Psicologia
Effetto Bouba/Kiki: perché un nome morbido sembra rotondo e uno duro appuntito
Mostra a chiunque due figure — una arrotondata, una a stella — e chiedi quale si chiama 'bouba' e quale 'kiki'. Il 95% dirà che bouba è quella rotonda. Funziona in italiano, in giapponese, in himba della Namibia: è una delle uniche corrispondenze suono-significato non arbitrarie che conosciamo

Disegnate due figure su un foglio bianco. La prima è una macchia tonda e bombata, come un'ameba o una nuvola di gelatina. La seconda è una stella aguzza, con punte appuntite, come un cristallo di neve mal riuscito. Ora chiedete a chiunque: 'Una di queste si chiama bouba, l'altra kiki. Quale è quale?'. Il 95% degli adulti, indipendentemente dalla lingua madre, indicherà la forma rotonda come bouba e quella appuntita come kiki. È una corrispondenza così robusta che la psicolinguistica non è riuscita a smontarla in cento anni. È l'effetto Bouba/Kiki, e ha messo in crisi una delle tesi più antiche e influenti della linguistica moderna: l'arbitrarietà del segno linguistico.
Saussure e l'arbitrario
Nel Corso di linguistica generale postumo del 1916, lo svizzero Ferdinand de Saussure aveva affermato un principio fondante: il legame fra il significante (la sequenza di suoni di una parola) e il significato (l'oggetto o concetto a cui rimanda) è arbitrario. Non c'è nulla nel suono cane che richiami il quattrozampe peloso che abbaia; tant'è che in inglese si dice dog, in tedesco Hund, in cinese gǒu. Per quasi un secolo è stato un dogma. Ma alcune eccezioni circolavano: l'onomatopea, e una serie di esperimenti scomodi proprio sui suoni e le forme.
L'esperimento dimenticato di Köhler
Il primo a notare l'effetto fu lo psicologo tedesco-americano Wolfgang Köhler, uno dei padri della Gestalt, che nel suo libro Gestalt Psychology del 1929 descrisse un esperimento condotto a Tenerife mostrando a soggetti analfabeti due figure — una a punte, una arrotondata — e chiedendo quale si chiamasse 'maluma' e quale 'takete'. Il risultato fu netto: maluma era unanimemente la forma rotonda; takete, quella spigolosa. L'esperimento fu citato per anni come curiosità senza essere ripreso in profondità.
Ramachandran e Hubbard riportano l'effetto in scena
Il neuroscienziato indiano-americano V. S. Ramachandran, dell'University of California San Diego, riprese il filone nel 2001. Insieme a Edward Hubbard pubblicò il celebre articolo Synaesthesia: a window into perception, thought and language in cui sostituì 'maluma/takete' con i più celebri bouba/kiki e mostrò che funzionavano altrettanto bene. Anzi, meglio: il 95% di studenti americani e indiani interpellati associava bouba alla forma rotonda. Per Ramachandran, l'effetto era una prova della sinestesia larvata dell'essere umano comune: aree corticali vicine (la fusiform gyrus per le forme visive e quella dei suoni) si influenzano reciprocamente. La spiegazione articolatoria è più semplice: per pronunciare bouba arrotondi le labbra e dilati la bocca; per dire kiki le contrai e le tagli con la lingua. La forma della bocca prefigura la forma dell'oggetto.

Funziona anche nei bambini di 4 mesi
Il dato che ha colpito di più i linguisti è universale e precoce. Daphne Maurer dell'McMaster University e collaboratori hanno mostrato in uno studio del 2006 su Developmental Science che persino i bambini di 2,5 anni — non ancora alfabetizzati, con vocabolari limitati — eseguono l'associazione bouba/kiki come gli adulti. Studi successivi su neonati di 4 mesi (sintetizzati nella review di Asano et al.) hanno trovato segnali del fenomeno persino in bambini che non sanno ancora produrre quei suoni. È un meccanismo che precede l'apprendimento del linguaggio: nasciamo con una predisposizione a trovare corrispondenze sonoro-formali.
L'effetto è davvero universale?
Una sfida pesante è arrivata dagli studi su comunità non occidentali. Negli anni Duemila i ricercatori sperarono di smentire l'effetto provando con popolazioni isolate: gli Himba della Namibia, gli Yoruba della Nigeria, gli Tsimané dell'Amazzonia boliviana. La sintesi più recente, una meta-analisi del 2022 su Philosophical Transactions of the Royal Society B (The bouba/kiki effect is robust across cultures and writing systems), ha riassunto i risultati di 25 esperimenti in 9 lingue: l'associazione bouba/rotondo persiste praticamente ovunque. Solo nei parlanti turchi e in alcuni gruppi di analfabeti non scolarizzati l'effetto si attenua, suggerendo che la lettera latina aiuta a stabilizzarlo (la 'b' è arrotondata, la 'k' angolare).
Implicazioni nella vita quotidiana
L'effetto ha applicazioni concrete. Il branding e il naming di prodotti lo usano da decenni: marche di dolciumi, gelati e prodotti di lusso tendono a usare suoni 'bouba' (Magnum, Lindt, Bvlgari) per evocare morbidezza e dolcezza; marche tecnologiche usano fonemi 'kiki' (Kodak, Tic Tac, Xerox) per evocare rapidità e precisione. Lo psicolinguista canadese David Hubbard ha mostrato in studi del 2007 e 2010 che la gente è disposta a pagare di più per yogurt con nomi 'bouba' rispetto a versioni identiche con nomi 'kiki'. E si rende conto retrospettivamente di non aver mai sentito davvero la differenza.
Una vera contraddizione di Saussure
Il principio dell'arbitrarietà del segno non è morto. La maggior parte delle parole, in tutte le lingue, è effettivamente arbitraria: tavolo, libertà, numero, computer non hanno suoni che ne richiamino il referente. Ma l'effetto Bouba/Kiki, insieme alla letteratura crescente sul simbolismo sonoro (gli ideofoni in molte lingue, la dimensione 'piccolo' associata alla vocale /i/ in centinaia di lingue, secondo studi di Damián Blasi su PNAS), ci dice che una parte del lessico umano ha radici percettive non arbitrarie. Per anni la linguistica ha cercato di cancellarle. Oggi le studia come finestre sul rapporto fra mente, suono e materia. Una buona ragione, la prossima volta che incontrate una persona di nome Bobo o Kiki, per chiedervi se vi sembrano rispettivamente morbidi o vivaci. Il cervello, intanto, lo ha già deciso.
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