Psicologia
Bias di conferma: il test 2-4-6 di Peter Wason che dimostra perché cerchiamo solo prove a favore
Nel 1960 lo psicologo cognitivo inglese Peter Wason fece un esperimento con 29 studenti universitari di Londra. Voleva sapere come scopriamo le regole. Scoprì che, di base, non le scopriamo: cerchiamo conferme della prima ipotesi che ci viene in mente.

Provatelo voi. Vi do tre numeri: 2, 4, 6. Esiste una regola che li genera. Per scoprirla, potete proporre altre terne, e io vi dirò ogni volta soltanto "sì, soddisfa la regola" o "no, non la soddisfa". Quando pensate di sapere la regola, formulatela. Riflettete un attimo: quali terne provereste per primo? Continuate a leggere quando avete una strategia in mente.
La maggior parte delle persone, di fronte a 2-4-6, formula immediatamente un'ipotesi: "numeri pari che crescono di 2 in 2". Per verificarla propone terne come 8-10-12, 14-16-18, 20-22-24. Tutte vengono accettate, perché tutte soddisfano la regola. Dopo cinque o sei conferme, il partecipante dichiara: "La regola è: numeri pari crescenti di 2". Quasi sempre, sbagliato.
La regola vera è "qualsiasi sequenza di tre numeri crescenti". Vi sarebbe bastato proporre 1-3-7, oppure 100-101-150, per scoprire che la regola era più ampia di quanto pensavate. Ma quasi nessuno lo fa, perché siamo programmati per cercare conferme, non smentite.

Wason e il Quarterly Journal del 1960
L'esperimento fu progettato e condotto da Peter Cathcart Wason (1924-2003), psicologo cognitivo allo University College London, e pubblicato nel 1960 sul Quarterly Journal of Experimental Psychology con il titolo "On the failure to eliminate hypotheses in a conceptual task". Wason reclutò 29 studenti del primo anno di psicologia e amministrò il compito uno per uno, registrando ogni terna proposta. Il dato che lo colpì: solo 6 partecipanti su 29 (il 21%) trovarono la regola corretta al primo tentativo. Gli altri si auto-confermarono in regole più specifiche di quella reale.
La cosa più interessante è che chi sbagliava non era "meno intelligente". Era semplicemente più convinto della propria ipotesi. Wason notò che la stragrande maggioranza degli studenti, una volta dichiarata sbagliata la prima ipotesi, ne formulava una di poco diversa ("numeri pari crescenti", senza il "di 2") e ricominciava a confermarla. Il bias non era estirpabile nemmeno dopo un fallimento esplicito.
Il termine: "bias di conferma"
Wason coniò il termine confirmation bias proprio in questo articolo, definendolo come la tendenza sistematica a cercare informazioni che confermano un'ipotesi pre-esistente e a ignorare quelle che la contraddirebbero. Il concetto era già implicito nella filosofia della scienza di Karl Popper (1934), che aveva proposto la falsificazione come criterio di demarcazione fra scienza e non-scienza: una buona teoria, sosteneva Popper, deve indicare per quale esperimento essa potrebbe risultare sbagliata. Wason mostrò che, lasciati a noi stessi, lavoriamo nel modo opposto: cerchiamo prove di ciò che già pensiamo.
La selezione di Wason: ancora più drammatica
Nel 1966 Wason pubblicò un secondo classico, il compito di selezione (o "Wason selection task"). Si presentavano quattro carte sul tavolo: una mostra A, una K, una 4, una 7. Sapete che ogni carta ha una lettera da un lato e un numero dall'altro. Vi viene data una regola: "Se una carta ha una vocale da un lato, ha un numero pari dall'altro". Quali carte dovete girare per verificarla?
La risposta corretta è A e 7. La A, perché se sotto non c'è un numero pari, la regola è falsa. La 7, perché se sotto c'è una vocale, la regola è falsa (è un controesempio diretto). Le carte K e 4 sono inutili: se sotto K c'è un dispari la regola non è violata, e se sotto 4 c'è una consonante non è violata. Eppure, nei test di Wason, oltre il 75% delle persone gira A e 4 (le carte che confermano) e ignora la 7 (l'unica che potrebbe smentire). Il bias di conferma all'opera.

Le applicazioni: dalla scienza alla politica
Il bias di conferma è ovunque. In scienza: i ricercatori tendono a notare i dati che supportano la propria teoria e a sottovalutare quelli contrari (il rimedio è la pre-registrazione delle ipotesi e l'open data). In medicina: il medico forma rapidamente un'ipotesi diagnostica e ordina test che la confermano, ignorando differenziali alternative (il rimedio è la check-list e la "second opinion" sistematica). In investimenti: chi è bullish su un titolo legge solo le notizie positive su quel titolo. In relazioni sentimentali: dopo un primo giudizio negativo, ogni piccolo gesto dell'altro viene interpretato come prova della prima impressione.
L'algoritmizzazione dei feed social ha amplificato il bias a livello sociale: i nostri timeline ci propongono articoli e voci coerenti con le nostre preferenze, riducendo i "contesempi" che potrebbero farci dubitare delle nostre posizioni. Una ricerca pubblicata su PNAS nel 2021 stima che l'esposizione a contenuti coerenti con le nostre opinioni sia aumentata del 33% in dieci anni.
Si può migliorare?
Wason era pessimista: nei suoi esperimenti, anche dopo aver spiegato il bias ai partecipanti, le performance miglioravano poco. Studi successivi hanno trovato due strategie efficaci. La prima è chiedere esplicitamente "cosa renderebbe falsa la mia ipotesi?". La seconda è il red teaming: nominare qualcuno con il compito specifico di trovare controesempi (è la base della Devil's Advocate procedure usata in alcune agenzie di intelligence).
L'eredità di Wason è ancora viva. Nel 2002 Daniel Kahneman, vincitore del Nobel per l'Economia, ha citato il 2-4-6 come uno dei più puliti esempi di pensiero "rapido" che sovrasta il pensiero "lento" descritto nel suo bestseller Pensieri lenti e veloci. Wason morì nel 2003 al University College London, dove aveva insegnato per oltre quarant'anni. La sua lezione era semplice: per scoprire la verità non basta confermare; bisogna provare a smentire. È un'idea facile da scrivere e diabolicamente difficile da mettere in pratica, perché lavora contro un automatismo cognitivo profondo del nostro cervello.
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