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Psicologia

Falsi ricordi: gli esperimenti di Elizabeth Loftus

Una sola parola può alterare un ricordo, e si possono impiantare memorie di eventi mai accaduti. Con conseguenze enormi nei tribunali.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Illustrazione astratta di neuroni e connessioni cerebrali che rappresenta la memoria
Illustrazione astratta di neuroni e connessioni cerebrali che rappresenta la memoria

Siamo convinti che la memoria funzioni come una videocamera: registra ciò che accade e lo riproduce fedelmente quando serve. È una delle convinzioni più radicate e più sbagliate che abbiamo su noi stessi. La memoria, in realtà, è un processo ricostruttivo: ogni volta che ricordiamo, riassembliamo il passato a partire da frammenti, e in quel rimontaggio possono infilarsi dettagli falsi. A dimostrarlo con esperimenti rigorosi è stata la psicologa americana Elizabeth Loftus, le cui ricerche sull'effetto della disinformazione hanno rivoluzionato il modo in cui i tribunali valutano le testimonianze oculari.

"Distrutte" o "urtate"? Il potere di una parola

L'esperimento che rese celebre Loftus risale al 1974, condotto con John Palmer. Ad alcuni volontari fu mostrato il filmato di un incidente d'auto; poi fu chiesto loro a quale velocità andassero le vetture. La domanda però cambiava in un dettaglio: a un gruppo si chiedeva quanto andassero veloci quando le auto si erano "scontrate", a un altro quando si erano "distrutte", ad altri ancora si usavano verbi più neutri come "urtate" o "toccate".

Il risultato fu sorprendente: chi aveva sentito la parola "distrutte" stimò velocità nettamente più alte. Ma c'è di più. Una settimana dopo, agli stessi soggetti fu chiesto se avessero visto vetri rotti nel filmato. Pur non essendoci alcun vetro rotto, chi aveva sentito la parola "distrutte" tendeva a "ricordare" vetri inesistenti. Una sola parola, inserita dopo l'evento, aveva alterato il ricordo. Lo studio, pubblicato sul Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior, mostrava che le informazioni ricevute dopo un fatto possono modificarne retroattivamente il ricordo.

Rappresentazione astratta di neuroni e connessioni cerebrali
La memoria non registra: ricostruisce, ed è per questo vulnerabile alla disinformazione. Credit: Pixabay.

Perso in un centro commerciale

Negli anni Novanta Loftus si spinse oltre: non più semplici dettagli alterati, ma interi ricordi falsi impiantati. Nel celebre studio "Lost in the mall" del 1995, condotto con Jacqueline Pickrell, alcuni partecipanti ricevettero dai familiari quattro racconti di episodi della loro infanzia. Tre erano veri; il quarto era inventato: si erano persi in un centro commerciale da bambini, spaventati, finché un anziano non li aveva aiutati a ritrovare i genitori.

Dopo alcune sedute in cui veniva chiesto loro di rievocare quegli episodi, circa un quarto dei partecipanti arrivò a "ricordare" l'evento mai accaduto, spesso aggiungendo dettagli vividi e personali, completamente inventati dalla loro mente. L'esperimento dimostrava che, con la giusta pressione suggestiva, è possibile creare nelle persone il ricordo convinto di qualcosa che non è mai successo.

Conseguenze in tribunale

Queste scoperte ebbero un impatto enorme sul sistema giudiziario. La testimonianza oculare era considerata una delle prove più solide, eppure il lavoro di Loftus mostrava quanto fosse fragile e manipolabile. Domande mal poste da investigatori o avvocati, fotografie segnaletiche mostrate in modo suggestivo, il semplice passare del tempo: tutto può contaminare il ricordo di un testimone in perfetta buona fede.

Non si tratta di bugie: chi riferisce un ricordo falso è sinceramente convinto della sua verità. È proprio questo a renderlo pericoloso. Le ricerche sui falsi ricordi hanno contribuito a riformare le procedure di identificazione dei sospetti e hanno avuto un peso decisivo in molti casi di scarcerazione di persone condannate ingiustamente sulla base di testimonianze rivelatesi errate, come documentato da organizzazioni come l'Innocence Project, secondo cui le testimonianze oculari errate sono tra le principali cause degli errori giudiziari poi smentiti dal DNA.

Cosa ci insegna sulla nostra mente

Il lavoro di Elizabeth Loftus, riassunto nelle sue numerose pubblicazioni accademiche e divulgative come la voce di Britannica a lei dedicata, ci costringe a ridimensionare la fiducia cieca nei nostri ricordi. Questo non significa che la memoria sia inaffidabile in tutto: nella vita quotidiana funziona benissimo. Ma ci ricorda che ogni ricordo è una ricostruzione, non una registrazione, e che la sicurezza con cui rammentiamo qualcosa non è affatto garanzia della sua veridicità. La prossima volta che siete assolutamente certi di come è andata una cosa, vale la pena ricordare gli esperimenti di Loftus: la nostra mente è una straordinaria macchina narrativa, capace anche di raccontarci storie mai accadute.

Le scoperte di Loftus hanno alimentato anche un acceso dibattito, noto come "guerra delle memorie", attorno ai cosiddetti ricordi rimossi e poi recuperati in terapia. Negli anni Ottanta e Novanta numerose persone, durante percorsi psicoterapeutici, avevano "riportato a galla" ricordi di abusi infantili apparentemente dimenticati. Loftus mise in guardia: alcune tecniche suggestive potevano, involontariamente, generare falsi ricordi anziché recuperarne di reali. La posizione le costò critiche durissime e attacchi personali, ma contribuì a una maggiore cautela nelle pratiche cliniche e giudiziarie. È un esempio di come la ricerca psicologica, lungi dall'essere un esercizio teorico, possa avere conseguenze profonde sulla vita reale delle persone e sull'amministrazione della giustizia.

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