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Quipu: la 'scrittura' inca a nodi che codificava 1.500 km di impero in cordicelle di lana

Sistema posizionale in base 10, 600 esemplari sopravvissuti e una banca dati a Harvard: cosa stiamo riuscendo a leggere.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Rovine inca di Machu Picchu con terrazzamenti sul fianco della montagna
Rovine inca di Machu Picchu con terrazzamenti sul fianco della montagna

Quando nel 1532 Francisco Pizarro arrivò a Cajamarca, l'impero Inca contava quattro province, almeno 12 milioni di abitanti e oltre 40.000 chilometri di strade lastricate. Eppure non aveva alfabeto. La memoria dello Stato era affidata a fasci di corde di lana di alpaca e di camelide, annodate in un modo preciso e tinte di tutti i colori: i quipu (o khipu, dal quechua «nodo»). I cronisti spagnoli ne distrussero la maggior parte, ma circa 600 esemplari sono arrivati fino a noi. E oggi sappiamo leggere almeno la metà di quello che ci dicono.

Cosa è esattamente un quipu

Un quipu tipico è formato da una corda principale orizzontale dalla quale pendono decine, a volte centinaia, di cordicelle secondarie chiamate pendant. A loro volta i pendant possono ospitare sotto-cordicelle (subsidiaries) e accoglierne, in casi rari, fino a tre livelli annidati. I nodi possono essere di tre tipi: singolo, a otto e composto a più giri. Posizione lungo la corda, tipo di nodo, direzione di torsione (S o Z) e colore della lana sono tutti parametri di codifica. Il museo etnografico di Berlino ne conserva uno con 1.500 pendant: una specie di registro amministrativo in cordicelle, come ricorda la voce dedicata sull'Encyclopaedia Britannica.

Il sistema decimale che è stato decifrato

La parte numerica dei quipu è stata l'unica parzialmente decodificata, grazie alla matematica statunitense Marcia Ascher e a suo marito Robert negli anni Settanta. Ogni pendant rappresenta un numero in base 10, letto dal basso verso l'alto: i nodi più vicini all'estremità libera valgono le unità, sopra le decine, poi centinaia, migliaia. Il nodo «a otto» identifica la cifra finale (per evitare confusione con lo zero). Lo zero, infatti, è rappresentato dall'assenza di nodi in una posizione, come spiega un paper su arXiv dedicato al sistema di numerazione del khipu.

Mura inca in pietra a incastro nella regione di Cusco
L'impero Inca amministrava territori dall'Ecuador al Cile centrale grazie a una rete di registri tessili: i quipu funzionavano come l'archivio dello Stato. Foto: Pexels / Max Parada Valdivia

La parte ancora indecifrata: si potevano scrivere anche storie?

Quello che sfugge è se i quipu contenessero solo cifre o anche un linguaggio narrativo. L'archeologo Gary Urton, della Harvard University, ha dedicato la carriera a questa domanda. Nel 2003 ha pubblicato Signs of the Inka Khipu, in cui ipotizza che la combinazione di torsione, colore e tipo di nodo formi un sistema binario di sette variabili, capace di codificare oltre un migliaio di unità semantiche distinte — abbastanza per registrare nomi propri, eventi, generi. Per testare l'ipotesi Urton e Carrie Brezine hanno fondato il Khipu Database Project, con fondi di Harvard e della National Science Foundation: la banca dati raccoglie misure e mappe di tutti i quipu esistenti.

I khipu narrativi di San Juan de Collata

Una svolta è arrivata nel 2018 con la scoperta dei due quipu del villaggio di San Juan de Collata, in Perù centrale: 487 e 502 pendant ciascuno, conservati per secoli in casseforti di pelle dagli anziani locali, che li chiamano «lettere». Il giovane antropologo Sabine Hyland ha mostrato che i 95 simboli (combinazioni di colore + torsione + animale di provenienza della fibra) corrispondono a sillabe del quechua e dell'aymara: il primo indizio di una funzione narrativa, anche se circoscritta a un periodo post-conquista. La scheda del progetto sul sito del National Endowment for the Humanities riassume lo stato della ricerca.

Cosa registravano i quipu imperiali

  • Censimenti: numero di abitanti per ayllu (comunità), suddivisi per età e sesso.
  • Tributi: quantità di mais, patate, tessuti, oro consegnati al fisco imperiale.
  • Truppe: leva e logistica delle legioni.
  • Calendario: cicli rituali e date astronomiche.
  • Memoria storica: nei quipu «reali», le imprese degli imperatori (forse).

Perché ne sono sopravvissuti così pochi

Il 1583, terzo Concilio di Lima, fu fatale per i quipu: l'arcivescovo Toribio de Mogrovejo li dichiarò «idolatrici» e ordinò di bruciarli. Migliaia di registri imperiali, accumulati nei depositi statali (colcas), andarono in fumo. Gli esemplari giunti fino a noi sono perlopiù quelli che le comunità andine avevano sepolto con i defunti o nascosto nei santuari di alta quota, come ricostruisce la World History Encyclopedia.

Domande frequenti

Posso vedere un quipu autentico in Europa?

Sì: il Museo etnologico di Berlino, il British Museum a Londra e il Museo Larco a Lima ne espongono. In Italia il Museo Pigorini di Roma ne conserva alcuni esemplari nel deposito.

I quipu sono solo Inca?

No. La tecnica dei nodi è preinca: il quipu più antico noto risale a circa il 2.500 a.C., rinvenuto a Caral, lo stesso sito archeologico in cui Ruth Shady ha datato la più antica città dell'America.

Esiste un quipu «tradotto»?

Sì: il quipu di Puruchuco, decodificato da Urton nel 2005, contiene il censimento di tre villaggi della valle del Rímac, con i totali di abitanti per età e fascia tributaria.

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