Psicologia
Effetto Flynn: perche il quoziente intellettivo e cresciuto per un secolo
Per tutto il Novecento i punteggi dei test d'intelligenza sono aumentati di generazione in generazione, circa tre punti ogni dieci anni. Lo scoprì uno studioso neozelandese. Ma da qualche decennio la tendenza si è invertita.

Se i vostri nonni avessero sostenuto oggi un test del quoziente intellettivo con i parametri attuali, otterrebbero un punteggio sorprendentemente basso. E non perché fossero meno svegli di noi: è che per tutto il Novecento i punteggi dei test d'intelligenza sono cresciuti in modo costante, di generazione in generazione. Questo fenomeno si chiama effetto Flynn, e dietro un dato apparentemente lusinghiero nasconde una storia molto più sottile di "siamo diventati più intelligenti".
L'aumento è notevole: circa tre punti di QI ogni dieci anni in molti Paesi industrializzati, per gran parte del secolo scorso.
La scoperta di James Flynn
A documentarlo sistematicamente fu negli anni Ottanta lo studioso neozelandese James R. Flynn, dell'Università di Otago. Analizzando i dati dei test somministrati nei decenni, Flynn notò un fatto che era rimasto invisibile: i test del QI vengono periodicamente ritarati per mantenere il punteggio medio della popolazione a 100. Questa ritaratura, però, mascherava un miglioramento reale e continuo delle prestazioni grezze. In pratica, ogni nuova generazione superava i test pensati per quella precedente. Il fenomeno prese poi il suo nome, come ricostruisce la voce effetto Flynn.
Dove cresciamo di più
Un dettaglio cruciale è dove avveniva l'aumento. I guadagni maggiori non si registravano nelle conoscenze acquisite (vocabolario, nozioni, aritmetica), ma nei test di ragionamento astratto, come le celebri matrici di Raven, che misurano la capacità di trovare schemi logici senza bisogno di cultura specifica. È un indizio importante: non stiamo semplicemente imparando più cose, ma siamo diventati più abili nel pensare per categorie e astrazioni.

Perché è successo
Le cause dell'effetto Flynn sono molteplici e dibattute. Tra le più accreditate ci sono il miglioramento della nutrizione e della salute infantile, la diffusione dell'istruzione, famiglie meno numerose con più attenzione per ciascun figlio, e ambienti di vita e di lavoro sempre più complessi e astratti. Lo stesso Flynn parlava di "occhiali scientifici": il mondo moderno ci abitua a classificare, ipotizzare e ragionare in modo formale, esattamente ciò che i test premiano. Le sue tesi sono raccolte in libri e in una celebre conferenza disponibile su TED.
Questo non significa che il cervello umano sia cambiato biologicamente in poche generazioni: il tempo è troppo breve. È piuttosto il modo di pensare, plasmato dall'ambiente, ad essersi adattato a un mondo che chiede sempre più astrazione.
Il colpo di scena: l'effetto Flynn inverso
La storia, però, ha avuto una svolta inattesa. A partire dagli anni Novanta e Duemila, in diversi Paesi sviluppati i punteggi hanno smesso di crescere e in alcuni casi hanno cominciato a calare. Una delle prove più solide arriva da uno studio pubblicato su PNAS nel 2018, basato sui test dei coscritti norvegesi: l'analisi ha mostrato un'inversione di tendenza che riguarda gli individui all'interno delle stesse famiglie, escludendo quindi semplici cause genetiche o di immigrazione.
Le ipotesi sul calo sono ancora discusse: cambiamenti nel sistema scolastico, nelle abitudini di lettura, nell'uso dei media digitali. Quel che è certo è che l'intelligenza misurata dai test non è un dato fisso e immutabile, ma uno specchio dell'ambiente in cui cresciamo. L'effetto Flynn, in entrambe le direzioni, ci ricorda che ciò che chiamiamo "intelligenza" è profondamente intrecciato con la società che la coltiva.
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