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Tamburi parlanti del Congo: la lingua tonale che corre per 100 chilometri di foresta

Il missionario inglese John Carrington documentò negli anni '30 come i Kele dello Stanleyville trasmettessero messaggi complessi battendo due toni su un tamburo a fessura, riproducendo la melodia della loro lingua.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Tamburi tradizionali africani suonati da un percussionista in Ghana
Tamburi tradizionali africani suonati da un percussionista in Ghana

Nella foresta pluviale della Repubblica Democratica del Congo è esistita per secoli una rete di telecomunicazioni che non aveva bisogno di cavi, di antenne né di elettricità: bastavano due tronchi scavati e un paio di bacchette. Il sistema dei tamburi parlanti dei Lokele (o Kele) trasmetteva messaggi complessi a 8-10 chilometri di distanza, e di tamburo in tamburo poteva attraversare oltre 100 chilometri di foresta in poche ore. Non si trattava di codici cifrati o di alfabeti percussivi: i tamburi parlavano letteralmente la lingua dei villaggi.

Una lingua a due toni che si lascia tradurre in legno

Il kele è una lingua bantu tonale con due toni nettamente distinti, alto e basso, in cui ogni sillaba ha un'intonazione lessicalmente significativa. La parola liala, ad esempio, significa «fidanzata» con la sequenza alto-alto, ma «fossa per spazzatura» se l'intonazione cambia. Quando i Lokele suonano il tamburo a fessura (lokole in lingua locale), ricavato da un singolo tronco scavato e con due labbra di spessore diverso, riproducono esattamente quei due toni: la labbra più spessa dà la nota grave, quella più sottile la nota acuta.

Il problema, ovviamente, è che senza vocali e consonanti la parola liala alto-alto è omofona a decine di altri termini. La soluzione, scoperta dagli stessi Lokele e descritta in dettaglio dal missionario inglese John F. Carrington nel volume The Talking Drums of Africa (1949), è geniale: ogni concetto viene espanso in una frase proverbiale lunga e ridondante, talmente ricca di toni da risultare unica.

Foresta pluviale dell'Africa equatoriale, ambiente naturale dei Lokele
La foresta equatoriale congolese, dove i suoni acuti dei tamburi a fessura viaggiano per chilometri. Foto: Lloyd Douglas / Pexels.

Le metafore tamburate: poesia per necessità tecnica

Per dire «denaro», il tamburo non batte la parola breve mbongo (che condivide il profilo tonale con troppi altri termini), ma una formula stereotipata che il fisico Freeman Dyson, in un saggio del 2011 sulla New York Review of Books, traduce come «i pezzi di metallo che dirimono le contese». La pioggia diventa «il cattivo spirito figlio del cobra sputante e del sole»; la luna è «ciò che guarda la terra». Le frasi possono essere lunghe otto-dieci toni, e la loro lunghezza non è una zavorra: è proprio la ridondanza che rende il messaggio identificabile sopra il rumore della foresta.

Carrington stimò che un esperto suonatore di lokole avesse in repertorio diverse migliaia di queste formule. Una convocazione semplice come «Vieni qui» diventava, nella versione tamburata, «Fai venire i tuoi piedi, fai venire le tue gambe in questo posto». La letteratura orale africana raccolta dall'antropologa Ruth Finnegan documenta come anche poesie, genealogie e annunci pubblici di morte fossero trasmessi via tamburo, spesso con un'eleganza letteraria che resta intraducibile.

Una rete sociale prima delle reti sociali

Il sistema era straordinariamente efficiente. Un osservatore stupito raccontava a Carrington di aver visto un visitatore europeo annunciato di villaggio in villaggio prima ancora che la sua piroga arrivasse. Quando il missionario stesso fu coinvolto, il messaggio diffuso lungo il fiume Lualaba fu: «L'uomo bianco dello spirito della foresta scenderà dal cielo della casa con coccodrillo a salire fra noi»: un capolavoro di sintesi che, decodificato, significava semplicemente che il missionario stava arrivando in barca a motore.

Il linguista Clement Doke documentò già nel 1944 sulla rivista African Studies che il sistema non era esclusivo dei Lokele: tradizioni analoghe erano vive presso gli Ashanti del Ghana, gli Yoruba della Nigeria (con il famoso dùndún a clessidra) e i Bantu delle Camerunia. Tutte queste culture condividevano un prerequisito linguistico: una lingua tonale, in cui l'altezza musicale fa parte del significato.

Suonatori ghaneani con tamburi tradizionali durante un'esibizione
Esibizione di percussionisti ghaneani: anche le tradizioni Ashanti dell'Africa occidentale conservano la pratica del tamburo parlante. Foto: Jeffrey Okyere / Pexels.

Cosa abbiamo perso (e cosa abbiamo capito)

Quando Carrington pubblicò il suo libro, denunciava già un declino: i bambini delle scuole missionarie non imparavano più il tamburo. Settant'anni di radio, telefoni e infine telefonia mobile hanno fatto il resto. Oggi, racconta un'inchiesta del progetto di etnomusicologia Talking with Drums, restano nei villaggi pochi anziani in grado di tamburare le formule complete.

Eppure quel sistema ha insegnato qualcosa di profondo agli ingegneri delle telecomunicazioni. Claude Shannon, padre della teoria dell'informazione, citò esplicitamente i tamburi africani come esempio di codifica ridondante che compensa la perdita di canale: aggiungere informazione apparentemente inutile (le frasi proverbiali) per garantire che il messaggio arrivi intero anche con rumore. È lo stesso principio che oggi consente al tuo smartphone di leggere un QR-code parzialmente cancellato o ai dischi rigidi di recuperare dati da settori danneggiati.

La voce dei Kele, in altre parole, anticipava di mezzo secolo il modo in cui oggi facciamo viaggiare i bit. E lo faceva con due tronchi cavi, sotto il fogliame dell'equatore.

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