Corpo Umano
I Bajau e la milza gigante: l'evoluzione di un popolo di apnea
I nomadi del mare del Sud-est asiatico immergono per ore ogni giorno. La selezione naturale ha modellato i loro organi.

Esiste un popolo che ha fatto del mare la propria casa al punto da modificarne il corpo: i Bajau, i cosiddetti "nomadi del mare" del Sud-est asiatico, che vivono tra Indonesia, Filippine e Malaysia spesso su imbarcazioni o palafitte. Per procurarsi il cibo si immergono in apnea a profondità che possono superare i 70 metri, trattenendo il respiro per diversi minuti e passando sott'acqua una quota enorme della loro giornata lavorativa. E il loro organismo, generazione dopo generazione, si è adattato a questo stile di vita estremo.
Una milza più grande del 50%
La scoperta più sorprendente riguarda un organo a cui di solito non pensiamo: la milza. Uno studio pubblicato sulla rivista Cell nel 2018 dalla ricercatrice Melissa Ilardo ha mostrato che i Bajau hanno una milza in media più grande del 50% rispetto a quella di una popolazione vicina geneticamente, i Saluan, che però non praticano l'immersione. Il dato vale anche per i Bajau che non si tuffano: non è quindi un semplice effetto dell'allenamento, ma una caratteristica innata, trasmessa per via ereditaria.
Perché la milza conta in immersione
La milza è una sorta di serbatoio di sangue ossigenato: contiene una riserva di globuli rossi che, durante un'apnea, viene rilasciata nel circolo grazie a una contrazione dell'organo, aumentando temporaneamente la capacità di trasportare ossigeno. È una componente del cosiddetto riflesso da immersione dei mammiferi. Una milza più grande significa una riserva maggiore: di fatto, una "bombola" biologica integrata che consente immersioni più lunghe. Per i Bajau questo vantaggio si traduce direttamente in più tempo utile per cacciare pesci e molluschi sul fondale.

Un gene scolpito dalla selezione naturale
Lo studio non si è fermato all'anatomia. Le analisi genetiche hanno individuato nei Bajau una variante particolarmente frequente del gene PDE10A, associato nei modelli sperimentali alla regolazione degli ormoni tiroidei, a loro volta legati alle dimensioni della milza. La frequenza elevata di questa variante è il segnale tipico di una selezione naturale in atto: nel corso di centinaia di anni, gli individui geneticamente predisposti a milze più grandi avrebbero avuto un vantaggio nella sopravvivenza e nella riproduzione, diffondendo il tratto nella popolazione. È uno dei rari esempi documentati di adattamento genetico recente dell'essere umano a una pressione ambientale specifica, come sottolineato anche dall'approfondimento della rivista Science.
Cosa ci insegnano i nomadi del mare
Oltre al suo fascino, la ricerca sui Bajau ha un risvolto medico concreto. Studiare come il loro organismo gestisce la carenza prolungata di ossigeno (l'ipossia) può fornire indizi preziosi per trattare condizioni cliniche acute in cui i tessuti restano privi di ossigeno, come durante un infarto o un ictus. I Bajau dimostrano che l'evoluzione umana non si è fermata in un lontano passato: è un processo ancora vivo, scolpito dall'ambiente in cui scegliamo, o siamo costretti, a vivere.
Una vita anfibia
L'adattamento dei Bajau non si ferma alla milza. Trascorrendo gran parte della vita in acqua, molti praticano la pesca subacquea con strumenti rudimentali, talvolta arrivando a perforarsi volontariamente i timpani da giovani per facilitare la compensazione in profondità. Studi condotti su un altro popolo di mare, i Moken, hanno mostrato che i loro bambini sviluppano una vista subacquea più nitida della media, grazie a una capacità di accomodazione del cristallino e di costrizione della pupilla allenata fin dall'infanzia, come documentato in una ricerca su Current Biology. È la prova che il corpo umano, esposto fin da piccolo a un ambiente estremo, può modellarsi in modi sorprendenti, combinando plasticità individuale e adattamento genetico ereditario.
L'evoluzione umana non si è fermata
I Bajau sono uno dei numerosi casi che dimostrano come la nostra specie continui a evolversi in risposta all'ambiente. Le popolazioni dell'altopiano tibetano possiedono varianti del gene EPAS1 che permettono loro di vivere ad altitudini elevate senza i danni della carenza di ossigeno, un adattamento ereditato in parte dagli antichi Denisova. Gli abitanti delle Ande hanno sviluppato strategie diverse per lo stesso problema, mentre la diffusione della persistenza della lattasi, che ci permette di digerire il latte da adulti, è un altro esempio di selezione recente legata all'allevamento. La ricerca su questi tratti è raccolta in studi pubblicati da riviste come Nature.
I nomadi del mare ci ricordano dunque una verità affascinante: l'essere umano non è un prodotto finito, ma una specie ancora in cammino, scolpita giorno dopo giorno dalle sfide degli ambienti che abita.
Un popolo e il suo futuro incerto
L'adattamento straordinario dei Bajau si accompagna a una condizione sociale fragile. Molti di loro vivono ai margini, talvolta privi di cittadinanza e quindi senza accesso pieno a scuola e sanità, mentre lo sfruttamento delle risorse marine e le politiche che li spingono a stabilirsi sulla terraferma minacciano uno stile di vita millenario. Preservare la cultura dei nomadi del mare significa anche tutelare un patrimonio umano unico, oltre che un prezioso caso di studio scientifico. Vale la pena ricordare che il riflesso da immersione di cui i Bajau beneficiano in modo amplificato è in realtà presente, in forma più blanda, in tutti gli esseri umani: anche immergendo semplicemente il viso nell'acqua fredda, il nostro battito cardiaco rallenta e l'organismo inizia a risparmiare ossigeno. I Bajau, in altre parole, hanno portato all'estremo una potenzialità che appartiene a tutta la nostra specie, ricordandoci quanto profonde siano le radici del legame tra l'essere umano e il mare. La loro milza più grande è la prova tangibile che la nostra biologia può ancora essere riscritta dall'ambiente, una generazione dopo l'altra.
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