le generazioni più giovani conoscevano solo dai libri. Oggi la foca monaca mediterranea (Monachus monachus) sta tornando a farsi vedere lungo le coste italiane, e la primavera del 2026 sta regalando una serie di avvistamenti che fanno sperare i biologi marini.

Una primavera di segnalazioni

Le testimonianze arrivano da tutto il Sud. Nei primi giorni di maggio l'animale è stato segnalato alle Isole Tremiti, in Puglia, e pochi giorni dopo a Rodi Garganico e al Plemmirio, in Sicilia. In Campania si contano avvistamenti al largo di Praiano e all'interno di un'Area Marina Protetta, mentre nuove segnalazioni sono giunte dal Salento. Esemplari sono stati documentati anche a Punta Campanella, episodi rilanciati dalle cronache locali e dai canali del WWF Italia, che da anni coordina il monitoraggio lungo le coste.

Non si tratta necessariamente di molti animali diversi: la foca monaca è capace di percorrere lunghe distanze, e alcuni avvistamenti potrebbero riguardare gli stessi individui in spostamento. Ma la frequenza con cui ricompare è un segnale che, fino a vent'anni fa, sarebbe parso impensabile.

Foca che nuota sott'acqua
La foca monaca è l'unica specie di foca residente nel Mediterraneo. Foto: Elias Strale / Pexels.

Il mammifero più raro d'Europa

La foca monaca è l'unica foca che vive stabilmente nel Mediterraneo ed è considerata uno dei mammiferi più rari del pianeta. La popolazione globale è stimata in circa 600-700 individui adulti, concentrati soprattutto tra Grecia, Turchia, Cipro e le coste atlantiche di Madeira e Capo Bianco. Gli adulti possono superare i due metri di lunghezza e i 250 chili di peso; vivono diversi decenni, si nutrono di pesci, polpi e crostacei e partoriscono un solo cucciolo all'anno, di solito al riparo di grotte marine con ingresso sommerso.

In Italia era data per estinta come specie riproduttiva da decenni: le ultime presenze stabili si trovavano nelle grotte costiere della Sardegna e del Gargano. La caccia, la distruzione delle grotte usate come rifugio, l'inquinamento e i conflitti con la pesca l'avevano spinta sull'orlo della scomparsa. Per questo ogni nuovo avvistamento documentato, oggi anche grazie alle tecniche di DNA ambientale che permettono di rilevarne la presenza dalle tracce lasciate in acqua, viene accolto con entusiasmo dagli esperti.

Un animale che gli antichi conoscevano bene

La foca monaca non è una novità per il Mediterraneo: anzi, lo abita da sempre. Compariva sulle monete dell'antica Grecia, era citata da Omero, Aristotele e Plinio il Vecchio, e per secoli è stata parte del paesaggio costiero italiano. Il suo nome scientifico, Monachus, deriva probabilmente dalle pieghe della pelle attorno al collo che ricordano un cappuccio monastico, o dal suo carattere solitario. La sua rarefazione novecentesca è quindi la cancellazione di una presenza millenaria, e il suo ritorno ha anche un valore culturale, oltre che ecologico.

Da "in pericolo" a "vulnerabile"

Il ritorno italiano si inserisce in una tendenza più ampia. Nel 2023 l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha riclassificato la foca monaca mediterranea da specie "in pericolo" (Endangered) a "vulnerabile" (Vulnerable): non una vittoria definitiva, ma il riconoscimento di un miglioramento reale dovuto a decenni di protezione, alla scoperta di nuove aree di riproduzione e a una migliore cooperazione tra i Paesi mediterranei.

La scheda della specie curata da NOAA Fisheries conferma che alcune popolazioni sono in lieve crescita e che gli animali ricompaiono in habitat dove non si vedevano da generazioni.

Perché il suo ritorno è un buon segno

Il ritorno della foca monaca non riguarda solo una specie carismatica: è un indicatore della salute del mare. Come grande predatore, la foca ha bisogno di acque pescose, di grotte costiere tranquille e di un ecosistema in equilibrio. La sua ricomparsa lungo le coste italiane suggerisce che alcuni tratti di Mediterraneo stanno migliorando, anche grazie all'istituzione di aree marine protette e alla riduzione di certe pratiche di pesca dannose.

Gli esperti restano però cauti. Gli avvistamenti, pur incoraggianti, non significano ancora che esista in Italia una popolazione stabile e riproduttiva: per quella servono nascite documentate e siti-rifugio costanti. Il monitoraggio con il DNA ambientale, le fototrappole nelle grotte e le reti di segnalazione dei cittadini sono oggi gli strumenti chiave per capire se la foca monaca sia solo di passaggio o stia davvero tornando a casa. Ogni avvistamento, insomma, è un tassello di un puzzle che gli scienziati stanno ricostruendo con prudenza e fiducia.

Cosa fare se la incontrate

Gli esperti raccomandano una regola semplice: osservare senza disturbare. La foca monaca è timida e sensibile alla presenza umana, e un animale infastidito può abbandonare una grotta-rifugio preziosa, magari proprio mentre alleva un cucciolo. Niente avvicinamenti in barca o in apnea, niente tentativi di nutrirla o di accarezzarla; meglio fotografarla da lontano e segnalare l'avvistamento agli enti di tutela, contribuendo così alla mappatura. Il suo ritorno è una buona notizia per la salute del Mediterraneo: un mare che riaccoglie la sua foca è un mare un po' più vivo.

Anche i cittadini possono fare la loro parte. Segnalare un avvistamento agli enti competenti, rispettare le aree marine protette, non abbandonare rifiuti e plastica in mare, scegliere un turismo responsabile: sono gesti semplici che contribuiscono a rendere le coste italiane di nuovo ospitali per questo animale schivo. La storia della foca monaca dimostra che le specie sull'orlo della scomparsa possono, a volte, tornare indietro dal baratro, a patto che si lasci loro lo spazio per farlo. Riaverla stabilmente nei nostri mari sarebbe il segno che una convivenza equilibrata tra uomo e natura, nel Mediterraneo, è ancora possibile.

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