Corpo Umano
Microchimerismo fetale: ogni madre porta nel proprio corpo cellule del figlio per decenni (anche nel cervello)
Nel 1996 Diana Bianchi (Tufts) trova nel sangue di una donna cellule del figlio dato alla luce 27 anni prima. Da allora le ritroviamo nel cuore, nel fegato, nella tiroide e perfino nella sostanza grigia.

Quando una donna ha avuto un figlio, una parte di lui resta. Non è una metafora. È un fatto biologico misurabile, documentato da decine di studi, che porta il nome di microchimerismo fetale: un mosaico cellulare per cui ogni madre, dal primo trimestre di gravidanza in avanti, ospita nel proprio corpo cellule geneticamente non sue, ereditate dal bambino che ha portato in grembo. E non per qualche settimana, non per qualche anno: per decenni. Nel suo sangue, nei suoi organi, persino — secondo gli studi più recenti — nel suo cervello.
1996, Boston: lo studio che ha cambiato la medicina materno-fetale
La parola "chimera", nella mitologia greca, indicava un mostro composto da parti di animali diversi. In biologia, un chimerismo è la coesistenza nello stesso individuo di cellule con DNA diverso. Il microchimerismo è lo stesso fenomeno ma a piccole dosi: una manciata di cellule "aliene" su miliardi di cellule proprie.
La scoperta è del 1996, quando la genetista pediatrica Diana W. Bianchi (allora al Tufts Medical Center di Boston, oggi direttrice del National Institute of Child Health and Human Development) pubblicò un articolo destinato a fare scuola: aveva analizzato il sangue di donne in postmenopausa cercando sequenze del cromosoma Y. Le donne hanno solo cromosomi X: qualunque tratto di DNA con marcatori Y può solo provenire da un figlio maschio. Bianchi trovò DNA del cromosoma Y nel sangue di una donna che aveva dato alla luce un figlio 27 anni prima. Il messaggio era chiaro: le cellule del feto non vengono rimosse dopo il parto. Restano in circolo, anche dopo decenni, anche quando il figlio è ormai adulto.

Come arrivano (e dove si nascondono)
Il meccanismo è in parte ancora oggetto di ricerca. Si sa che le cellule passano dal feto alla madre già dalle sei settimane di gestazione, attraversando il trofoblasto e la placenta attraverso piccole vie di micro-emorragia. Si tratta soprattutto di cellule staminali emopoietiche, mesenchimali e progenitrici endoteliali — quelle, in altre parole, in grado di proliferare e di colonizzare nuovi tessuti.
Una review pubblicata nel 2016 su Chimerism e firmata da Vinayak Rajan e Diana Bianchi conta i tessuti in cui sono state trovate cellule fetali femminili (con cromosoma Y) anche decenni dopo la gravidanza: sangue, midollo osseo, polmoni, fegato, cuore, tiroide, ghiandole salivari, pelle, cervello. Ogni nuovo organo sondato ne ha rivelate. Lo studio probabilmente più sconvolgente è quello del 2012 firmato da William Chan e Lee Nelson del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, pubblicato sulla rivista PLOS ONE: l'analisi di campioni cerebrali ottenuti dall'autopsia di 59 donne mostrò DNA del cromosoma Y nel 63% dei cervelli esaminati (37 donne su 59), con cellule sparse in più aree corticali e sottocorticali. La donna più anziana in cui furono trovate cellule fetali nel cervello aveva 94 anni.
Amiche, nemiche o spettatrici?
Una volta accettato il dato (le cellule sono lì, sono del figlio, e ci stanno per decenni), la domanda diventa: cosa fanno? La risposta breve è: non lo sappiamo del tutto. Ma si stanno accumulando indizi su tre versanti.
Il primo è riparativo. Studi sui topi e sulle donne hanno trovato cellule fetali concentrate nei tessuti danneggiati: nelle aree di infarto del cuore materno, nelle cicatrici da chirurgia, nei seni colpiti da carcinoma. È come se l'organismo della madre mobilitasse cellule giovanissime, ad alta plasticità, di provenienza fetale, per partecipare alla riparazione. Una review uscita nel 2023 sulla Frontiers in Immunology parla apertamente di "contributo benefico al wound healing" delle cellule microchimeriche.
Il secondo è protettivo. Le donne che hanno avuto figli mostrano statisticamente un'incidenza ridotta di alcuni tumori (in particolare al seno) rispetto alle nullipare. Alcuni biologi ipotizzano un effetto di "sorveglianza immunitaria" delle cellule fetali residue, che riconoscerebbero ed eliminerebbero le cellule pre-tumorali.
Il terzo, però, è autoimmune. Le malattie autoimmuni come la sclerodermia, il lupus e la tiroidite di Hashimoto sono molto più frequenti nelle donne che hanno avuto gravidanze. Lo studio di Kristin Artlett del 1998 ha trovato cellule fetali in concentrazioni più alte del normale nei tessuti danneggiati di pazienti sclerodermiche: il sospetto è che, in soggetti predisposti, queste cellule "non-self" possano attivare la risposta autoimmune.

E il senso opposto: la madre nel figlio
Il passaggio cellulare non è unidirezionale. Anche le cellule della madre attraversano la placenta verso il figlio, dando origine al cosiddetto microchimerismo materno. Studi recenti, tra cui un articolo divulgativo dello Scientific American, mostrano che le cellule materne possono persistere nel sangue del bambino fino all'età adulta e in alcuni casi fino alla terza età. Significa che ognuno di noi, anche da adulto, porta dentro frammenti di DNA di sua madre.
Il vecchio paradigma per cui ogni essere umano è una singola entità genetica si rivela, alla luce del microchimerismo, una semplificazione. Siamo tutti, sempre, un po' più di una persona: una piccola comunità di cellule con storie diverse che convive sotto la stessa pelle. È un'immagine che ridicolizza i confini netti tra "sé" e "altro" e che, nel caso delle madri, da una rappresentazione poetica del legame parentale ne fa una verità misurabile in laboratorio.
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