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Giorgio Perlasca: il commerciante italiano che si finse console spagnolo a Budapest e salvò 5.218 ebrei

Per 45 giorni, dal 1° dicembre 1944, l'ex volontario fascista guidò una missione diplomatica fantasma. Yad Vashem lo riconobbe Giusto tra le Nazioni nel 1989.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Veduta del Castello di Buda a Budapest sopra il Danubio in luce dorata
Veduta del Castello di Buda a Budapest sopra il Danubio in luce dorata

Per 43 anni nessuno sapeva nulla. Giorgio Perlasca, classe 1910, padovano, ex volontario italiano nella guerra di Spagna, tornato in Italia dopo la guerra aveva ripreso a fare il commerciante di bestiame e non aveva mai raccontato — nemmeno alla moglie e al figlio — i quarantacinque giorni che aveva passato a Budapest tra il 1° dicembre 1944 e il 16 gennaio 1945, fingendosi console di Spagna, salvando 5.218 ebrei ungheresi dalla deportazione ad Auschwitz. Nel 1987 alcune donne ebree, che avevano vissuto le settimane sotto la sua protezione, lo ritrovarono attraverso il giornale della Comunità ebraica di Budapest. Solo allora l'Italia scoprì uno dei suoi pochi eroi della Shoah.

Da volontario nella guerra di Spagna a commerciante in Ungheria

Giorgio Perlasca nasce a Como il 31 gennaio 1910 e cresce a Maserà di Padova. Nazionalista, si arruola volontario nella guerra d'Etiopia (1935) e poi in Spagna a fianco di Franco (1936-39). La Spagna gli rilascia una letra de identidad con cui può chiedere protezione consolare in qualsiasi paese del mondo: questa carta diventerà la chiave di tutto. Disilluso dal fascismo dopo le leggi razziali del 1938, dopo l'8 settembre 1943 rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale. Si trova a Budapest, dove era arrivato nel 1942 come rappresentante della SAIB, una società italiana di carne in scatola che riforniva l'esercito italiano in Russia.

La trasformazione del 30 novembre 1944

Il 15 ottobre 1944 l'Ungheria viene occupata dai nazisti, che mettono al potere il partito ungherese filo-nazista, le Croci Frecciate di Ferenc Szálasi. Iniziano deportazioni di massa: in pochi mesi vengono assassinati a piedi durante le marce della morte verso il confine austriaco circa 600.000 ebrei ungheresi. Le ambasciate dei paesi neutrali (Svezia con Raoul Wallenberg, Svizzera con Carl Lutz, Spagna con Ángel Sanz Briz) iniziano a rilasciare letras de proteccion, salvacondotti diplomatici che escludono i possessori dalle deportazioni.

Sanz Briz, console spagnolo, ha già protetto 2.795 ebrei quando, il 30 novembre 1944, riceve l'ordine di abbandonare Budapest, dato che la Spagna franchista non riconosce più il governo Szálasi. Perlasca, presentatosi alla legazione settimane prima per ottenere asilo, si offre come custode delle case protette dalla bandiera spagnola. Sanz Briz parte; Perlasca, il giorno dopo, comunica a Ferenc Szálasi che è il nuovo console. Non lo è. Non è nemmeno un diplomatico. Non parla spagnolo da madrelingua. Eppure regge la finzione per 45 giorni, come ricostruisce la voce enciclopedica e l'archivio della Fondazione Giorgio Perlasca.

Veduta del Parlamento di Budapest sul Danubio in luce serale
A Budapest, lungo il Danubio, Perlasca gestì otto case protette per ebrei sotto la giurisdizione «spagnola». Sulla riva del fiume sono ancora visibili le scarpe di bronzo memoriale agli ebrei fucilati dalle Croci Frecciate. Foto: Pexels / Balázs Nemes

Cosa fece davvero in quei 45 giorni

Perlasca prese in carico otto edifici lungo il Danubio dichiarati «territorio spagnolo» e gestì la protezione di circa 5.200 ebrei rifugiati al loro interno. Stampò e firmò documenti di cittadinanza spagnola fittizia citando una vecchia legge spagnola del 1924 che concedeva la nazionalità ai sefarditi, ampliata da lui a chiunque ne avesse bisogno. Tenne un registro maniacale: ogni protetto era schedato con foto e dati. Pagò di tasca sua e dei fondi diplomatici cibo, carbone e medicinali per le case affollate.

L'episodio simbolico — raccontato dallo stesso Perlasca anni dopo — è quello del 5 gennaio 1945, sotto la cattedrale di Santo Stefano. Un'unità delle Croci Frecciate sta caricando su camion due ragazzini sefarditi quando arriva Perlasca, in tenuta diplomatica. Discute con il maggiore Ferenczy, ufficiale di collegamento di Eichmann. Quando questi grida «Padre Spagnolo, basta!», Perlasca alza la voce: «Cittadini spagnoli! Li riportate immediatamente alla casa numero 26!». La scena è raccontata anche in una scheda dell'Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna.

Yad Vashem e il riconoscimento tardivo

Quando i sovietici liberano Budapest, Perlasca consegna la legazione ai diplomatici svizzeri, prende un treno e torna a casa. Non chiede nulla. Lavora in Italia, va in pensione. Nel 1987 una sopravvissuta, Edith Weiss, riesce a rintracciarlo. Yad Vashem lo proclama Giusto tra le Nazioni il 25 settembre 1989. Sono seguite onorificenze da Italia, Spagna, Ungheria e Israele. Perlasca muore a Padova il 15 agosto 1992. Lo scrittore Enrico Deaglio ha raccontato la vicenda nel libro La banalità del bene (Feltrinelli, 1991), titolo che ribalta consapevolmente Hannah Arendt: contro la banalità del male, esiste anche una banalità del bene, fatta da persone qualsiasi.

Le parole di Perlasca

«Voi cosa avreste fatto al mio posto?» — rispondeva Perlasca a chi gli chiedeva perché lo aveva fatto. E ancora: «Non sono un eroe. Mi sono trovato a passare di lì.»

La scheda Gariwo della Foresta dei Giusti conserva diverse delle sue dichiarazioni pubbliche. La motivazione non fu mai religiosa né ideologica: fu morale ed empirica, di chi si trova davanti a una violenza e non riesce a girarsi dall'altra parte.

Per saperne di più

  • Enrico Deaglio, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli 1991.
  • Fondazione Giorgio Perlasca (Padova): archivio integrale, documenti originali e percorsi didattici.
  • Memoriale Yad Vashem, file 4068.
  • Film TV Rai «Perlasca, un eroe italiano», 2002, con Luca Zingaretti.

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