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Psicologia

'Ce l'ho sulla punta della lingua': lo studio di Harvard del 1966 che spiegò un mistero quotidiano della memoria

Brown e McNeill, 360 stati TOT indotti in laboratorio e una mappa dell'accesso al lessico

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Man in deep thought sitting on a bench in a serene autumn park setting.
Man in deep thought sitting on a bench in a serene autumn park setting.

È un'esperienza universale. Una parola che usiamo abitualmente — il nome di un attore, di un fiore, di una città visitata anni prima — improvvisamente si rifiuta di uscire dalla bocca. Eppure non è del tutto persa: sappiamo che esiste, sappiamo che inizia con una certa lettera, sentiamo persino il suo ritmo, il numero di sillabe. La parola sta lì, sulla "punta della lingua", e non viene. Gli psicologi la chiamano tip-of-the-tongue phenomenon (TOT), in italiano fenomeno della punta della lingua o, con un termine più tecnico, letologica.

Per secoli era stato considerato una semplice anomalia. Poi, nel 1966, due psicologi di Harvard — Roger Brown e David McNeill — pubblicarono uno studio che è ancora oggi il punto di partenza per ogni ricerca sulla memoria lessicale.

L'esperimento di Harvard

Brown e McNeill, in un articolo apparso sul Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior (oggi Journal of Memory and Language), descrissero il loro metodo. Reclutarono 56 studenti universitari di Harvard, e per indurre artificialmente il fenomeno in laboratorio lessero loro definizioni di parole inglesi rare ma non sconosciute: sextant (sestante), sampan (un tipo di imbarcazione cinese), nepotism (nepotismo), cloaca (cloaca anatomica). Lo studio è disponibile in formato accademico su ScienceDirect.

Quando il soggetto entrava in stato TOT — cioè dichiarava di "avere la parola sulla punta della lingua" senza riuscire a pronunciarla — gli sperimentatori gli ponevano una serie di domande mirate. Quante sillabe ha la parola? Con quale lettera inizia? Con quale finisce? Su quale sillaba cade l'accento? A che parole "assomiglia"? Vennero raccolti 360 stati TOT individuali.

Il vuoto era pieno

Il risultato cambiò il modo di pensare alla memoria. I partecipanti in TOT possedevano una quantità sorprendente di informazione sulla parola che non riuscivano a richiamare:

  • Indovinavano il numero di sillabe corretto nel 57% dei casi (rispetto al 20% atteso dal caso).
  • Identificavano la lettera iniziale corretta nel 51% dei casi.
  • Identificavano la sillaba accentata corretta nel 41% dei casi.
  • Riuscivano a evocare parole foneticamente simili (con lo stesso pattern di consonanti o vocali) e parole semanticamente correlate.

In altre parole, l'inaccessibilità alla parola completa non significava assenza di informazione. Nella memoria lessicale c'era un'enorme quantità di metadati sulla parola: dimensione fonologica, struttura, suono. Solo il "recupero attivo" della forma completa era bloccato.

Young man in a contemplative pose indoors with bokeh background lighting.
Young man in a contemplative pose indoors with bokeh background lighting.. Credit: Sóc Năng Động / Pexels.

Le due fasi del recupero lessicale

Per spiegare i loro dati, Brown e McNeill proposero che il recupero di una parola dalla memoria avviene in due stadi. Nel primo, il cervello attiva il "lemma" — la rappresentazione astratta della parola, con i suoi attributi semantici e grammaticali. Nel secondo, accede al "lessema" — la forma fonologica completa. Il fenomeno TOT corrisponde a una parziale rottura tra le due fasi: il lemma è attivato, ma il lessema fatica a essere recuperato.

Questa teoria a due stadi è stata ripresa e raffinata negli anni Ottanta e Novanta da modelli computazionali della produzione del linguaggio, in particolare quelli di Willem Levelt e Gary Dell. Il contributo di Brown del 1991 su Psychological Bulletin sintetizza i 25 anni di ricerca seguiti al lavoro originale.

L'età aumenta il TOT, ma non significa demenza

Studi successivi hanno mostrato che la frequenza degli stati TOT aumenta con l'età. Le persone tra 60 e 80 anni sperimentano TOT con una frequenza doppia o tripla rispetto agli universitari. Tuttavia — e questo è il punto fondamentale — il TOT in età avanzata non è un segno di demenza. Lo studio fondante di Burke, MacKay, Worthley e Wade del 1991 (Journal of Memory and Language) ha dimostrato che si tratta di un normale effetto del rallentamento dei processi di recupero fonologico, non di una perdita di informazione semantica.

Anzi, paradossalmente, alcune ricerche pubblicate da MIT Press indicano che le persone anziane possiedono un vocabolario più ricco dei giovani, ed è proprio l'abbondanza del lessico immagazzinato che rende più frequenti gli stati TOT — non c'è meno parole, ce ne sono di più tra cui scegliere.

Come uscire dallo stato TOT

Brown e McNeill hanno mostrato che i partecipanti che cercavano attivamente la parola attraverso parole foneticamente simili spesso peggioravano la situazione: continuare a produrre "falsi alarmi" rinforzava le tracce sbagliate e bloccava ulteriormente quella giusta. Per questo, una strategia spesso suggerita dai cognitivisti è fare una pausa, distogliere l'attenzione, pensare ad altro: il recupero passivo, che non blocca le altre tracce, ha più probabilità di successo. È il fenomeno che molti riconoscono: la parola arriva quando smettiamo di cercarla.

Uno studio del 2008 dell'Università di Stato dell'Arizona, riportato dalla British Psychological Society, ha mostrato che le persone che si limitano a aspettare 60 secondi senza interrogarsi recuperano la parola nel 35-40% dei casi, contro il 18% di chi continua a cercarla attivamente.

A focused view of books on a library shelf featuring various titles in soft lighting.
A focused view of books on a library shelf featuring various titles in soft lighting.. Credit: Josh Sorenson / Pexels.

Una finestra sui meccanismi della mente

L'importanza del TOT, al di là dell'aneddoto quotidiano, sta nel fatto che dimostra che la memoria non è binaria. Non ricordare "completamente" una cosa non significa non sapere nulla di essa. La memoria umana è un sistema continuo, modulare, multi-dimensionale, in cui sapere la prima lettera di una parola e sapere il suo significato sono operazioni separate, prodotte da circuiti cerebrali parzialmente indipendenti.

Studi di neuroimaging successivi (Maril, Wagner, Schacter, 2001, Neuron) hanno individuato i circuiti coinvolti negli stati TOT: la corteccia prefrontale ventrolaterale, la corteccia temporale anteriore e i gangli della base. Quando il TOT è in atto, queste aree mostrano un'attività elevata e disorganizzata, come se cercassero di completare un lavoro la cui chiave finale non è disponibile. Quando la parola finalmente arriva, l'attività si stabilizza.

La prossima volta che una parola vi sfugge dalla bocca, sappiate che il vostro cervello ne sta tracciando un ritratto preciso senza riuscire a chiamarla per nome. È un fenomeno così universale che persino i poliglotti lo provano — talvolta perfino in due lingue contemporaneamente.

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