Curiosando si impararivista di curiosità

Psicologia

Effetto Google: perché non ricordiamo più ciò che possiamo cercare online

Uno studio del 2011 su Science ha mostrato che quando sappiamo di poter ritrovare un'informazione, il cervello smette di trattenerla e ricorda invece dove cercarla.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Mani che digitano una ricerca su uno smartphone
Mani che digitano una ricerca su uno smartphone

Quanti numeri di telefono ricordavate a memoria vent'anni fa? E quanti ne ricordate oggi? Probabilmente quasi nessuno, perché sono tutti salvati nello smartphone. Questo piccolo cambiamento quotidiano è la punta di un fenomeno che la psicologia ha studiato e battezzato: l'effetto Google, la tendenza a non memorizzare le informazioni che sappiamo di poter ritrovare facilmente online.

L'esperimento che ha dato un nome al fenomeno

Il termine nasce da uno studio pubblicato nel 2011 sulla rivista Science dalla psicologa Betsy Sparrow della Columbia University, insieme a Jenny Liu e Daniel Wegner. I ricercatori condussero una serie di esperimenti per capire come la disponibilità costante di internet influenzi ciò che ricordiamo.

In una prova, ai partecipanti venne chiesto di digitare al computer una serie di curiosità (per esempio: "l'occhio di uno struzzo è più grande del suo cervello"). A metà del gruppo fu detto che le frasi sarebbero state salvate nel computer; all'altra metà, che sarebbero state cancellate. Il risultato fu netto: chi credeva di poter recuperare le informazioni in seguito le ricordava molto peggio. Il cervello, sapendo di avere una "copia di riserva", non si era preoccupato di trattenerle.

Persona che digita su un computer portatile
Negli esperimenti di Sparrow, sapere che un'informazione sarebbe stata salvata ne riduceva il ricordo. Credit: Christina Morillo / Pexels.

Ricordiamo "dove", non "cosa"

C'è un secondo risultato, ancora più interessante. In un altro esperimento, i partecipanti che non ricordavano il contenuto di una frase ricordavano però benissimo in quale cartella del computer era stata salvata. In altre parole, la memoria non si era indebolita: si era semplicemente riorganizzata. Invece di immagazzinare il dato, il cervello immagazzinava il percorso per ritrovarlo.

Gli autori interpretarono il fenomeno alla luce della memoria transattiva, un concetto introdotto dallo stesso Daniel Wegner negli anni Ottanta. Nei gruppi affiatati — una coppia, un team di lavoro — nessuno ricorda tutto: ciascuno si specializza e sa "a chi chiedere" per le altre informazioni. Secondo Sparrow e colleghi, oggi trattiamo internet come un partner di memoria transattiva: una mente esterna a cui delegare il ricordo, sapendo dove andare a recuperarlo.

Persona pensierosa che cerca di ricordare qualcosa
Il cervello non si limita a dimenticare: riorganizza ciò che vale la pena trattenere. Credit: Chinmay Singh / Pexels.

È un male? Non necessariamente

L'idea che internet ci stia "rovinando" la memoria è seducente, ma va presa con cautela. Delegare informazioni a un supporto esterno non è una novità dell'era digitale: lo facciamo da quando esistono la scrittura, gli appunti e le agende. Lo stesso Socrate, secondo Platone, temeva che la scrittura avrebbe indebolito la memoria degli uomini. Liberare il cervello dal compito di archiviare nozioni può anzi lasciarlo libero di concentrarsi su altro: comprensione, collegamenti, pensiero critico.

Va anche detto, per onestà scientifica, che la ricerca successiva ha ridimensionato alcune conclusioni: tentativi di replica dello studio del 2011 hanno dato risultati contrastanti, e il fenomeno appare più sfumato di quanto i titoli sensazionalistici sull'"amnesia digitale" lasciassero intendere. La memoria transattiva, però, resta un concetto solido e ampiamente documentato dalla letteratura psicologica.

Cosa ce ne facciamo

La lezione più utile non è "smettete di usare Google", ma capire come stiamo imparando. Se ci limitiamo a cercare e dimenticare, accumuliamo scorciatoie senza costruire conoscenza. Se invece usiamo l'accesso immediato alle informazioni come punto di partenza per ragionarci sopra, collegarle e rielaborarle, allora la memoria esterna diventa un'alleata e non una stampella. Il cervello, in fondo, fa quello che ha sempre fatto: spende energia solo dove conta. Sta a noi decidere dove vogliamo che conti.

Una buona curiosità ogni mattina

Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.

Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.


Da scoprire

Continua a leggere

Altre storie che ti potrebbero piacere, scelte per te