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Psicologia

Rat Park (1981): l'esperimento che mostrò che la dipendenza non è solo chimica

Lo psicologo canadese Bruce Alexander costruì un paradiso per ratti e dimostrò che l'ambiente conta più della sostanza

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ratto da laboratorio che si affaccia da una gabbia metallica
Ratto da laboratorio che si affaccia da una gabbia metallica

Alla fine degli anni Settanta, in un seminterrato della Simon Fraser University di Burnaby, in Columbia Britannica, lo psicologo canadese Bruce K. Alexander e due colleghi — Robert Coambs e Patricia Hadaway — costruirono qualcosa che nessun altro laboratorio comportamentale aveva mai osato realizzare: un paradiso per ratti. Lo chiamarono Rat Park. Era una grande gabbia di 8,8 metri quadrati, duecento volte più ampia delle gabbiette standard del topo da laboratorio. Conteneva legni da rosicchiare, ruote e palline, materiale da nido, cibo abbondante e — soprattutto — sedici o venti ratti adulti dei due sessi, liberi di accoppiarsi e di vivere in colonia.

L'obiettivo era radicale: mettere in discussione tutto quello che la psicologia animale credeva di sapere sulla dipendenza da oppiacei. L'ipotesi di Alexander era che gli esperimenti classici degli anni Sessanta — quelli in cui ratti isolati in piccole gabbie premevano disperatamente una leva per ricevere morfina — non dimostrassero che la sostanza fosse irresistibile. Dimostravano solo che i ratti soli, annoiati e prigionieri finivano per drogarsi.

Le gabbie classiche e il "modello standard"

Per ricostruire la storia bisogna tornare a James Olds e Peter Milner, McGill 1954, che scoprirono i "centri del piacere" cerebrali stimolando elettricamente l'ipotalamo. Per i due decenni successivi, il modello dominante della dipendenza in psicologia animale fu il self-administration paradigm: il ratto è isolato, ha accesso a una leva che gli inietta morfina (o cocaina) per via endovenosa, e l'animale finisce per autosomministrarsela fino al collasso.

Quegli esperimenti erano replicati in centinaia di laboratori. Erano alla base del messaggio sociale americano degli anni '70: la morfina è chimicamente irresistibile. Anche un ratto sano, esposto, ne diventa dipendente.

Alexander, lavorando come professore a Simon Fraser, aveva un dubbio metodologico. Quelle gabbie da 25 cm × 18 cm × 18 cm erano l'equivalente di una cella di isolamento sensoriale per un essere umano. Forse il ratto non si drogava perché la morfina era irresistibile, ma perché era l'unica fonte di stimolazione disponibile. Costruì Rat Park per testare l'idea.

Persone che si tengono per mano in cerchio
L'insight di Alexander — l'antitesi della dipendenza non è la sobrietà, è la connessione — è diventata frase iconica della divulgazione psicologica. Foto: Julia M Cameron / Pexels.

Il dispenser truccato

Nel recinto comune, ai ratti era offerta una doppia scelta: una bottiglia di acqua semplice, e una bottiglia di acqua zuccherata contenente morfina (lo zucchero serviva a coprire il sapore amaro dell'oppiaceo). I dispenser registravano automaticamente la quantità bevuta da ogni animale, identificato con un microchip.

I ratti del Rat Park, secondo la pubblicazione del 1981 su Pharmacology, Biochemistry and Behavior, bevevano una quantità trascurabile di soluzione morfinata. Sotto certe condizioni, i ratti isolati nelle gabbiette standard ne consumavano fino a venti volte di più degli abitanti del Rat Park, in alcune varianti dell'esperimento. Quando agli abitanti felici di Rat Park veniva forzata la morfina per 57 giorni (la sostanza era versata nell'acqua zuccherata e non c'erano alternative), e poi veniva ridata la scelta, anche i ratti precedentemente dipendenti preferivano l'acqua semplice.

L'inferenza di Alexander era netta: la dipendenza non è una proprietà della sostanza, è una proprietà del rapporto fra il soggetto e l'ambiente. In un ambiente sociale ricco, il piacere chimico della morfina diventava secondario rispetto al piacere sociale della colonia.

Il rifiuto delle grandi riviste

Il primo articolo di Alexander, Coambs e Hadaway fu rifiutato da Science e da Nature. Apparve nel 1978 su Psychopharmacology, una rivista buona ma meno visibile. Sul suo sito Alexander racconta che alcune voci universitarie suggerirono — non ufficialmente — che la conclusione fosse "politicamente scomoda". Pochi anni dopo, Simon Fraser tagliò i fondi al gruppo Rat Park.

La vera diffusione dell'esperimento arrivò vent'anni dopo, quando i lavori sulla "dipendenza come malattia sociale" cominciarono a farsi strada anche in medicina. Nel 2015 il giornalista britannico Johann Hari ne fece il fulcro del libro Chasing the Scream e di un celebre TED Talk: "The opposite of addiction is not sobriety, it is connection". La frase è diventata virale.

Critiche e replicazioni

Rat Park non è incontestato. Psychiatric Times ha pubblicato negli anni '20 critiche significative:

  • i risultati sono stati parzialmente replicati, ma la differenza fra ambiente sociale e isolato non è sempre della stessa magnitudo;
  • il modello non si applica facilmente a tutte le sostanze: replicazioni con cocaina mostrano effetti più deboli;
  • la critica più seria è che Alexander ha incluso poche ripetizioni e ha controllato in maniera incompleta il dosaggio individuale di morfina;
  • non spiega da solo perché esistano dipendenti anche in ambienti privilegiati, per i quali servono fattori genetici e psichiatrici aggiuntivi.

Esperimenti naturali umani: i veterani del Vietnam

L'esperimento naturale che corrobora l'idea di Alexander è quello dei veterani del Vietnam. Lo studio epidemiologico di Lee Robins, condotto su 451 soldati USA con storia di dipendenza da eroina contratta in zona di guerra, mostrò che, una volta tornati in patria nel loro ambiente sociale familiare, solo il 12% riprese il consumo nei tre anni successivi. Era un dato senza precedenti: la "chimica" non era il primo determinante.

L'eredità nel XXI secolo

Oggi Rat Park è citato in tutti i libri di testo di neuroscienze della dipendenza accanto al "modello standard". Le sue implicazioni di policy sono significative: i programmi di riduzione del danno, di community-based recovery, e i modelli sociali della cura psichiatrica devono molto all'idea che la dipendenza si combatta riconnettendo le persone, non solo separandole dalla sostanza.

Alexander, oggi professore emerito, ha 87 anni. Vive ancora in British Columbia e continua a scrivere su quella che chiama poverty of the spirit, una povertà di legami sociali che, secondo lui, è la vera epidemia delle società moderne. Una tesi che molti psichiatri considerano semplicistica, ma che nessun manuale di psicofarmacologia oggi può ignorare. Rat Park era uno scantinato di Burnaby. Cambiò la conversazione sulla droga.

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