Psicologia
'Lost in the Mall': come Elizabeth Loftus dimostrò che si possono impiantare ricordi falsi
Nel 1995 Elizabeth Loftus convinse il 25% dei suoi soggetti di essersi persi in un centro commerciale all'età di cinque anni. Non era mai successo. È uno degli studi più citati e più contestati della psicologia: 30 anni dopo, alimenta ancora dibattiti nei tribunali sulle testimonianze

Nei primi anni Novanta, una serie di processi americani fece tremare la psicologia clinica. Adulte e adulti raccontavano di ricordi 'recuperati' di abusi sessuali avvenuti vent'anni prima, riaffiorati durante sedute di ipnoterapia o di counseling. Alcuni di questi processi terminarono con condanne all'ergastolo. Ma una psicologa cognitiva di nome Elizabeth Loftus, che da vent'anni studiava i meccanismi della memoria autobiografica, era convinta che molti di quei ricordi non fossero affatto reali. Inventati? No, non esattamente. Costruiti: dalle domande dell'analista, dalla suggestione, dall'aspettativa, dalla convinzione di voler ricordare. Per provare che era plausibile, Loftus disegnò il più famoso e contestato esperimento della psicologia della memoria del Novecento: Lost in the Mall.
Il preludio del 1992: Jim Coan e suo fratello Chris
Tutto parte da un esercizio di laboratorio. Nel 1992, uno studente di Loftus alla University of Washington — James 'Jim' Coan, oggi neuroscienziato all'Università della Virginia — ricevette il compito di sondare se fosse possibile impiantare in un familiare il ricordo di un evento mai accaduto. Coan scelse il fratello quattordicenne Chris e gli mise davanti un quaderno con quattro brevi episodi della sua infanzia: tre veri, uno fabbricato. L'episodio falso era una vicenda di pochi anni prima: Chris si era perso, a cinque anni, in un grande centro commerciale di Spokane, era stato trovato in lacrime da un anziano signore in camicia di flanella e riconsegnato alla madre. Chris doveva ricordare ognuno degli episodi e poi aggiungere dettagli. Pochi giorni dopo, Chris cominciò a 'ricordare' il signore anziano, il negozio di giocattoli, la sensazione di paura. Per Loftus era la conferma che si poteva andare oltre.
Lo studio formale del 1995
Insieme alla studentessa Jacqueline Pickrell, Loftus replicò il protocollo in laboratorio su 24 volontari universitari. A ognuno fornì un quaderno con quattro storie della propria infanzia, ottenute da un parente collaborante. Tre erano vere; la quarta — l'episodio del centro commerciale — era falsa. Ai partecipanti veniva chiesto di leggere, di scrivere quanto ricordavano per ciascuna storia e di valutare la nitidezza del ricordo su una scala. Quindi, una settimana dopo e di nuovo due settimane dopo, si tornava sui ricordi in colloqui di approfondimento. I risultati furono pubblicati nel 1995 su Psychiatric Annals: 6 dei 24 partecipanti — il 25% — sostenevano di ricordare l'episodio inventato. Cinque di essi descrivevano dettagli aggiuntivi: l'odore dei popcorn, il colore del cappotto della madre, le piastrelle del pavimento. Lo riassume bene la voce Wikipedia sulla Lost in the mall technique.

Conseguenze giudiziarie
L'effetto sulla psicologia forense fu deflagrante. Loftus aveva già pubblicato nel 1974 lo studio classico in cui un singolo verbo — 'urtarono', 'si schiantarono', 'sbatterono' — cambiava la stima della velocità di un incidente narrato ai testimoni. Lo studio del 1995 spinse oltre: non solo i dettagli, ma interi episodi possono essere fabbricati. La recovered memory therapy, di moda negli anni Ottanta-Novanta, ne uscì gravemente delegittimata. Loftus testimoniò come perita in centinaia di processi, fra cui quelli di O.J. Simpson, Ted Bundy, Jeffrey Epstein e Harvey Weinstein. Diventò figura tanto rispettata in ambito accademico quanto attaccata in ambito clinico-traumatologico. La review più recente è in Psychiatry, Psychology and Law del 2025.
Le critiche, e la replica
Le critiche al disegno originale erano molte. Solo 24 soggetti, parenti coinvolti che potevano aver suggerito, percentuale di 'falsi ricordi' ambigua (alcuni avevano poco più di un dubbio). Numerosi gruppi hanno replicato lo studio: Pezdek (1997) usando episodi non di smarrimento ma di clisteri, Hyman et al. con festini di compleanno, e più recentemente Murphy et al. (2023) con 123 partecipanti in un esperimento preregistrato. I risultati confermano che la formazione di un falso ricordo è possibile, anche se le percentuali variano (15-50% a seconda del protocollo) e la natura del 'falso ricordo' resta dibattuta (un'immagine vaga, una convinzione, un episodio complesso?). Una review del 2025 su Applied Cognitive Psychology (Still Lost in the Mall) conferma che, qualunque sia la percentuale precisa, il fenomeno esiste.
Cosa fa di noi un buon testimone
Loftus ha sostenuto in conferenze di TED e in lezioni pubbliche che i 'falsi ricordi' non sono bugie consapevoli: chi li ha è perfettamente in buona fede. Per questo l'effetto è così pericoloso in ambito legale. Il sistema giudiziario di molti Paesi ha cominciato ad adeguarsi: lineup con istruzioni che ammettono la possibilità di non riconoscere nessuno, intervistatori formati a non porre domande suggestive, divieto di interrogatori sulle recovered memories nei processi penali in molti Stati USA. Per il singolo, la conseguenza più utile è quella indicata da Loftus stessa nei suoi interventi pubblici: ogni ricordo, e specie quelli vividissimi che usiamo per definire chi siamo, è una ricostruzione. Si modifica ogni volta che lo richiamiamo. La memoria non è una telecamera: è uno scrittore che racconta la nostra biografia ogni notte, e qualche volta inventa.
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