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Quipu: la scrittura a nodi con cui gli Inca governavano un impero

Senza alfabeto né carta, gli Inca registravano censimenti e tributi annodando cordicelle colorate.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Quipu inca con cordicella principale e numerose cordicelle pendenti annodate
Quipu inca con cordicella principale e numerose cordicelle pendenti annodate

Gli Inca costruirono il più vasto impero precolombiano delle Americhe, il Tawantinsuyu, che al suo apice contava milioni di sudditi distribuiti su quasi quattromila chilometri di territorio andino, dalle coste del Pacifico alle vette delle Ande. Lo amministrarono con un'efficienza burocratica notevole: censimenti regolari, magazzini statali, un sistema di tributi capillare. Eppure non conoscevano la scrittura come la intendiamo noi: niente alfabeto, niente carta. Al suo posto avevano il quipu (o khipu, "nodo" in lingua quechua), un dispositivo fatto di cordicelle annodate che custodiva numeri, registri e forse interi racconti.

Che cos'è un quipu

Un quipu è composto da una corda principale orizzontale dalla quale pendono decine, a volte centinaia di cordicelle secondarie, a loro volta dotate di sottocordicelle. L'informazione è codificata in più dimensioni contemporaneamente: il tipo di nodo, la sua posizione lungo la cordicella, il colore del filo, il senso di torsione (a destra o a sinistra) e il modo in cui le corde sono raggruppate. Ogni elemento è una variabile che porta significato, un po' come in un moderno database multidimensionale.

Si conservano oggi circa 1.400 quipu in musei e collezioni di tutto il mondo, realizzati per lo più in fibra di cotone o di lana di camelidi andini come l'alpaca e la lama. La maggior parte risale al periodo inca (1400-1532 d.C.), anche se la tecnica è ben più antica: alcuni esemplari attribuiti a culture andine precedenti, come la civiltà di Caral, suggeriscono che i nodi venissero usati per registrare informazioni già migliaia di anni prima degli Inca.

Disegno storico di un quipu con nodi disposti per registrare valori numerici
Schema di un quipu studiato da Leland Locke, che nel 1923 ne dimostrò la natura numerica decimale. Credit: L. L. Locke, The Ancient Quipu, pubblico dominio.

Un sistema decimale tra le mani

Il primo a decifrarne la logica numerica fu lo studioso americano Leland Locke, che nel 1923 dimostrò come i quipu codificassero numeri in base 10, con un sistema posizionale sorprendentemente simile al nostro. Le unità si trovano in basso, le decine sopra, poi centinaia e migliaia: la posizione di ciascun gruppo di nodi lungo la cordicella indica l'ordine di grandezza, mentre lo zero è rappresentato semplicemente dall'assenza di nodi in quella posizione.

Diversi tipi di nodo distinguevano poi le cifre: un nodo lungo a più giri per le unità, nodi semplici per le decine e le centinaia. Grazie a questo sistema, i funzionari incaricati — i quipucamayoc, "custodi dei nodi", una casta di specialisti che imparava il mestiere fin da bambino — tenevano la contabilità di censimenti, magazzini, raccolti, tributi e calendari. Una sintesi della Encyclopaedia Britannica descrive il quipu come uno strumento contabile capace di gestire l'amministrazione di un impero intero, trasmettendo dati lungo la rete di strade che collegava le province.

Solo numeri, o anche parole?

La domanda che divide ancora gli studiosi è se i quipu registrassero soltanto dati numerici o anche informazioni narrative e fonetiche, come nomi, genealogie o resoconti storici. Le cronache spagnole del Cinquecento raccontano di custodi capaci di "leggere" ad alta voce, dai loro nodi, storie e leggi: un indizio che almeno alcuni quipu contenessero più dei semplici conti.

Il progetto di ricerca più sistematico è il Khipu Database Project dell'Università di Harvard, fondato dall'antropologo Gary Urton, che ha catalogato e digitalizzato centinaia di esemplari alla ricerca di regolarità ricorrenti. Urton ha ipotizzato che la combinazione di scelte binarie — tipo di fibra, direzione di torsione, colore — potesse funzionare come un codice in grado di trasportare anche significati non numerici, un'idea suggestiva ma ancora dibattuta.

La svolta dei quipu di Collata

Un passo avanti è arrivato nel 2017, quando l'antropologa Sabine Hyland studiò due quipu conservati e tramandati nel villaggio andino di San Juan de Collata. In uno studio pubblicato su Current Anthropology, Hyland sostenne che quei manufatti contenessero elementi fonetici, una sorta di scrittura logosillabica in cui combinazioni di colori e fibre corrisponderebbero a sillabe legate ai nomi dei lignaggi locali. Se confermata, sarebbe la prova che almeno alcuni quipu superano la pura contabilità per avvicinarsi a un vero sistema di scrittura.

Una memoria quasi cancellata

Molti quipu andarono distrutti durante la conquista spagnola: nel 1583 il Terzo Concilio di Lima ne ordinò la distruzione perché considerati strumenti "idolatrici", legati alla religione e alla memoria indigena che i colonizzatori volevano cancellare. Sopravvissero soprattutto gli esemplari sepolti nelle tombe del deserto costiero del Perù, dove l'aridità estrema ha conservato le fibre per secoli.

Oggi quei nodi rappresentano una delle grandi sfide aperte dell'archeologia e della linguistica: un sistema di registrazione sofisticato, profondamente diverso da qualunque scrittura conosciuta, di cui comprendiamo bene la grammatica dei numeri ma non ancora, forse, quella delle parole. Decifrarli del tutto significherebbe restituire voce diretta a una civiltà che ha lasciato pochissime testimonianze scritte dal proprio punto di vista.

Un confronto con le altre scritture

Il quipu occupa un posto unico nella storia della comunicazione umana. A differenza dei geroglifici egizi, della scrittura cuneiforme o degli alfabeti, non è un sistema grafico bidimensionale tracciato su una superficie, ma un oggetto tridimensionale e tattile, che si "leggeva" anche con le dita. Questa natura lo rende affascinante e insieme difficilissimo da decifrare con i metodi tradizionali della linguistica, pensati per segni visivi. Proprio per questo l'intelligenza artificiale e l'analisi statistica dei pattern stanno entrando oggi nello studio dei nodi, alla ricerca di regolarità nascoste che l'occhio umano fatica a cogliere. Comprendere appieno i quipu significherebbe non solo decifrare un codice, ma riconoscere che una grande civiltà amministrò milioni di persone con una tecnologia dell'informazione radicalmente diversa dalla nostra, eppure altrettanto efficace.

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