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Anguilla elettrica: la 'batteria vivente' che scarica 860 volt

Non è un'anguilla ma un pesce coltello amazzonico: nel 2019 una nuova specie ha conquistato il record di animale più elettrico del pianeta.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Anguilla elettrica Electrophorus electricus che nuota vicino al fondo di un acquario
Anguilla elettrica Electrophorus electricus che nuota vicino al fondo di un acquario

Nelle acque torbide dell'Amazzonia vive un pesce capace di generare scariche elettriche da far stramazzare un cavallo. È l'anguilla elettrica, un animale che, nonostante il nome, non è affatto un'anguilla, e che detiene un primato assoluto nel regno animale: produce la tensione più alta mai misurata in un essere vivente, fino a 860 volt. Un record stabilito nel 2019 con la scoperta di una nuova specie.

Una "batteria vivente" che non è un'anguilla

Le anguille elettriche del genere Electrophorus appartengono in realtà all'ordine dei Gymnotiformes, i pesci coltello sudamericani, più imparentati con i pesci gatto che con le vere anguille. Possono superare i due metri di lunghezza. Il loro corpo è per gran parte occupato da tre organi elettrici, formati da migliaia di cellule specializzate dette elettrociti, disposte in serie come le pile di una batteria. Quando il sistema nervoso le attiva tutte insieme, le minuscole tensioni di ogni cellula si sommano in una scarica potentissima.

Il pesce usa due tipi di emissione: impulsi a bassa tensione, continui, per orientarsi e comunicare nell'acqua fangosa dove la vista serve a poco (una forma di elettrolocalizzazione), e potenti scariche ad alta tensione per stordire le prede o difendersi. È inoltre un respiratore d'aria obbligato: deve risalire periodicamente in superficie a ingoiare ossigeno, perché le acque povere in cui vive non gli bastano.

Anguilla elettrica Electrophorus electricus che nuota in acquario
Un'anguilla elettrica (Electrophorus): gran parte del corpo è occupata dagli organi elettrici. Credit: Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

Il record dei 860 volt e le tre specie

Per due secoli si è creduto che esistesse una sola specie di anguilla elettrica. Nel 2019, però, un team guidato da C. David de Santana, dello Smithsonian, ha pubblicato su uno studio su Nature Communications l'analisi del DNA, dell'anatomia e delle capacità elettriche di oltre cento esemplari, scoprendo che si tratta di tre specie distinte: Electrophorus electricus, Electrophorus varii ed Electrophorus voltai. Proprio quest'ultima, che vive sugli altopiani dello Scudo brasiliano, è risultata capace di scariche fino a 860 volt, superando i circa 650 volt registrati in precedenza e conquistando il titolo di più potente generatore di bioelettricità conosciuto.

Secondo i ricercatori, come riportato dalla Cornell University, la maggiore tensione di E. voltai sarebbe un adattamento alle acque più limpide e meno conduttive dei suoi habitat d'altura: per ottenere lo stesso effetto in un mezzo che oppone più resistenza, serve più voltaggio. Il nome della specie è un omaggio ad Alessandro Volta, l'inventore della pila: un riconoscimento al legame storico tra questi pesci e la nascita degli studi sull'elettricità.

Primo piano della testa di un'anguilla elettrica amazzonica
Le anguille elettriche vivono nei bacini di Amazzonia e Orinoco. Credit: Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

Cacciatrici raffinate: gli esperimenti di Catania

Per molto tempo si è pensato che la scarica servisse soltanto a "friggere" le prede. Gli studi del neurobiologo Kenneth Catania, della Vanderbilt University, hanno rivelato una realtà ben più sofisticata. In una serie di lavori, tra cui uno studio pubblicato su PNAS, Catania ha mostrato che le anguille elettriche emettono raffiche ad alta frequenza che agiscono direttamente sui nervi motori della preda, inducendo contrazioni muscolari involontarie: in pratica, prendono il "telecomando" dei muscoli del pesce, costringendolo a tradire la propria posizione o a restare paralizzato. Quando la preda è grande, l'anguilla si arrotola per avvicinare la testa alla coda, concentrando il campo elettrico e raddoppiando l'intensità della scossa.

Catania ha anche verificato sperimentalmente un celebre racconto del naturalista Alexander von Humboldt, che nel 1800 descrisse pescatori amazzonici intenti a spingere cavalli in stagni infestati da anguille per "esaurirne" le scariche. Il ricercatore ha documentato il comportamento di balzo difensivo: minacciata, l'anguilla esce parzialmente dall'acqua e preme la testa contro il bersaglio, scaricando la corrente con la massima efficacia direttamente sull'aggressore.

Una scossa pericolosa anche per l'uomo

Una scarica da diverse centinaia di volt può causare a una persona dolore intenso, contrazioni muscolari e perdita momentanea di controllo dei movimenti. Il rischio maggiore non è di solito la folgorazione diretta, ma l'annegamento: chi viene colpito in acqua può restare temporaneamente intontito o paralizzato e non riuscire a riemergere. Per questo gli esperti raccomandano grande prudenza nelle aree dove questi pesci sono presenti, anche se gli incidenti gravi restano rari perché l'animale è schivo e usa le scariche soprattutto per cacciare o difendersi.

Va anche chiarito un equivoco frequente: l'anguilla elettrica non è "carica" in modo permanente come una presa di corrente. Genera le scariche solo nel momento del bisogno, attivando i propri organi elettrici per frazioni di secondo, e tra un impulso e l'altro non rappresenta alcun pericolo. È un sistema d'arma biologico raffinato, attivato con precisione, non un corpo costantemente elettrizzato.

Dall'Amazzonia ai laboratori del futuro

Oltre al fascino, questi pesci hanno un valore scientifico concreto. Il funzionamento dei loro organi elettrici ispira la ricerca su nuove fonti di energia: nel 2017 un gruppo internazionale ha presentato un prototipo di "batteria" morbida e biocompatibile ispirata proprio agli elettrociti dell'anguilla, pensata per alimentare un giorno dispositivi medici impiantabili. Capire come un animale generi e sopravviva a scariche letali aiuta inoltre a studiare i canali ionici e la fisiologia dei nervi.

La scoperta del 2019 ricorda infine quanto resti da esplorare: in uno dei pesci più studiati e iconici del Sud America si nascondevano in realtà tre specie diverse, una delle quali deteneva un primato mondiale rimasto invisibile per oltre 250 anni. L'Amazzonia, ancora una volta, custodisce segreti che la scienza sta solo cominciando a misurare.

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