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Numero di Dunbar: perché il nostro cervello regge al massimo 150 amici

Una soglia cognitiva scoperta studiando i primati che spiega ancora oggi i nostri rapporti sociali

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Gruppo di persone sorridenti durante una riunione conviviale (Foto: Pexels / Marcelo Chagas)
Gruppo di persone sorridenti durante una riunione conviviale (Foto: Pexels / Marcelo Chagas)

Il numero di Dunbar è una delle ipotesi più citate dell'antropologia evoluzionistica: sostiene che il cervello umano riesca a mantenere in modo stabile circa 150 relazioni sociali significative. Più contatti di così e qualcosa si rompe: dimentichiamo nomi, perdiamo il filo, smettiamo di curare il rapporto. È una soglia che ha origine nello studio dei primati, ma che oggi viene applicata anche alle comunità di lavoro, alle reti militari e perfino alle piattaforme social.

Chi è Robin Dunbar e da dove nasce la teoria

L'antropologo britannico Robin Dunbar, a lungo professore di Psicologia evoluzionistica a Oxford, negli anni Novanta confrontò la dimensione della neocorteccia di numerose specie di primati con la grandezza dei loro gruppi sociali. Scoprì una correlazione netta: più la corteccia cerebrale è sviluppata, più ampio è il gruppo che la specie riesce a coordinare. Applicando la formula all'essere umano, ottenne un valore vicino a 148, arrotondato a 150.

Per testare la previsione, Dunbar e il suo gruppo passarono in rassegna villaggi neolitici, accampamenti di cacciatori-raccoglitori, congregazioni religiose, contingenti militari romani e mennoniti contemporanei. La dimensione media di queste unità ricorreva intorno al centinaio e mezzo di persone.

Modello anatomico del cervello umano in primo piano
La neocorteccia è la regione che Dunbar mise in relazione con la grandezza dei gruppi sociali. Foto: Pexels / meo

I cerchi concentrici delle relazioni

Dunbar non parla solo di un numero: descrive una serie di cerchi concentrici, ciascuno con una taglia ricorrente. La cerchia più stretta comprende circa 5 persone, quelle con cui condividiamo gli aspetti più intimi della vita. Segue un anello di 15 (gli amici stretti, le persone su cui contiamo nei momenti difficili), poi 50 (buoni conoscenti, parenti regolari), 150 (le relazioni stabili che ricordiamo senza sforzo) e infine 500 e 1.500, dove sopravvivono solo i volti e i nomi.

Ogni cerchio richiede un investimento di tempo proporzionalmente decrescente. La cerchia dei 5 assorbe circa il 40% delle ore che dedichiamo alle relazioni; quella dei 15 un altro 20%. Più ci si allontana dal centro, meno energia spendiamo per ciascun rapporto.

Perché 150? Linguaggio, tempo e grooming

Tra i primati non umani il legame sociale si costruisce con il grooming, la spulciatura reciproca. È un'attività a due, lenta, che limita la dimensione del gruppo. Secondo Dunbar, gli ominidi avrebbero superato questo collo di bottiglia inventando una forma di grooming vocale: la chiacchiera, il pettegolezzo, il canto rituale. Parlare permette di tenere insieme più persone contemporaneamente, ma il costo cognitivo della memoria sociale resta. Oltre 150 conoscenze, i nomi cominciano a sfumare e le storie a sovrapporsi.

Lo studio del 2021 che ha messo in dubbio il numero

Nel 2021 un gruppo di ricercatori dell'Università di Stoccolma, guidato da Patrik Lindenfors, ha rianalizzato i dati di Dunbar con metodi statistici bayesiani più recenti. La conclusione, pubblicata su Biology Letters, è stata netta: la correlazione esiste, ma il margine di errore è talmente ampio che il limite plausibile per la specie umana potrebbe oscillare tra 2 e oltre 500. La stima centrale viene riportata vicino a 42, ben lontana dai 150 di Dunbar.

Dunbar ha replicato difendendo la robustezza dei dati antropologici e ricordando che il numero non va inteso come un valore esatto, bensì come un ordine di grandezza. La discussione tra le due scuole è tuttora aperta.

Il numero di Dunbar nell'era dei social

Con l'arrivo di Facebook e poi di Instagram, X e LinkedIn, molti si sono chiesti se i social network avrebbero spostato il limite. La risposta delle ricerche successive è sorprendente: anche tra chi vanta migliaia di contatti online, il numero di amici con cui ci si scrive davvero, ci si chiama o ci si vede di persona resta vicino al centinaio e mezzo. La piattaforma cambia, la biologia no.

Il numero ha guidato anche scelte aziendali: l'azienda di software Gore-Tex mantiene volutamente stabilimenti sotto i 150 dipendenti per preservare relazioni dirette e responsabilità diffusa. È una strategia citata da molti manuali di organizzazione del lavoro.

Domande frequenti

Il numero di Dunbar vale per tutti allo stesso modo?

No. Estroversione, età, professione e cultura modulano la cifra. Le persone molto socievoli tendono ad avere cerchie ampie e poco profonde; quelle introverse, cerchie più piccole e più intense. Il valore di 150 è una media statistica.

Conta solo l'amicizia faccia a faccia?

Dunbar parla di relazioni significative: persone che riconosciamo, ricordiamo, con cui abbiamo un legame emotivo. Una chat regolare con un'amica che vive all'estero conta più di mille "amici" di Facebook mai incontrati.

È possibile allenare il numero di Dunbar?

Studi sulle reti dei monaci tibetani e dei manager di alto livello suggeriscono che esercitando memoria sociale e ascolto si possono spingere leggermente i confini, ma non in modo radicale. La soglia, ricorda Dunbar, dipende anche dal tempo che abbiamo a disposizione: 24 ore non bastano per coltivare 500 amicizie vere.

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