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Psicologia

Effetto default: come una casella preimpostata decide chi dona gli organi

Tendiamo ad accettare l'opzione predefinita: sulla donazione di organi questo cambia tutto, come dimostrò uno studio del 2003.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Casella di controllo con segno di spunta su sfondo azzurro
Casella di controllo con segno di spunta su sfondo azzurro

Una semplice casella da spuntare può decidere se diventerete donatori di organi — e, indirettamente, salvare delle vite. Sembra incredibile, ma il modo in cui viene posta la domanda conta spesso più delle convinzioni personali. È il cuore dell'effetto default: la tendenza ad accettare l'opzione preimpostata, quella che vale "se non si fa nulla". Uno studio diventato celebre ha mostrato quanto questo meccanismo sia potente proprio sul tema della donazione di organi.

"I default salvano vite?"

Nel 2003 i ricercatori Eric Johnson e Daniel Goldstein pubblicarono sulla rivista Science un articolo dal titolo provocatorio: Do Defaults Save Lives? ("I default salvano vite?"). Confrontarono i Paesi con sistemi diversi di consenso alla donazione. In alcuni vige il sistema opt-in (consenso esplicito): si è donatori solo se ci si iscrive attivamente. In altri vale l'opt-out (consenso presunto): si è considerati donatori a meno di dichiarare esplicitamente il contrario.

I numeri parlavano chiaro. In un esperimento controllato, l'opzione opt-in produsse un tasso di consenso del 42%, mentre con l'opt-out il consenso saliva all'82%. E nel confronto tra Paesi reali, le differenze erano abissali: in nazioni con consenso presunto come l'Austria la quota di potenziali donatori sfiorava il 100%, mentre in Paesi con consenso esplicito come la Germania si fermava a percentuali a una cifra. Stesse popolazioni, valori culturali simili, ma esiti opposti — decisi dalla casella preimpostata.

Équipe chirurgica al lavoro in una sala operatoria
Il sistema di consenso preimpostato influenza enormemente il numero di potenziali donatori di organi. Credit: Pexels.

Perché il default ha tanto potere

Da dove nasce questa forza? Gli psicologi indicano almeno tre meccanismi. Il primo è l'inerzia: cambiare l'opzione predefinita richiede uno sforzo, anche minimo, e tendiamo a evitarlo. Il secondo è l'avallo implicito: percepiamo il default come una raccomandazione, "ciò che le autorità o gli esperti suggeriscono di fare". Il terzo è la difficoltà della decisione stessa: di fronte a una scelta complessa o emotivamente delicata, come quella sulla donazione, lasciare le cose come stanno è la via di minor resistenza.

Questo fenomeno è strettamente imparentato con il cosiddetto status quo bias, la preferenza generalizzata per il mantenimento della situazione attuale. In entrambi i casi, l'"opzione zero" — non fare nulla — esercita un'attrazione sproporzionata rispetto al suo reale valore.

Una precisazione importante

Attenzione, però, a non semplificare troppo. Il fatto che un Paese adotti il consenso presunto non si traduce automaticamente in più trapianti effettivi. Il caso spesso citato della Spagna, ai vertici mondiali per donazioni, dipende solo in parte dall'opt-out: pesa molto di più una rete capillare di coordinatori dei trapianti negli ospedali, una logistica efficiente e un rapporto di fiducia con le famiglie, che in molti casi vengono comunque consultate. Il default, insomma, è un fattore potente ma non l'unico: trasforma le intenzioni in iscrizioni, ma il passaggio dalle iscrizioni ai trapianti reali richiede organizzazione e risorse.

Oltre gli organi: i default ci circondano

L'effetto default non riguarda solo la donazione. Lo ritroviamo ovunque venga preimpostata un'opzione. Nei piani pensionistici, per esempio, l'iscrizione automatica dei dipendenti (con possibilità di rinuncia) aumenta enormemente la quota di chi risparmia per la vecchiaia, un'idea sviluppata dall'economista Richard Thaler, anch'egli premio Nobel. Lo stesso vale per le impostazioni predefinite dei dispositivi digitali, per le caselle già spuntate nei moduli online, per le opzioni di rinnovo automatico degli abbonamenti.

Tutti questi casi rientrano nella logica del nudge, la "spinta gentile" teorizzata da Thaler e dal giurista Cass Sunstein: modificare il contesto delle scelte per orientare i comportamenti senza vietare alcuna opzione. Cambiare il default è uno degli strumenti più efficaci di questo approccio, proprio perché agisce sulla nostra naturale inclinazione all'inerzia.

Caselle già spuntate, scelte già fatte

L'esempio più quotidiano lo incontriamo online. Quante volte, completando un acquisto o registrandoci a un servizio, troviamo già spuntata la casella per ricevere newsletter, attivare il rinnovo automatico o condividere i nostri dati? Non è un caso: chi progetta quei moduli sa benissimo che la maggior parte di noi lascerà l'opzione così com'è. È la stessa logica dei consensi ai cookie, delle impostazioni di privacy preimpostate sui social, delle prove gratuite che si trasformano in abbonamenti a pagamento se non si interviene in tempo.

In questi casi il default lavora spesso a vantaggio di chi lo imposta, non dell'utente. Per questo molte normative sulla protezione dei consumatori e dei dati personali hanno iniziato a vietare le caselle pre-spuntate per i consensi più delicati, imponendo che certe scelte siano attive e consapevoli. È il riconoscimento implicito di quanto sia difficile, per la mente umana, dire di no a ciò che trova già deciso.

L'etica della "spinta gentile"

Se i default sono così potenti, chi decide quale debba essere quello giusto? Qui si apre un dibattito etico delicato. I sostenitori parlano di paternalismo libertario: orientare verso scelte benefiche (risparmiare, donare, vaccinarsi) lasciando però piena libertà di optare diversamente. I critici obiettano che progettare i default significa comunque influenzare le persone, e che ciò richiede grande trasparenza e responsabilità, per non scivolare nella manipolazione.

Quel che è certo è che non esiste un default "neutro": qualcuno deve pur decidere cosa accade quando non facciamo nulla, e quella decisione ha conseguenze enormi. Capire l'effetto default ci rende cittadini e consumatori più consapevoli — e ci ricorda che, dietro una casella già spuntata, si nasconde spesso una scelta che credevamo nostra, ma che qualcun altro aveva già orientato per noi. Una panoramica del tema è offerta anche dalla voce enciclopedica dedicata all'effetto default.

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