Storie
Shavarsh Karapetyan: il campione che salvò venti vite sott'acqua
Nel 1976 un filobus precipitò in un lago di Erevan. Un nuotatore di fama mondiale si tuffò decine di volte nelle acque gelide.

Ci sono atleti ricordati per le medaglie e altri per ciò che hanno fatto fuori dalle competizioni. Shavarsh Karapetyan, fuoriclasse sovietico-armeno del nuoto pinnato, appartiene alla seconda categoria: la sua impresa più grande non figura in alcun albo d'oro, ma in una fredda mattina del 1976, sul fondo di un lago, dove salvò venti persone dalla morte.
Un fenomeno dello sport
Prima di quel giorno, Karapetyan era già una leggenda nella sua disciplina. Specialista del nuoto con le pinne, nel corso della carriera conquistò numerosi titoli mondiali ed europei e stabilì una serie impressionante di record del mondo. Era un atleta all'apice della forma, abituato a coprire distanze enormi sott'acqua trattenendo il fiato e gestendo lo sforzo come pochi al mondo.
Il 16 settembre 1976
Quella mattina Shavarsh stava facendo jogging lungo la diga del lago di Erevan con il fratello Kamo, al termine di un consueto allenamento. All'improvviso un filobus della linea numero 15, con circa novanta passeggeri a bordo, perse il controllo, superò il parapetto e precipitò nel bacino, inabissandosi a una decina di metri di profondità, a circa venticinque metri dalla riva. Senza esitare, Karapetyan si tuffò nelle acque torbide e gelide. Raggiunse il mezzo sul fondo e, non potendo aprire le porte, ruppe con i piedi il lunotto posteriore, ferendosi gravemente alle gambe. Da quel varco cominciò a estrarre i passeggeri uno alla volta.
Quasi quaranta immersioni
Per oltre venti minuti Shavarsh si immerse di continuo: secondo le ricostruzioni, riportate tra gli altri dalla rivista Grantland, compiì quasi quaranta discese, ciascuna di circa venticinque secondi, nell'acqua scura e contaminata. Riportò a galla decine di persone; molte non poterono essere rianimate, ma venti vite furono salvate grazie a lui. Quando le forze lo abbandonarono, fu portato via privo di sensi.
Il prezzo dell'eroismo
L'impresa gli costò carissima. L'esposizione prolungata all'acqua fredda e ai liquami provocò una grave polmonite doppia e una setticemia: per oltre un mese i medici lottarono per salvargli la vita. Sopravvisse, ma il suo fisico era compromesso: la carriera agonistica ai massimi livelli era finita. Per anni la sua storia rimase quasi sconosciuta; divenne celebre in tutta l'Unione Sovietica solo nel 1982, quando il giornale Komsomolskaya Pravda pubblicò un lungo articolo sull'accaduto. La vicenda è oggi documentata anche da fondazioni umanitarie come Aurora.
Un eroe schivo
Karapetyan non si è mai considerato un eroe. «Non è stato un atto di coraggio—ho semplicemente fatto ciò che dovevo», ha dichiarato più volte. Negli anni successivi salvò altre persone, intervenendo anche in un incendio, e nel 2014 fu tra i tedofori dei Giochi olimpici invernali di Soči. La sua storia, raccontata in dettaglio anche su Wikipedia, resta uno degli esempi più puri di altruismo: un campione che, nel momento decisivo, mise il talento costruito in anni di allenamento al servizio di sconosciuti, pagando di persona un prezzo altissimo.
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