Curiosità
Lago Nyos, 21 agosto 1986: il lago che soffocò 1.746 persone con una nube di CO2
In Camerun un lago vulcanico rilasciò in pochi minuti centinaia di migliaia di tonnellate di anidride carbonica, dando il nome a un fenomeno geologico raro: l'eruzione limnica.

La sera del 21 agosto 1986 il lago Nyos, un piccolo specchio d'acqua adagiato nel cratere di un vulcano spento nel nord-ovest del Camerun, uccise in pochi minuti 1.746 persone e oltre 3.500 capi di bestiame senza un'onda, senza un boato avvertibile a distanza, senza fuoco. Non fu un'eruzione di lava, ma il rilascio improvviso di una gigantesca bolla di anidride carbonica accumulata sul fondo: un fenomeno così raro da avere un nome quasi sconosciuto, l'eruzione limnica.
Una catastrofe senza testimoni svegli
Quella notte la maggior parte degli abitanti dei villaggi attorno al lago, da Nyos a Cha e Subum, dormiva. Chi sopravvisse raccontò di un suono sordo, di un odore sgradevole e poi del nulla: molti si risvegliarono ore dopo, circondati dai corpi di familiari e animali, senza capire cosa fosse accaduto. La CO2, più pesante dell'aria, era scesa lungo le valli come un fiume invisibile, scivolando fino a 23 chilometri di distanza e soffocando ogni essere vivente che respirava a livello del suolo. Come ricostruì il geochimico statunitense George Kling in uno studio pubblicato su Science nel 1987, la nube liberò tra 0,3 e 1,6 chilometri cubi di gas in poche decine di minuti.
Tra i sopravvissuti, molti riportarono lesioni da decubito e ustioni chimiche causate dal contatto prolungato con il terreno saturo di gas mentre giacevano privi di sensi. Interi nuclei familiari furono cancellati; alcuni villaggi persero quasi tutti gli abitanti. Le mandrie, che pascolavano nelle valli più basse, furono spazzate via quasi per intero, aggravando la crisi alimentare dei mesi successivi in una regione già povera.
I soccorritori che raggiunsero l'area giorni dopo descrissero scene irreali: villaggi intatti, case in ordine, raccolti in piedi nei campi, e migliaia di corpi privi di segni di violenza. Fu proprio questa assenza di distruzione fisica a confondere le prime ipotesi, che parlarono di avvelenamento, di armi chimiche, persino di punizioni soprannaturali. Solo l'analisi geochimica delle acque e dei gas chiarì che il killer era stato un gas comunissimo, presente nell'aria che respiriamo e nelle bibite gassate.
Cos'è un'eruzione limnica
Il lago Nyos è un lago meromittico: le sue acque profonde non si mescolano mai con quelle superficiali. Sul fondo, da una camera magmatica sottostante, filtra di continuo anidride carbonica che resta intrappolata nell'acqua sotto pressione, esattamente come il gas in una bottiglia di acqua frizzante chiusa. Negli anni la concentrazione cresce fino a livelli enormi. Basta allora un innesco — una frana sottomarina, una pioggia fredda che raffredda lo strato superficiale, una piccola scossa — perché una porzione d'acqua satura risalga: la pressione cala, il gas si separa dal liquido in modo esplosivo e trascina verso l'alto altra acqua profonda, in una reazione a catena. La voce enciclopedica dedicata al fenomeno lo paragona proprio alla bottiglia di spumante che, una volta stappata, libera tutto il gas in pochi istanti.
Perché solo tre laghi al mondo
Eruzioni limniche di questa portata sono documentate soltanto in tre laghi, tutti nel cuore vulcanico dell'Africa centrale: oltre al Nyos, il vicino lago Monoun (dove un evento simile aveva ucciso 37 persone nel 1984) e il lago Kivu, al confine tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, infinitamente più grande e potenzialmente assai più pericoloso per i circa due milioni di persone che vivono sulle sue sponde. La combinazione necessaria è precisa: acque profonde e stratificate in modo stabile, e una sorgente vulcanica che inietti CO2 (e, nel Kivu, anche metano) dal basso. Secondo l'analisi dell'Encyclopaedia Britannica, fu proprio l'eccezionale stabilità termica del Nyos, in un clima tropicale d'altura, a permettere l'accumulo letale lungo decenni.
Come si è disinnescato il lago
Dopo la tragedia, un team internazionale guidato dal vulcanologo francese Michel Halbwachs progettò una soluzione tanto semplice quanto efficace: tubi di degassamento. Una colonna verticale immersa fino al fondo innesca, una volta avviata, un effetto sifone autoalimentato: l'acqua satura risale, perde gas e continua a salire da sola, sfiatando la CO2 in modo controllato e graduale, in una fontana spettacolare alta decine di metri. Il primo tubo fu installato nel 2001; altri due furono aggiunti nel 2011, riducendo drasticamente la quantità di gas immagazzinata. Resta però la preoccupazione per la fragile diga naturale di roccia vulcanica che trattiene il lago: un suo cedimento svuoterebbe il bacino, abbasserebbe di colpo la pressione e potrebbe scatenare una nuova, improvvisa eruzione di gas verso i villaggi a valle.
Una lezione di scienza nata dal silenzio
Il disastro del Nyos ha trasformato un fenomeno geologico oscuro in un caso di studio della limnologia mondiale. Ha mostrato come l'anidride carbonica, gas inodore e invisibile che associamo al clima o alle bibite, possa diventare un'arma silenziosa quando si accumula in quantità abnormi e viene rilasciata tutta insieme. E ha insegnato che la prevenzione, in geologia, può anche essere un tubo di plastica e una pompa: monitorare i laghi vulcanici e degassarli per tempo è oggi parte della gestione del rischio in tutta la regione della Cameroon Volcanic Line, la catena vulcanica che attraversa il Paese da sud-ovest a nord-est. Il caso del lago Kivu, dove sono in corso progetti per estrarre il metano disciolto a fini energetici, mostra come da quella tragedia sia nata anche una forma di convivenza tecnologica con questi giganti silenziosi.
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