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Come fa il geco a camminare sui muri? Il segreto è quantistico

Niente colla né ventose: il geco si attacca al vetro grazie a milioni di nanopeli e alle forze di van der Waals, le stesse che agiscono fra le molecole.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Geco verde che si arrampica aggrappato a una superficie liscia
Geco verde che si arrampica aggrappato a una superficie liscia

Un geco può correre a testa in giù su una lastra di vetro liscissima, restare appeso a un dito con tutto il peso del corpo e staccarsi in una frazione di secondo per scattare via. Per decenni i biologi si sono chiesti quale fosse il segreto di questa adesione straordinaria: colla? Ventose? Elettricità statica? La risposta, arrivata solo all'inizio del Duemila, è molto più sottile e affascinante: il geco si attacca alle superfici sfruttando le forze di van der Waals, le stesse debolissime attrazioni che agiscono fra le molecole.

Un milione di peli per zampa

Il trucco è tutto nella struttura delle dita. La pianta delle zampe del geco è ricoperta da lamelle solcate da centinaia di migliaia di minuscoli peli chiamati setae: se ne contano circa mezzo milione per zampa. E non finisce qui: la punta di ogni seta si suddivide a sua volta in centinaia di filamenti ancora più piccoli, le spatulae, larghe appena 200 nanometri. Il risultato è che la superficie di contatto effettiva fra il piede e il muro è composta da centinaia di milioni di puntine, ciascuna in grado di "sentire" le molecole della superficie a distanza ravvicinata.

Immagine al microscopio elettronico delle setae e delle spatulae sul dito di un geco
Dal dito alla nanostruttura: le lamelle si dividono in setae e poi in spatulae larghe 200 nanometri. Credit: Wikimedia Commons.

La forza che viene dal nulla

Quando milioni di spatulae si avvicinano a meno di un nanometro dalla superficie, entrano in gioco le forze di van der Waals: attrazioni elettriche debolissime fra molecole, dovute alle fluttuazioni momentanee delle loro nuvole di elettroni. Singolarmente sono trascurabili, ma moltiplicate per centinaia di milioni di punti di contatto diventano una presa formidabile. La prova decisiva è arrivata dal gruppo di Kellar Autumn: già nel 2000, su Nature, i ricercatori misurarono la forza di una singola seta, scoprendo che era molto maggiore del previsto. Due anni dopo, in uno studio pubblicato su PNAS, dimostrarono in modo diretto che il meccanismo è proprio quello di van der Waals, escludendo colle, capillarità o cariche elettriche.

I numeri sono impressionanti: secondo i calcoli di Autumn, se tutte le setae di un geco agissero contemporaneamente potrebbero sostenere oltre 100 chilogrammi, centinaia di volte il peso dell'animale. In pratica il geco ne usa solo una piccola frazione, mantenendo un enorme margine di sicurezza.

La scoperta ha spazzato via decenni di ipotesi sbagliate. In passato si era pensato a microscopiche ventose, a una sorta di "velcro" naturale, a forze capillari dovute all'umidità o all'elettricità statica. Gli esperimenti di Autumn, condotti soprattutto sul robusto geco tokay (Gekko gecko), hanno mostrato che la presa funziona anche su superfici idrofobe e in condizioni in cui la capillarità e le cariche non potrebbero agire: la spiegazione corretta è quella, più universale, delle forze di van der Waals, che dipendono solo dalla vicinanza fra le superfici e non dalla loro chimica.

Attaccarsi e staccarsi in un lampo

Se l'adesione fosse soltanto fortissima, però, il geco resterebbe incollato al muro. Il vero capolavoro è il controllo. La presa è direzionale: si attiva quando la seta viene tirata con una certa angolazione e si annulla appena l'animale cambia inclinazione del dito. Per questo i gechi "srotolano" le dita all'indietro a ogni passo, staccandole in pochi millisecondi mentre corrono. Inoltre le setae sono autopulenti: come mostra un altro studio su PNAS, perdono le particelle di sporco da sole, senza bisogno di acqua o leccate, e così la presa non si degrada nel tempo. È un adesivo a secco, riutilizzabile milioni di volte, che funziona perfino nel vuoto.

Primo piano di un geco con le dita allargate aderenti a una superficie
La presa del geco è direzionale: si attiva con la trazione e si annulla cambiando l'angolo del dito, permettendo passi rapidissimi. Credit: MAG Photography / Pexels.

Dalla zampa al laboratorio

Capire il segreto del geco ha aperto un intero filone di biomimetica. Sono nati nastri e adesivi a secco ispirati alle setae, capaci di attaccarsi e staccarsi senza lasciare residui, e robot arrampicatori in grado di scalare pareti verticali, alcuni sviluppati per applicazioni spaziali dove le colle tradizionali non funzionano. Nel 2012 un team dell'Università del Massachusetts ad Amherst ha presentato "Geckskin", un materiale che, su una superficie di vetro, riesce a sostenere centinaia di chili pur potendo essere rimosso con facilità. La voce Synthetic setae raccoglie molti di questi tentativi di replicare artificialmente il piede del geco.

Le applicazioni potenziali sono molte: cerotti chirurgici che aderiscono ai tessuti senza colle aggressive, guanti per arrampicarsi su pareti lisce, sistemi per afferrare oggetti delicati nelle linee di produzione, pinze per catturare detriti spaziali in orbita. La sfida, finora, è riprodurre su grandi superfici la stessa efficienza che il geco ottiene su scala nanometrica: replicare miliardi di spatulae perfette resta tecnicamente difficile e costoso.

Una lezione di nanotecnologia naturale

La storia dell'adesione del geco è un esempio perfetto di come l'evoluzione anticipi l'ingegneria. Senza colle né ventose, ma solo dividendo una superficie in miliardi di minuscole punte, un piccolo rettile sfrutta una delle forze più deboli dell'universo per camminare sui soffitti. È la dimostrazione che, in natura, la geometria conta quanto la chimica: a volte, per ottenere una presa straordinaria, basta moltiplicare il contatto fino alla scala dei nanometri.

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