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Il serpente volante: come la Chrysopelea plana di albero in albero

Niente ali, ma costole appiattite e un'ondulazione aerea che lo stabilizza: la biomeccanica del serpente del paradiso

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Serpente del paradiso (Chrysopelea paradisi) dai colori verdi e rossi avvolto su un ramo
Serpente del paradiso (Chrysopelea paradisi) dai colori verdi e rossi avvolto su un ramo

Immagina di camminare in una foresta pluviale del Sud-est asiatico e di vedere un serpente volante staccarsi dal ramo di un albero, distendersi nell'aria e attraversare il vuoto fino alla chioma successiva. Non è fantasia: i serpenti del genere Chrysopelea, e in particolare il serpente del paradiso (Chrysopelea paradisi), sono tra i pochi rettili al mondo capaci di spostarsi planando di albero in albero. Non battono ali e, a rigore, non volano: trasformano il proprio corpo in una superficie portante e si lasciano scivolare nell'aria con un controllo sorprendente.

Dietro questa acrobazia si nasconde una biomeccanica raffinata, studiata per anni nei laboratori e svelata in dettaglio solo di recente. Vediamo come funziona, quante specie esistono e perché questi animali hanno ispirato ingegneri e progettisti di robot.

Densa foresta pluviale tropicale con chioma verde avvolta nella nebbia
L'habitat tipico dei serpenti volanti: le fitte foreste pluviali, dove planare tra le chiome è un modo efficiente per spostarsi ed evitare i predatori a terra. Foto via Pexels.

Cinque specie di planatori arboricoli

Il genere Chrysopelea comprende cinque specie, tutte diffuse tra l'Asia meridionale e quella sud-orientale. La più studiata è il serpente del paradiso, Chrysopelea paradisi, considerato il miglior planatore del gruppo. Accanto a lui troviamo il serpente d'albero dorato (Chrysopelea ornata), il più grande e dal volo più impacciato; il piccolo Chrysopelea pelias (twin-barred tree snake), che plana meno bene del cugino del paradiso; il Chrysopelea rhodopleuron delle isole indonesiane di Ambon e Sulawesi; e il Chrysopelea taprobanica, diffuso tra lo Sri Lanka e l'India peninsulare.

Si tratta di serpenti arboricoli, agili arrampicatori che passano gran parte della vita tra i rami. La planata non è solo spettacolo: è un modo efficiente di coprire distanze tra gli alberi senza scendere al suolo, dove i predatori sono più numerosi.

Dalla "J" al frisbee: la meccanica del lancio

Il momento del decollo è preciso e ripetibile. Prima di lanciarsi, il serpente sporge la parte anteriore del corpo dal ramo e la piega a forma di J. Da questa posizione si dà la spinta verso l'alto e in avanti, staccandosi dal supporto. È un movimento esplosivo che gli permette di guadagnare quota e velocità iniziale.

Una volta in aria avviene la trasformazione decisiva. Il serpente appiattisce le costole lungo tutta la lunghezza del corpo: la sezione, normalmente tondeggiante, diventa concava verso il basso, una sorta di semicilindro o "frisbee" allungato. In questo modo la larghezza del corpo arriva quasi a raddoppiare, e la pancia incavata cattura l'aria come un'ala rudimentale. Da animale cilindrico, il serpente diventa di fatto una superficie portante: ciò che la fisica chiama profilo alare, sia pure imperfetto.

Grazie a questa geometria, un esemplare lanciato dall'alto di un albero può coprire distanze orizzontali nell'ordine dei 10-30 metri, con le planate più lunghe favorite da un'altezza di partenza maggiore. Non è un volo libero come quello di un uccello, ma una discesa controllata in cui il serpente perde quota mentre avanza, dirigendo la traiettoria con straordinaria efficacia.

Grande albero in una foresta verde con chioma fitta vista dal basso
Tra una chioma e l'altra: per un serpente del paradiso una planata può coprire da una decina fino a circa trenta metri. Foto via Pexels.

