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Psicologia

Esperimento di Libet: il cervello 'decide' prima che noi ne siamo consapevoli?

Nel 1983 Benjamin Libet misurò che un'attività cerebrale precede di centinaia di millisecondi la nostra decisione cosciente di muoverci. Da allora il dibattito sul libero arbitrio non si è più fermato.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Modello anatomico del cervello umano su sfondo scuro
Modello anatomico del cervello umano su sfondo scuro

Quando decidete di alzare un dito, chi decide davvero: "voi" o il vostro cervello, qualche istante prima che ne siate consapevoli? È la domanda inquietante sollevata da uno degli esperimenti più discussi delle neuroscienze, condotto nel 1983 dal fisiologo statunitense Benjamin Libet. I suoi risultati suggerivano che l'attività cerebrale che prepara un movimento precede di centinaia di millisecondi il momento in cui crediamo di "decidere". Da allora, filosofi e scienziati litigano su cosa significhi per il libero arbitrio.

Il potenziale di prontezza

Tutto parte da una scoperta precedente. Negli anni Sessanta i neurologi tedeschi Hans Kornhuber e Lüder Deecke avevano individuato un segnale elettrico nel cervello, chiamato potenziale di prontezza (in tedesco Bereitschaftspotential): una lenta crescita dell'attività nella corteccia motoria che compare prima di un movimento volontario. Era come se il cervello "si preparasse" ad agire con un certo anticipo. La domanda che Libet si pose fu semplice e geniale: questo segnale arriva prima o dopo il momento in cui la persona decide consapevolmente di muoversi?

Rappresentazione di attività cerebrale e connessioni neuronali
Il potenziale di prontezza è un segnale elettrico che la corteccia motoria produce prima di un movimento volontario. Credit: MART PRODUCTION / Pexels.

L'orologio di Libet

Per rispondere, Libet ideò un dispositivo ingegnoso. I partecipanti dovevano flettere il polso quando volevano, in modo del tutto libero, mentre osservavano un punto luminoso che ruotava velocemente su un quadrante simile a un orologio. Il loro compito era annotare la posizione del punto nell'istante esatto in cui avevano avvertito l'urgenza di muoversi (chiamato istante "W"). Contemporaneamente, gli elettrodi sullo scalpo registravano il potenziale di prontezza e un sensore rilevava il movimento effettivo del muscolo.

Il risultato che ha fatto discutere

I numeri furono sorprendenti. Il potenziale di prontezza cominciava a salire circa 550 millisecondi prima del movimento. Ma la sensazione cosciente di "voler" muovere il polso (l'istante W) arrivava solo circa 200 millisecondi prima dell'azione. In altre parole, il cervello iniziava a preparare il movimento diverse centinaia di millisecondi prima che il soggetto fosse consapevole di aver deciso. Lo studio fu pubblicato sulla rivista Brain nel 1983 e divenne immediatamente celebre: sembrava mostrare che la decisione cosciente non fosse la causa dell'azione, ma arrivasse "in ritardo", quasi a commentare qualcosa che il cervello aveva già avviato.

"Free won't": il diritto di veto

Lo stesso Libet, però, era cauto. Notò che tra l'istante W e il movimento restava una piccola finestra temporale in cui la persona poteva ancora bloccare l'azione. Propose quindi l'idea, scherzosamente chiamata "free won't" (libero "non volere"), per cui la coscienza non avvierebbe i nostri atti, ma manterrebbe un potere di veto: potrebbe fermare un impulso già partito. Non saremmo i registi assoluti delle nostre azioni, ma conserveremmo una forma di controllo, un'ultima parola.

Le critiche e le nuove letture

L'esperimento è stato replicato, ampliato e contestato per decenni. Nel 2008, uno studio pubblicato su Nature Neuroscience da John-Dylan Haynes e colleghi, usando la risonanza magnetica funzionale, riuscì a prevedere alcune scelte dei soggetti fino a diversi secondi prima che ne fossero consapevoli, riaccendendo il dibattito. Altri scienziati, però, hanno proposto interpretazioni meno radicali: secondo il modello dell'"accumulatore stocastico" del neuroscienziato Aaron Schurger, il potenziale di prontezza non sarebbe una "decisione" presa dal cervello, ma il frutto di normali fluttuazioni dell'attività neurale che, sommandosi casualmente, fanno scattare il movimento quando superano una soglia. In questa lettura, il famoso anticipo del cervello non smonterebbe affatto il libero arbitrio.

Il problema del cronometro mentale

Una delle critiche più sottili riguarda proprio il cuore del metodo: come si fa a stabilire con precisione l'istante in cui qualcuno "sente" di voler agire? Chiedere a una persona di leggere la posizione di un punto luminoso e di ricordarla introduce inevitabili imprecisioni: l'attenzione si sposta, la percezione del tempo è elastica, e lo stesso istante W potrebbe essere ricostruito a posteriori dal cervello, proprio come abbiamo visto accadere in altre illusioni temporali. Misurare il momento esatto di un atto mentale interiore è una sfida tutt'altro che banale, e diversi studiosi ritengono che parte dell'"anticipo" osservato dipenda da questi limiti metodologici più che da una reale precedenza del cervello sulla coscienza.

Cosa ci insegna davvero

L'esperimento di Libet non ha "dimostrato" che il libero arbitrio non esiste, come a volte si legge in modo sensazionalistico. Riguarda gesti semplicissimi e arbitrari (flettere un polso), molto diversi dalle decisioni complesse e ponderate della vita reale, dove riflettiamo, valutiamo conseguenze e cambiamo idea. Ciò che ha fatto, e questo è il suo merito enorme, è aver portato in laboratorio una domanda filosofica millenaria, trasformandola in qualcosa di misurabile. Come discute ampiamente la Stanford Encyclopedia of Philosophy, il rapporto tra coscienza, cervello e volontà resta uno dei grandi nodi irrisolti del pensiero umano. L'esperimento di Libet ci ricorda, con eleganza, che il "noi" che crediamo di essere — un io padrone delle proprie scelte — è il risultato di processi cerebrali più antichi e profondi di quanto la nostra esperienza cosciente lasci sospettare.

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