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Astronomia

Little red dots: i “punti rossi” di Webb che sfidano la cosmologia

Centinaia di oggetti compatti nell'universo primordiale potrebbero essere i buchi neri supermassicci appena nati.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Il primo campo profondo del telescopio spaziale James Webb con migliaia di galassie lontane
Il primo campo profondo del telescopio spaziale James Webb con migliaia di galassie lontane

Si chiamano little red dots, "piccoli punti rossi", e sono diventati uno dei più grandi rompicapi dell'astronomia contemporanea. Il telescopio spaziale James Webb (JWST) ne ha individuati a centinaia nelle sue immagini più profonde dell'universo primordiale: oggetti compatti, rossissimi, esistiti quando il cosmo aveva meno di un miliardo e mezzo di anni. Nessuno li aveva mai visti prima del 2022, e per un motivo semplice: solo l'occhio infrarosso di Webb riesce a coglierli. Da allora, capire cosa siano è diventata una corsa che coinvolge i principali osservatori del mondo.

Cosa sono i "punti rossi" di Webb

Il nome è stato reso popolare nel 2024 dall'astronomo Jorryt Matthee (Institute of Science and Technology Austria) e dal suo gruppo, che in uno studio pubblicato sull'Astrophysical Journal li ha descritti come una popolazione distinta e sorprendentemente abbondante, individuata dalle survey JWST denominate EIGER e FRESCO. Si tratta di sorgenti estremamente compatte — appaiono quasi puntiformi, con dimensioni dell'ordine di poche centinaia di anni luce — e con una caratteristica firma di colore "a V": molto rosse nella luce ottica a riposo, ma sorprendentemente blu nell'ultravioletto.

La maggior parte dei little red dots si trova a redshift compresi tra z ≈ 4 e z ≈ 9, il che significa che la loro luce è partita tra circa 600 milioni e 1,5 miliardi di anni dopo il Big Bang. Sono quindi una finestra preziosa su un'epoca, l'alba cosmica, in cui galassie e buchi neri stavano appena prendendo forma. La voce enciclopedica di Wikipedia dedicata all'oggetto raccoglie l'elenco crescente di scoperte e ipotesi.

Il primo campo profondo del telescopio James Webb, l'ammasso di galassie SMACS 0723 pieno di migliaia di galassie lontane
Il primo campo profondo di Webb (SMACS 0723): è in immagini come questa che si nascondono i little red dots. Credit: NASA, ESA, CSA, STScI.

Buchi neri travestiti?

L'indizio decisivo è arrivato dalla spettroscopia. In molti little red dots Webb ha rilevato righe di emissione dell'idrogeno (la riga H-alfa) molto larghe: un segnale che di solito tradisce gas in moto rapidissimo attorno a un buco nero supermassiccio in accrescimento, cioè un nucleo galattico attivo. Le masse stimate per questi buchi neri vanno da qualche milione fino a oltre cento milioni di masse solari, valori spesso enormi rispetto alle galassie minuscole che li ospitano. Proprio per questo i ricercatori dell'ISTA li hanno soprannominati "baby quasar", quasar in miniatura còlti nella loro infanzia.

Resta però un paradosso: se fossero quasar "normali", dovrebbero brillare molto di più nei raggi X e nell'infrarosso lontano, cosa che in genere non accade. Per questo nel 2025 uno studio pubblicato su Nature ha proposto un modello alternativo: i little red dots sarebbero giovani buchi neri avvolti in bozzoli di gas ionizzato così densi che a "allargare" le righe spettrali sarebbe la diffusione degli elettroni, non il moto del gas. Una sorta di stella-buco nero, ribattezzata in inglese black hole star.

Immagine di Webb di un ammasso di galassie usato come lente gravitazionale per studiare la materia oscura
Gli ammassi lontani osservati da Webb permettono di "ingrandire" sorgenti deboli come i punti rossi. Credit: NASA, ESA, CSA.

Perché contano per la cosmologia

Il problema di fondo è che JWST ha trovato buchi neri di un miliardo di masse solari già nei primi 700 milioni di anni dopo il Big Bang: troppo grandi, troppo presto, per i modelli classici di crescita. I little red dots potrebbero rappresentare proprio l'anello mancante, la fase iniziale e oscurata in cui questi mostri si formano e accrescono materia a ritmi vicini o superiori al limite teorico di Eddington. Come spiega un'analisi su Scientific American, capire i punti rossi significherebbe capire l'origine dei buchi neri supermassicci che oggi siedono al centro di quasi ogni galassia, compresa la nostra Via Lattea.

C'è anche un dato curioso e in via di chiarimento: i little red dots sembrano essere stati molto più comuni nell'universo giovane e quasi assenti in quello recente. Una popolazione "a tempo", insomma, che fiorisce nell'alba cosmica e poi svanisce, forse trasformandosi nelle galassie e nei buchi neri quieti che vediamo oggi.

Un dibattito ancora aperto

Il motivo per cui nessuno li aveva notati prima è tecnico ma elegante: la loro luce, emessa miliardi di anni fa nell'ottico e nell'ultravioletto, è stata stirata dall'espansione dell'universo fino all'infrarosso vicino, esattamente la banda in cui Webb è imbattibile e in cui i telescopi precedenti, Hubble compreso, erano poco sensibili. Per questo i punti rossi sono, in un certo senso, una scoperta che solo uno strumento da 6,5 metri raffreddato a circa 40 gradi sopra lo zero assoluto poteva fare.

Non tutti gli astronomi sono d'accordo. Alcuni ritengono che parte della luce rossa provenga comunque da stelle vecchie o da polvere interstellare, e che non tutti i punti rossi nascondano un buco nero. Il dibattito è tutt'altro che chiuso: una rassegna pubblicata nel 2025 su arXiv raccoglie i diversi scenari, dalle "culle" di buchi neri massicci alle galassie iper-dense di sole stelle. La buona notizia è che il campione cresce di mese in mese, e nuove osservazioni spettroscopiche e in banda X stanno mettendo alla prova ogni ipotesi.

A poco più di tre anni dalla loro scoperta, i little red dots restano un caso emblematico di come Webb stia riscrivendo l'astronomia: un'intera popolazione di oggetti invisibile fino a ieri, che mette in difficoltà i modelli e costringe a immaginare percorsi di formazione mai considerati. Che siano buchi neri appena nati, galassie compattissime o una combinazione delle due cose, i punti rossi raccontano un capitolo cruciale e ancora indecifrato della storia del cosmo. La prossima parola spetterà ai dati: e con Webb, ne arrivano in continuazione.

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