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Psicologia

Licenza morale: perché fare del bene a volte ci fa comportare peggio

Dopo un'azione virtuosa ci sentiamo autorizzati a piccole trasgressioni: la psicologia spiega perché.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Persona che si concede un dolce dopo un comportamento virtuoso
Persona che si concede un dolce dopo un comportamento virtuoso

«Oggi sono andato in palestra, quindi posso concedermi il dolce». «Ho donato in beneficenza, posso permettermi qualche piccola scorrettezza». Sono frasi che diciamo o pensiamo di continuo, quasi senza accorgercene. Dietro c'è un meccanismo psicologico ben documentato: la licenza morale (in inglese moral licensing), la tendenza a sentirci autorizzati a comportarci peggio dopo aver fatto qualcosa di buono. Aver agito bene, paradossalmente, può aprirci la porta ad agire male.

Un permesso che ci concediamo da soli

La licenza morale è una forma di auto-regolazione distorta. Funziona così: quando compiamo un'azione virtuosa, accumuliamo una sorta di "credito morale" che ci fa percepire come persone buone. Forti di quella percezione, ci sentiamo legittimati a deviare leggermente dalle nostre regole, perché tanto il nostro saldo etico resta positivo. È come se la coscienza tenesse una contabilità interna, e un'azione buona ci desse il permesso di iscriverne una discutibile poco dopo.

Il fenomeno spiega molti comportamenti contraddittori. Una persona che si percepisce ambientalista può sentirsi a posto con la coscienza dopo aver fatto la raccolta differenziata, e proprio per questo consumare di più altrove. Chi sostiene una giusta causa può poi mostrarsi meno generoso in un'altra occasione. Non è ipocrisia consapevole: è un automatismo della mente che cerca di mantenere un'immagine coerente di sé.

Una persona si concede una fetta di dolce al cioccolato
"Ho fatto sport, posso concedermi il dolce": un classico esempio di licenza morale. Credit: Polina Tankilevitch / Pexels.

Gli esperimenti che lo hanno dimostrato

Il concetto è stato messo a fuoco da una serie di studi sperimentali. Uno dei primi e più citati è quello di Benoît Monin e Dale Miller, pubblicato nel 2001 sul Journal of Personality and Social Psychology: i partecipanti a cui era stata data l'occasione di mostrarsi non prevenuti — per esempio rifiutando affermazioni sessiste o razziste — si sentivano poi più liberi di esprimere opinioni che, in un altro contesto, avrebbero potuto apparire discriminatorie. Avere "dimostrato" di essere persone giuste forniva una credenziale che metteva al riparo dal giudizio.

Ancora più esplicito è l'esperimento di Sonya Sachdeva e colleghi, pubblicato nel 2009 su Psychological Science con il titolo, già eloquente, "Santi peccatori e peccatori santi". Ai partecipanti veniva chiesto di scrivere un breve testo su di sé usando parole positive (gentile, generoso) o negative. Chi aveva scritto di sé in termini lusinghieri donava in media molto meno in beneficenza; chi si era descritto negativamente donava di più, come per compensare. La virtù appena affermata riduceva la spinta a comportarsi bene subito dopo.

L'effetto agisce anche solo immaginando di fare del bene. In uno studio del 2006 sul comportamento del consumatore, Uzma Khan e Ravi Dhar mostrarono che bastava chiedere alle persone di pensare a un'azione altruistica futura — per esempio l'intenzione di dedicare del tempo al volontariato — per aumentare la loro preferenza verso acquisti di lusso o voluttuari rispetto a opzioni più sobrie. Il semplice proposito di essere buoni domani rilasciava una licenza da spendere già oggi, senza che nessuna buona azione fosse stata davvero compiuta.

Persona che separa i rifiuti per la raccolta differenziata
Anche i comportamenti ecologici possono innescare un effetto di compensazione. Credit: Lara Jameson / Pexels.

Anche i prodotti "verdi" possono ingannarci

Un filone particolarmente studiato riguarda i consumi sostenibili. In una ricerca del 2010 pubblicata su Psychological Science, Nina Mazar e Chen-Bo Zhong mostrarono che le persone che avevano appena acquistato prodotti "green" tendevano, in un compito successivo, a comportarsi in modo meno altruista e persino a barare di più per ottenere un guadagno. L'aver fatto una scelta ecologica funzionava da licenza per un comportamento più egoista. È il cosiddetto effetto rimbalzo morale, che ha implicazioni concrete per chi progetta campagne di sensibilizzazione.

Una rassegna del 2010 firmata da Anna Merritt, Daniel Effron e lo stesso Benoît Monin, intitolata significativamente "Quando essere buoni ci libera di essere cattivi", ha sistematizzato decine di questi risultati, distinguendo due meccanismi: le "credenziali morali", che cambiano il modo in cui interpretiamo le nostre azioni successive facendole sembrare meno riprovevoli, e i "crediti morali", una sorta di salvadanaio etico da cui attingere per concederci una trasgressione.

Conoscerlo per non farsene ingannare

La licenza morale non significa che fare del bene sia inutile o controproducente: significa che l'autocompiacimento per un'azione virtuosa può abbassare la guardia. Esserne consapevoli aiuta a non cadere nella trappola. Gli studiosi suggeriscono di concentrarsi sull'identità e sugli impegni di lungo periodo ("sono una persona che si comporta così") piuttosto che sui singoli atti isolati ("oggi ho fatto la mia buona azione"), perché è il bilancio puntuale a innescare la compensazione.

Vale per le diete e per le finanze personali, ma anche per le organizzazioni: un'azienda che adotta una singola misura etica può sentirsi autorizzata a trascurare il resto. Il rimedio, in fondo, è lo stesso a ogni livello: ricordare che la coerenza morale non è un saldo da spendere, ma un'abitudine da mantenere. Riconoscere quel piccolo "me lo sono meritato" che affiora nella mente è già un primo passo per non lasciargli decidere al posto nostro.

Va aggiunta, per onestà, una precisazione: come molti effetti della psicologia sociale, anche la licenza morale ha mostrato risultati non sempre replicabili, e la sua intensità varia a seconda dei contesti e delle persone. Non è una legge ferrea che ci spinge inevitabilmente a sbagliare dopo ogni buona azione, ma una tendenza statistica che emerge più facilmente quando valutiamo noi stessi a colpi di singoli episodi. Conoscerla serve soprattutto a smascherare le piccole scuse che ci raccontiamo, riconducendo le scelte ai valori che diciamo di avere, non al bilancio di giornata.

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