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Riflesso da immersione: il programma anti-annegamento nascosto nel nostro corpo

Basta bagnarsi il viso con acqua fredda e trattenere il respiro perché il cuore rallenti da solo. È un'eredità che condividiamo con foche e delfini, e a volte salva la vita.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Persona che si immerge in apnea nell'acqua azzurra di un mare profondo
Persona che si immerge in apnea nell'acqua azzurra di un mare profondo

Provate a immergere il viso in una bacinella di acqua fredda trattenendo il respiro: nel giro di pochi secondi il vostro cuore comincerà a rallentare, senza che voi facciate nulla di consapevole. Non è magia, ma uno dei meccanismi più affascinanti della nostra fisiologia, il riflesso da immersione (o mammalian dive reflex). È un programma di emergenza che condividiamo con foche, delfini e tutti gli altri mammiferi, e che serve a un solo scopo: risparmiare ossigeno quando ci troviamo sott'acqua.

Cosa succede quando il viso tocca l'acqua

Il riflesso si attiva con una combinazione precisa: il contatto dell'acqua fredda con il volto, in particolare attorno a naso e fronte, unito all'apnea, cioè al trattenere il respiro. Come spiega la voce di fisiologia StatPearls del National Institutes of Health, questa stimolazione mette in moto tre risposte coordinate che riducono il consumo di ossigeno e lo dirottano verso gli organi che ne hanno più bisogno.

La prima è la bradicardia: il battito cardiaco rallenta, a volte in modo marcato. La seconda è la vasocostrizione periferica: i vasi sanguigni di braccia e gambe si restringono, riducendo il flusso verso i muscoli. La terza è il cosiddetto blood shift, con la milza che si contrae rilasciando in circolo globuli rossi ricchi di ossigeno. Il risultato è che cuore e cervello ricevono priorità assoluta, mentre il resto del corpo entra in modalità di risparmio energetico.

Apneista che nuota sott'acqua in un mare limpido e illuminato dal sole
Gli apneisti sfruttano il riflesso da immersione per prolungare il tempo in apnea. Credit: Emma Li / Pexels.

Il ruolo del nervo trigemino e del nervo vago

Dietro questa reazione c'è un'elegante catena di comando nervoso. I recettori sensibili al freddo e al contatto presenti sul viso inviano il segnale attraverso il nervo trigemino (il quinto nervo cranico) al tronco encefalico. Da qui parte la risposta del nervo vago (il decimo nervo cranico), che agisce da freno sul cuore rallentandone il ritmo. È un esempio da manuale di come il sistema nervoso autonomo regoli funzioni vitali senza il nostro intervento volontario, tanto che il riflesso da immersione viene usato come esperimento didattico, descritto anche in articoli dell'American Physiological Society.

Curiosamente, lo stesso circuito è imparentato con il riflesso trigemino-cardiaco, una risposta studiata anche in ambito chirurgico, come illustra una analisi pubblicata sulle riviste della comunità biomedica: stimoli sul territorio del trigemino possono provocare rallentamenti improvvisi del battito.

Più forte nei neonati e nell'acqua gelida

Il riflesso non è uguale per tutti. È particolarmente intenso nei neonati, che lo manifestano in modo spiccato nei primi mesi di vita, ed è tanto più potente quanto più fredda è l'acqua. Diversi studi sperimentali, sintetizzati in una meta-analisi pubblicata sulla rivista Psychophysiology, hanno misurato come l'immersione del viso in acqua a circa 10 °C produca un rallentamento cardiaco molto più evidente rispetto all'acqua tiepida. Temperatura, età e condizione fisica individuale modulano l'ampiezza della risposta.

Nuotatore visto dal basso mentre si muove nell'acqua blu profonda
Il riflesso è più marcato nei neonati e in acqua molto fredda. Credit: Ecrinn Burgazli / Pexels.

Quando può salvare la vita

L'aspetto più sorprendente del riflesso da immersione è il suo potenziale protettivo. In alcuni casi di annegamento in acqua molto fredda, soprattutto nei bambini, persone rimaste sommerse per molti minuti sono state rianimate senza danni cerebrali permanenti. Una delle spiegazioni proposte è proprio che il riflesso, rallentando il metabolismo e proteggendo cervello e cuore, possa offrire una finestra di sopravvivenza più lunga del previsto. È il motivo per cui in medicina d'urgenza vale il principio secondo cui, in caso di annegamento in acqua gelida, nessuno è morto finché non è caldo e morto.

Lo stesso meccanismo è alla base delle prestazioni degli apneisti, che imparano ad assecondarlo per restare sott'acqua diversi minuti, e viene perfino sfruttato in psicologia e medicina: immergere il viso nell'acqua fredda è una tecnica suggerita per abbassare rapidamente la frequenza cardiaca in alcune situazioni di forte agitazione.

Il riflesso da immersione è insomma una testimonianza vivente della nostra storia evolutiva: un retaggio condiviso con gli antenati acquatici dei mammiferi, ancora attivo dentro di noi. Basta un po' d'acqua fredda sul viso per riattivare un antico software di sopravvivenza che il nostro corpo non ha mai dimenticato.

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