Storie
Hugh Glass: 320 chilometri strisciando dopo l'attacco di un grizzly
1823, Sud Dakota. Un cacciatore di pellicce viene massacrato da un orso, abbandonato in una fossa e dato per morto. Sopravvive e percorre da solo la prateria.

Hollywood ne ha tratto un film con Leonardo DiCaprio nel 2015, The Revenant, vincitore di tre premi Oscar. Ma la storia vera è ancora più impressionante di quella raccontata sullo schermo. Nell'agosto del 1823, da qualche parte nelle pianure dell'attuale Sud Dakota, un cacciatore di pellicce di nome Hugh Glass fu attaccato da un'orsa grizzly, lasciato in una fossa con la sua tomba già scavata e considerato morto da chiunque lo conoscesse. Quando i suoi compagni rividero il suo volto, mesi dopo, si trovarono davanti a un fantasma con la pelle ricucita.
Un trapper sulla frontiera
Di Hugh Glass si sa molto poco prima del 1823. Le poche fonti convergono su pochi dati: nato in Pennsylvania probabilmente verso il 1783, di origini scozzesi-irlandesi, marinaio in gioventù, forse catturato dai pirati di Jean Lafitte nel Golfo del Messico, sicuramente catturato dai Pawnee per qualche anno prima di tornare nei circuiti commerciali bianchi.
Nel 1822 si arruola con la Rocky Mountain Fur Company guidata dal generale William Henry Ashley, una compagnia che cerca cacciatori esperti per le terribili spedizioni di caccia al castoro nelle terre alle pendici delle Montagne Rocciose. È durante una di queste spedizioni, lungo il fiume Grand River, che il 23 agosto 1823 (o pochi giorni intorno a quella data) Glass incappa in una femmina di grizzly con due cuccioli.
L'attacco
L'orsa lo carica senza preavviso. Glass, sorpreso, scarica un colpo di fucile a distanza ravvicinata che probabilmente la ferisce a morte ma non la ferma. L'animale lo solleva, gli morde la testa e il collo, gli stacca buona parte del cuoio capelluto, gli sfonda la gola e gli rompe la gamba sinistra. I suoi compagni, attratti dalle grida, arrivano e finiscono l'orso, ma Glass è ridotto in condizioni che sembrano inguaribili. Ha squarci aperti sulla schiena, una caviglia spezzata, perde sangue da ogni parte.
La fossa nella prateria
Il capitano Andrew Henry, comandante della spedizione, valuta che il gruppo non può rallentare per portarlo: c'è il rischio di essere intercettati dagli Arikara, una tribù ostile. Lascia indietro due uomini, John Fitzgerald e Jim Bridger (quest'ultimo ha appena 19 anni), con l'incarico di vegliare su Glass fino alla morte, dargli una sepoltura cristiana e poi ricongiungersi al gruppo.
Glass, però, non muore. Resiste tre, quattro, cinque giorni. Bridger e Fitzgerald sono soli in territorio ostile, con un ferito che non si decide a spirare. A un certo punto, esauriti dalla tensione, decidono di andarsene. Prima di farlo gli portano via il fucile, il coltello e la borraccia, lo coprono di rami in una fossa poco profonda e raggiungono il resto della compagnia, riferendo che Glass è morto.
Il risveglio
Quando si risveglia, completamente solo, senza armi e gravemente ferito, Hugh Glass si trova a circa 320 chilometri dal forte più vicino, Fort Kiowa, sul fiume Missouri. Le sue ferite alla schiena sono già infette. La gamba spezzata non gli consente di camminare. Il rancore, però, sembra avere un effetto farmacologico potente: sopravvivere, secondo i suoi biografi, diventa per Glass un mezzo per riprendersi le sue armi.
Sei settimane strisciando
I racconti dei diari di altri trapper, raccolti pochi anni dopo, sono concordi nei punti essenziali. Glass:
- Si rimette in posizione l'osso della gamba da solo e immobilizza l'arto con bastoni e cinghie ricavate dai vestiti.
