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Sequoyah: l'uomo che inventò da solo un alfabeto e alfabetizzò un popolo

Non sapeva leggere né scrivere in nessuna lingua, eppure il fabbro cherokee creò un sistema di scrittura completo. In pochi anni la sua nazione divenne quasi tutta alfabetizzata.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Ritratto dipinto di Sequoyah che mostra una tavola con il sillabario cherokee
Ritratto dipinto di Sequoyah che mostra una tavola con il sillabario cherokee

Inventare da zero un sistema di scrittura è un'impresa che, nella storia dell'umanità, ha richiesto di solito secoli e il lavoro collettivo di intere civiltà. Sequoyah, fabbro e argentiere del popolo cherokee, lo fece da solo, nel giro di pochi anni, e con un dettaglio che rende la sua storia quasi incredibile: non sapeva leggere né scrivere in nessuna lingua. Il suo sillabario cherokee è considerato l'unico caso documentato in cui un singolo individuo, appartenente a un popolo senza scrittura, abbia ideato in modo indipendente un sistema grafico efficace e poi visto la propria nazione adottarlo.

Le "foglie parlanti" degli uomini bianchi

Sequoyah nacque intorno al 1770 nell'attuale Tennessee, in territorio cherokee. Conosciuto anche con il nome inglese di George Gist (o Guess), lavorava come fabbro e artigiano. Osservando i coloni europei, restava affascinato dalla loro capacità di comunicare attraverso carte coperte di segni - quelle che i cherokee chiamavano "foglie parlanti". Era convinto che non ci fosse alcuna magia in quei simboli, ma soltanto un sistema che si poteva imparare. E che, soprattutto, si poteva ricreare per la propria lingua.

Come ricostruisce la voce dedicata sull'Encyclopaedia Britannica, Sequoyah cominciò a lavorarci intorno al 1809. All'inizio provò a creare un simbolo per ogni parola, ma capì presto che ne sarebbero serviti troppi. Cambiò strategia e arrivò all'intuizione vincente: associare un segno a ogni sillaba della lingua cherokee.

Tavola completa del sillabario cherokee con tutti i segni e la loro pronuncia
Il sillabario cherokee è formato da circa 85 caratteri, ciascuno corrispondente a una sillaba. Credit: Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Dodici anni di lavoro e un'accusa di stregoneria

Il percorso non fu facile. Sequoyah dedicò all'impresa circa dodici anni, tra prove ed errori, attirandosi lo scetticismo e perfino l'ostilità della comunità: alcuni lo accusarono di stregoneria e si racconta che la sua prima serie di appunti venne distrutta. Lui non si arrese. Intorno al 1821 il sistema era completo: circa 85 segni, ciascuno corrispondente a una sillaba, alcuni ispirati visivamente alle lettere latine che aveva visto (ma con valori sonori completamente diversi).

Per convincere gli increduli capi della nazione, Sequoyah ricorse a una dimostrazione memorabile, che coinvolse anche la giovane figlia Ahyokah: padre e figlia, separati e impossibilitati a comunicare a voce, si scambiarono messaggi scritti e li lessero correttamente l'uno all'altro. Era la prova che il sistema funzionava davvero.

Un'intera nazione impara a leggere

Ciò che accadde dopo ha pochi paragoni nella storia. Poiché ogni segno corrispondeva esattamente a un suono della lingua, il sillabario era facilissimo da imparare: chi parlava cherokee poteva imparare a leggere e scrivere in poche settimane, talvolta giorni. Nel giro di pochissimi anni, gran parte della nazione cherokee divenne alfabetizzata, raggiungendo tassi di alfabetizzazione che secondo molte fonti superavano quelli delle popolazioni europee circostanti.

Nel 1828 nacque il Cherokee Phoenix, il primo giornale stampato in una lingua nativa americana, con testi sia in cherokee sia in inglese. La scrittura di Sequoyah permise di mettere su carta leggi, trattati, testi religiosi e tradizioni orali. Come sottolinea la Cherokee Nation, quel sistema è ancora oggi vivo e insegnato, strumento fondamentale per la sopravvivenza della lingua.

Pagine di un libro stampate con i caratteri del sillabario cherokee
Testi stampati in caratteri cherokee: il sillabario è tuttora in uso e insegnato. Credit: Wesley Fryer / Wikimedia Commons (CC BY 2.0).

Un nome che vive nelle sequoie

Sequoyah morì intorno al 1843, durante un viaggio in Messico dove cercava comunità cherokee disperse. La sua eredità, però, andò ben oltre. Pochi anni dopo, il botanico austriaco Stephan Endlicher diede a un genere di maestosi alberi giganti della California un nome in suo onore: Sequoia. Così, ogni volta che pronunciamo il nome di quelle conifere tra le più alte e longeve del pianeta, ricordiamo - spesso senza saperlo - un fabbro nativo americano e la sua impresa intellettuale.

La storia di Sequoyah, raccontata anche da istituzioni come lo Smithsonian, è una straordinaria lezione su cosa possa fare la mente umana spinta dalla curiosità e dalla determinazione. Un uomo che non sapeva leggere donò al suo popolo la possibilità di scrivere la propria storia con le proprie mani: poche eredità sono altrettanto potenti.

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