Curiosità
Lineare B: come un architetto decifrò il greco più antico
Per mezzo secolo nessuno riuscì a leggere le tavolette dei palazzi micenei. Ci riuscì un architetto inglese senza laurea in lettere, dimostrando che dietro quei segni si nascondeva il greco.

Quando l'archeologo Arthur Evans portò alla luce il palazzo di Cnosso, a Creta, all'inizio del Novecento, trovò migliaia di tavolette d'argilla coperte da una scrittura sconosciuta. La chiamò Lineare B. Per oltre cinquant'anni quei segni restarono muti: nessuno sapeva quale lingua nascondessero. La loro decifrazione, avvenuta nel 1952, è una delle più belle avventure intellettuali del Novecento — e il suo protagonista non era un filologo affermato, ma un architetto autodidatta.
Un enigma vecchio di tremila anni
Le tavolette in Lineare B risalgono al periodo tra il 1450 e il 1200 a.C. e provengono dai grandi palazzi dell'età del bronzo: Cnosso a Creta, Pilo, Micene e Tirinto nella Grecia continentale. Non erano opere letterarie né testi sacri, ma archivi amministrativi: inventari di greggi, razioni di grano e olio, elenchi di armi e carri, registri di manodopera e di offerte agli dèi. La burocrazia, in fondo, è antica quanto la scrittura.
Quei documenti si erano conservati per puro caso. L'argilla non era stata cotta: erano appunti destinati a durare una sola stagione contabile. Ma gli incendi che distrussero i palazzi cossero accidentalmente le tavolette, trasformando promemoria effimeri in documenti praticamente indistruttibili, sopravvissuti più di tremila anni.
La Lineare B non è un alfabeto. È un sillabario: ciascun segno rappresenta una sillaba — una consonante seguita da una vocale — e se ne contano circa ottantasette, affiancati da un centinaio di "ideogrammi" che raffigurano direttamente l'oggetto contato (un'anfora, un cavallo, una ruota) accanto al numero. Proprio questa struttura mista rendeva la decifrazione complicata: bisognava capire quali segni fossero fonetici e quali puramente figurativi, e ricostruire i suoni senza alcun testo bilingue di riferimento, a differenza di quanto era accaduto con la celebre Stele di Rosetta per i geroglifici egizi.
Arthur Evans, convinto che la civiltà cretese fosse autonoma e non greca, passò gran parte della vita a custodire gelosamente le tavolette senza riuscire a leggerle, e di fatto ostacolò i tentativi altrui pubblicandone solo una piccola parte. Morì nel 1941 senza aver risolto l'enigma a cui aveva legato il proprio nome.
Michael Ventris, l'architetto ossessionato
A risolverlo fu Michael Ventris (1922-1956). Da ragazzo, durante una conferenza scolastica tenuta proprio da Evans, era rimasto folgorato dal mistero di quei segni. Poliglotta dotatissimo fin da bambino, divenne architetto di professione, ma non smise mai di lavorare alla Lineare B nel tempo libero, tra un progetto e l'altro.
La sua intuizione decisiva fu di tipo più matematico che linguistico. Ventris costruì delle "griglie" in cui raggruppava i segni in base a come si combinavano tra loro, ipotizzando quali condividessero la stessa vocale e quali la stessa consonante, senza ancora sapere quali suoni rappresentassero. Era un lavoro da crittografo: cercare la struttura prima del significato. Riteneva a lungo, peraltro, che la lingua nascosta fosse l'etrusco, e fu lui per primo a stupirsi del risultato.
La scoperta che ribaltò tutto
La svolta arrivò provando ad assegnare valori fonetici ad alcuni gruppi di segni che comparivano solo nelle tavolette di Creta. Ventris ipotizzò che fossero nomi di luoghi cretesi, come Cnosso, Amniso e Tiliso. Quando i conti tornarono, le altre parole che ne derivavano risultarono comprensibili in una lingua del tutto inattesa: il greco. Un greco arcaico, anteriore di cinque secoli a Omero, ma inconfondibilmente greco. Era esattamente ciò che Evans aveva sempre negato.
Nel 1952 Ventris annunciò la sua scoperta in una trasmissione radiofonica della BBC. Lo studioso John Chadwick, filologo classico di Cambridge, gli scrisse subito offrendo la propria competenza linguistica. Insieme pubblicarono nel 1953 sul Journal of Hellenic Studies l'articolo che sanciva la decifrazione, e nel 1956 l'opera fondamentale Documents in Mycenaean Greek. Proprio in quell'anno, a soli 34 anni, Ventris morì in un incidente stradale notturno, senza vedere fino in fondo il riconoscimento del suo lavoro.
Cosa ci ha rivelato
La decifrazione della Lineare B ha riscritto la storia della Grecia. Ha dimostrato che i Greci erano già presenti nell'Egeo nell'età del bronzo, secoli prima di quanto si credesse, e ha aperto una finestra straordinaria sull'economia, l'amministrazione e la religione dei palazzi micenei. Nelle tavolette compaiono già i nomi di divinità come Zeus, Era, Poseidone, Atena e Dioniso: la prova che il pantheon classico affonda radici profondissime, ben prima dei poemi omerici.
C'è anche un dettaglio quotidiano che colpisce. Tra le parole lette per prime nelle tavolette ci sono termini ancora vivi nel greco di Omero e in quello classico: ti-ri-po per il tripode, ko-wo e ko-wa per il ragazzo e la ragazza, i nomi dei mestieri e delle dee. Leggere una tavoletta micenea significa ascoltare, attraverso trentacinque secoli, la voce di uno scriba che annotava quante pecore possedeva un certo proprietario.
Resta invece ancora indecifrata la più antica Lineare A, la scrittura dei Minoici da cui la Lineare B deriva: nasconde una lingua diversa, non greca, e tuttora sconosciuta. La storia di Ventris insegna così due cose: che a volte gli enigmi più ostici cadono per mano di chi li affronta per passione, da dilettante; e che, accanto a ogni mistero risolto, ne resta quasi sempre uno aperto.
Una buona curiosità ogni mattina
Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.
Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.



