Corpo Umano
Il singhiozzo: perché esiste e a cosa serviva davvero
Un riflesso inutile e fastidioso che potrebbe essere un ricordo dei nostri antenati anfibi.

Arriva all'improvviso, senza preavviso, e ci accompagna con quel suono caratteristico — «hic!» — che nessuno è mai riuscito a controllare del tutto. Il singhiozzo è una delle esperienze più universali e insieme più misteriose del corpo umano: non serve a nulla, non protegge da nulla, eppure ce l'abbiamo tutti, persino prima di nascere. Perché l'evoluzione ci ha lasciato un riflesso così inutile?
Dal punto di vista meccanico, il singhiozzo (o singulto) è una contrazione involontaria e improvvisa del diaframma, il grande muscolo a cupola che separa il torace dall'addome e governa la respirazione. La contrazione provoca una rapida inspirazione, subito interrotta dalla chiusura di scatto della glottide — la valvola delle corde vocali — circa 35 millesimi di secondo dopo. È proprio questa brusca chiusura a produrre il celebre «hic», come spiega la voce enciclopedica sul singhiozzo.
Un cortocircuito tra due nervi
Il riflesso coinvolge un arco nervoso ben preciso: i segnali partono e arrivano attraverso il nervo frenico (che comanda il diaframma, originando dalle vertebre cervicali C3-C5) e il nervo vago. È un circuito antico e profondo, situato alla base del cervello, lo stesso che governa funzioni vitali come la respirazione. Quasi tutto può scatenarlo: mangiare troppo in fretta, bere bevande gassate, un brusco cambio di temperatura, una forte emozione. In questi casi il diaframma viene «irritato» e parte la sequenza.
La teoria dei girini
La domanda più affascinante resta però evolutiva: a cosa serviva? La spiegazione più suggestiva l'ha proposta nel 2003 un gruppo di fisiologi guidato da Christian Straus in uno studio pubblicato sulla rivista BioEssays. Secondo gli autori, il singhiozzo sarebbe un fossile vivente: il residuo del meccanismo di respirazione branchiale dei nostri lontanissimi antenati acquatici.
I girini degli anfibi, infatti, respirano sia con i polmoni primitivi sia con le branchie: per spingere l'acqua sulle branchie contraggono la muscolatura della cavità orale e poi chiudono la glottide per impedire all'acqua di entrare nei polmoni. È esattamente la stessa sequenza — contrazione inspiratoria seguita da chiusura della glottide — che caratterizza il nostro singhiozzo. Il riflesso, sostengono i ricercatori, si sarebbe conservato nei circuiti nervosi dei mammiferi senza più una funzione, come un programma dimenticato in un vecchio software.

Indizi a sostegno
Diversi dettagli sostengono l'ipotesi. Il singhiozzo compare molto presto: i feti singhiozzano nell'utero già a poche settimane, prima ancora di respirare, forse per allenare i muscoli respiratori. Inoltre, come riporta anche la scheda su PubMed dello studio di Straus, il singhiozzo viene inibito quando aumenta l'anidride carbonica inalata e può essere bloccato da un farmaco, il baclofene, che agisce sugli stessi recettori coinvolti nella respirazione degli anfibi.
Quando dura troppo
Nella maggior parte dei casi il singhiozzo dura pochi minuti e i rimedi popolari — trattenere il respiro, bere acqua a piccoli sorsi, spaventarsi — funzionano perché alterano i livelli di CO2 o stimolano il nervo vago, «resettando» il riflesso. Esistono però casi estremi: l'americano Charles Osborne detiene il record di un singhiozzo durato dal 1922 al 1990, ben 68 anni. Quando il singulto persiste per giorni può segnalare un problema medico e va indagato.
Il singhiozzo, insomma, è probabilmente l'eco di un mare lontano, un gesto che i nostri antenati anfibi compivano per vivere e che noi ripetiamo, ormai senza scopo, ogni volta che mangiamo troppo in fretta.
I rimedi: cosa funziona e cosa no
Esistono decine di rimedi popolari contro il singhiozzo, e molti hanno un fondamento fisiologico. Trattenere il respiro o respirare dentro un sacchetto di carta aumenta i livelli di anidride carbonica nel sangue, e abbiamo visto che la CO2 tende a spegnere il riflesso. Bere acqua a piccoli sorsi, deglutire una cucchiaiata di zucchero, tirare la lingua o farsi spaventare agiscono invece stimolando il nervo vago o il nervo frenico, «interrompendo» il circuito che alimenta il singulto. Non c'è una ricetta valida per tutti, ma la logica di fondo è sempre la stessa: alterare la respirazione o sollecitare i nervi coinvolti.
La medicina conosce anche manovre più curiose ed efficaci nei casi ostinati, come la stimolazione della parte posteriore della gola. In situazioni cliniche persistenti si ricorre a farmaci, tra cui proprio il baclofene già citato negli studi sull'origine del riflesso.
Quando il singhiozzo è un campanello d'allarme
Nella stragrande maggioranza dei casi il singhiozzo è un fastidio passeggero e del tutto innocuo, che si risolve da solo in pochi minuti. Quando però persiste per più di 48 ore (singhiozzo «persistente») o per oltre un mese (singhiozzo «intrattabile»), diventa un sintomo da non sottovalutare: può segnalare un'irritazione del nervo frenico o del nervo vago lungo il loro percorso, oppure problemi a livello gastrico, toracico o cerebrale. In questi casi è bene rivolgersi a un medico per individuarne la causa.
Resta affascinante pensare che un gesto tanto banale custodisca, secondo gli studiosi, la memoria di un passato remotissimo. Ogni volta che facciamo «hic», potremmo star ripetendo, senza saperlo, il movimento con cui i nostri antenati anfibi spingevano l'acqua sulle branchie centinaia di milioni di anni fa: un piccolo fossile vivente che portiamo nel petto e che la scienza non ha ancora finito di decifrare.
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