- Posiziona la propria schiena su un cumulo di larve (probabilmente bachi e maggotti) per consentire a queste di pulire la carne marcia: una pratica documentata in medicina militare ottocentesca, oggi nota come maggot therapy.
- Si nutre per settimane di radici, bacche, serpenti uccisi a colpi di sasso, carogne di bisonti abbandonate dai branchi di lupi, che riesce a far fuggire facendosi vedere con cautela.
- Percorre buona parte del tragitto a quattro zampe o strisciando, seguendo grosso modo il corso del fiume per disorientarsi il meno possibile.
Per buona parte del cammino lo aiutano cacciatori della tribù Sioux Lakota, che incontrano un uomo in stato pietoso e gli offrono pellame, cibo e una guida fino al Missouri.
A metà ottobre 1823, dopo circa sei settimane, Hugh Glass entra zoppicando a Fort Kiowa. Gli abitanti pensano di vedere un revenant. Le sue ferite sono in fase di guarigione, la sua leggenda comincia in quel momento.
La vendetta che non ci fu
Glass passò l'inverno a recuperare e procurarsi un nuovo fucile. Quando si rimise in viaggio, aveva un solo obiettivo: trovare Fitzgerald e Bridger. Raggiunse Bridger nell'inverno 1823-24 in un avamposto sul fiume Yellowstone. Lo trovò più giovane di quanto si fosse immaginato e lo perdonò, accettando come attenuante l'età e la subordinazione gerarchica.
Fitzgerald, il vero responsabile della scelta, si era nel frattempo arruolato nell'esercito statunitense. Glass lo rintracciò ma scoprì che uccidere un soldato regolare avrebbe significato la forca. Si limitò a recuperare il suo fucile, perdonando anche lui in cambio.
Una fine quasi banale
Hugh Glass continuò a fare il trapper per altri otto anni. Morì all'inizio del 1833, ucciso da un piccolo gruppo di guerrieri Arikara nei pressi del fiume Yellowstone, in circostanze tragicamente normali per chi viveva sulla frontiera. La sua tomba esatta non è mai stata individuata.
Domande frequenti
La storia è davvero accaduta o è una leggenda?
Il nucleo della vicenda è documentato in più fonti contemporanee, fra cui un articolo del 1825 del The Port Folio di Philadelphia che fu uno dei primi a raccontare l'episodio. I dettagli più drammatici, come la conversazione con l'orso o il modo esatto di rimettere a posto la gamba, derivano da resoconti orali successivi e sono difficili da verificare.
I film raccontano la verità?
Solo in parte. The Revenant (2015) inserisce elementi inventati come la morte del figlio mezzosangue di Glass, che non è mai esistito. La traversata, l'attacco del grizzly e l'abbandono sono però sostanzialmente storici.
Esiste un monumento?
Sì. Sul lago Shadehill, in Sud Dakota, sorge un piccolo monumento The Hugh Glass Memorial, dove sarebbe avvenuto l'attacco. È visitabile gratuitamente.
Come fece a non morire di sepsi?
La combinazione di fattori che lo salvarono è oggetto di studio: la terapia con le larve (debridement biologico, pratica oggi usata in medicina ricostruttiva), il clima freddo che rallentò le infezioni, una probabile robustezza costituzionale fuori dal comune.
Una storia che parla di noi
La vicenda di Hugh Glass è stata raccontata e romanzata per quasi due secoli perché contiene tutti gli ingredienti che ci affascinano: la natura ostile, la viltà degli altri, la forza di volontà di uno solo, il dilemma della vendetta. La realtà supera la finzione: un uomo gravemente ferito, lasciato a morire da chi avrebbe dovuto difenderlo, percorre 320 chilometri di prateria selvaggia e ritorna fra i vivi. Quando si scrive di sopravvivenza, il suo nome resta uno dei pochi al di sopra di ogni esagerazione.
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