L'ondulazione aerea: il segreto contro il ribaltamento

Per anni il dettaglio più misterioso è rimasto un altro. Mentre plana, il serpente non resta rigido: continua a ondeggiare lateralmente, esattamente come farebbe strisciando al suolo. Era un riflesso inutile, un residuo del movimento terrestre, oppure aveva una funzione precisa?

La risposta è arrivata nel 2020 da un team della Virginia Tech guidato dal biologo Jake (John) Socha, con il lavoro Undulation enables gliding in flying snakes, pubblicato su Nature Physics (vol. 16, pp. 974-982). I ricercatori hanno registrato oltre cento planate di serpenti del paradiso vivi usando la cattura del movimento ad alta velocità, applicando marcatori riflettenti lungo il dorso degli animali, e hanno poi costruito un modello dinamico tridimensionale del volo.

L'ondulazione aerea è composta da un'onda orizzontale e una verticale, sfasate di 90 gradi e con frequenze che differiscono di un fattore due: nei modelli simulati senza ondulazione, il serpente falliva la planata a causa di instabilità di rollio e beccheggio.

In altre parole, l'ondeggiamento serve a non ribaltarsi. Senza quel movimento ritmico, il corpo appiattito tenderebbe a girarsi su sé stesso e a precipitare in modo caotico. Con l'ondulazione, invece, il moto rotazionale si stabilizza e la planata diventa molto più lunga ed efficiente. Quel gesto che sembrava un retaggio inutile è in realtà il sistema di controllo del volo.

Velenoso ma innocuo: il rischio per l'uomo

Una domanda sorge spontanea: questi serpenti sono pericolosi? Tecnicamente sì, sono lievemente velenosi. Appartengono ai cosiddetti serpenti opistoglifi, dotati di piccoli denti veleniferi fissi nella parte posteriore della bocca. Il veleno è efficace contro le piccole prede di cui si nutrono, soprattutto lucertole e talvolta piccoli vertebrati, ma per l'essere umano è considerato innocuo: il genere Chrysopelea non compare nelle liste dei serpenti pericolosi per le persone.

Sono animali schivi, e l'incontro ravvicinato è raro. Il loro fascino sta tutto nell'abilità di trasformare un corpo apparentemente inadatto al volo in una macchina planante.

Dalla foresta al laboratorio: biomimetica e robotica

Proprio questa efficienza ha attratto l'attenzione di ingegneri e progettisti. Studiare come un cilindro vivente diventi una superficie portante stabile, senza arti né ali, offre spunti preziosi per la biomimetica. I modelli sviluppati nel laboratorio di Socha (il cui lavoro è documentato anche su flyingsnake.org) hanno aiutato a capire come una forma semplice possa generare portanza e mantenersi stabile in aria.

Le applicazioni immaginate vanno dai piccoli robot capaci di spostarsi tra superfici sopraelevate, ai droni o ai dispositivi di soccorso che debbano planare in modo controllato in ambienti difficili. Un serpente che ondeggia nel vuoto della foresta pluviale, insomma, può insegnarci qualcosa su come progettare oggetti volanti privi di ali tradizionali. Riprodurre in laboratorio un corpo lungo e flessibile che resti stabile in aria è una sfida ingegneristica notevole, ed è proprio osservando la natura che si trovano le soluzioni più eleganti.

Vale la pena ricordare che, nonostante la fama, restano molte cose da capire: come il serpente regoli con precisione la traiettoria, come scelga il punto di atterraggio e quali siano i limiti reali delle sue planate in natura. Ogni nuova ricerca aggiunge un tassello a un quadro ancora in costruzione, e fa del modesto serpente del paradiso un protagonista inatteso della fisica del volo.

Il serpente volante resta uno degli esempi più affascinanti di come l'evoluzione possa risolvere un problema apparentemente impossibile, trasformando il movimento ordinario dello strisciare nell'arte sorprendente di planare tra le chiome.

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