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Astronomia

Webb fotografa la stella esplosa: il primo progenitore nella polvere

Nella galassia NGC 1637, il James Webb ha individuato per la prima volta una supergigante rossa poco prima della supernova.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Una galassia a spirale ripresa dallo spazio, simile a NGC 1637 (immagine illustrativa)
Una galassia a spirale ripresa dallo spazio, simile a NGC 1637 (immagine illustrativa)

Per la prima volta nella storia, gli astronomi sono riusciti a fotografare con il telescopio spaziale James Webb la stella che stava per esplodere come supernova, scovandola là dove nessun altro strumento l'aveva mai vista: nascosta dentro un bozzolo di polvere. La protagonista è una supergigante rossa nella galassia NGC 1637, e la sua morte ha permesso di risolvere un mistero che inseguiva gli astrofisici da decenni: perché molte stelle massicce sembrano "sparire" poco prima di esplodere. La risposta, semplice e sorprendente, è che si camuffano nella loro stessa polvere.

Una luce arrivata il 29 giugno 2025

La storia comincia il 29 giugno 2025, quando la luce di un'esplosione stellare raggiunge la Terra e viene captata dall'All-Sky Automated Survey for Supernovae (ASAS-SN), una rete di piccoli telescopi automatici che setaccia il cielo a caccia di stelle che esplodono. L'evento riceve la sigla SN 2025pht. Si trova nella galassia a spirale NGC 1637, nella costellazione dell'Eridano, a circa 38 milioni di anni luce da noi. Gli spettri rivelano subito che si tratta di una supernova di tipo II-P, quella prodotta dal collasso del nucleo di una stella molto massiccia che ha esaurito il combustibile nucleare.

Fin qui, niente di eccezionale: le supernovae di questo tipo vengono scoperte regolarmente. La differenza la fa quello che gli astronomi possono finalmente fare grazie a Webb: tornare indietro nel tempo e identificare con certezza quale stella sia esplosa, cioè il suo "progenitore".

Resto di supernova osservato nello spazio, con filamenti luminosi di gas
Il resto della supernova di Keplero: ciò che resta dopo il collasso di una stella massiccia. Immagine illustrativa. Credit: NASA/ESA/JHU/R. Sankrit & W. Blair.

La stella che Hubble non vedeva

Per individuare il progenitore di una supernova, gli astronomi confrontano le immagini scattate dopo l'esplosione con quelle archiviate prima, alla ricerca della stella scomparsa. In questo caso, però, il telescopio spaziale Hubble aveva osservato quella stessa regione di NGC 1637 prima del 2025 e non mostrava alcuna stella nel punto esatto in cui poi si è accesa la supernova. Era come se il colpevole non esistesse.

Puntando lo sguardo infrarosso di Webb, invece, la stella è ricomparsa. La sua luce, assorbita e arrossata dalla polvere, era invisibile nel visibile di Hubble ma brillava chiaramente alle lunghezze d'onda del medio infrarosso. È la prima volta in assoluto che Webb identifica il progenitore di una supernova, e la prima volta che una stella simile viene catturata a quelle lunghezze d'onda. Come ha raccontato l'agenzia scientifica statunitense EurekAlert, il risultato apre una finestra del tutto nuova sull'agonia delle stelle massicce.

"La più rossa e polverosa mai vista esplodere"

L'analisi, coordinata da un team internazionale con il dottorando Aswin Suresh della Northwestern University, ha mostrato che il progenitore era una supergigante rossa particolarmente fredda ed estremamente avvolta nella polvere. "È la supergigante rossa più rossa e più polverosa che abbiamo mai visto esplodere come supernova", ha sintetizzato Suresh. La stella era letteralmente nascosta dietro un velo di materiale che lei stessa aveva espulso negli ultimi stadi della sua vita.

C'è di più: i modelli al computer suggeriscono che quella polvere sia inaspettatamente ricca di carbonio, mentre gli astronomi si aspettavano una composizione dominata dai silicati. Un dettaglio tecnico che apre nuove domande sulla chimica degli ultimi anni di vita delle stelle giganti, e che è stato descritto nello studio pubblicato in preprint sull'archivio scientifico arXiv e accompagnato dalle immagini rilasciate dall'ESA nel febbraio 2026.

L'anello luminoso della supernova 1987A osservato dai telescopi spaziali
La supernova 1987A, l'esplosione di una stella massiccia tra le più studiate di sempre. Immagine illustrativa di un evento analogo. Credit: NASA/ESA/STScI.

Il mistero delle supergiganti scomparse

Questa scoperta non è una semplice curiosità. Da anni gli astrofisici si scontravano con un enigma noto come "problema delle supergiganti rosse mancanti": le simulazioni prevedono che le stelle più massicce, fino a una certa soglia, debbano terminare la loro vita come supernovae, eppure i progenitori effettivamente osservati erano sistematicamente meno luminosi e meno massicci del previsto. Sembrava mancare all'appello un'intera categoria di stelle giganti.

Il caso di SN 2025pht offre una spiegazione elegante: quelle stelle non mancano affatto, sono solo nascoste dalla polvere. Nel visibile risultano deboli o invisibili, ma nell'infrarosso, dove Webb eccelle, tornano a farsi vedere. Per la prima volta teoria e osservazione cominciano a combaciare. Significa che, con il telescopio giusto, potremmo finalmente censire le stelle morenti che fino a ieri ci sfuggivano.

Perché Webb cambia le regole del gioco

Il telescopio James Webb, frutto della collaborazione tra NASA, ESA e l'agenzia spaziale canadese, è stato progettato proprio per osservare l'universo nell'infrarosso, la banda in cui la polvere cosmica diventa trasparente. È la stessa capacità che gli ha permesso di guardare le galassie più antiche e di studiare le atmosfere degli esopianeti. Ora quella stessa "vista a raggi infrarossi" si rivela decisiva anche per capire come muoiono le stelle.

SN 2025pht è probabilmente solo la prima di una lunga serie. Con Webb operativo e nuove survey automatiche che scandagliano il cielo ogni notte, gli astronomi si aspettano di scoprire molti altri progenitori "polverosi". Ogni stella che esplode, in fondo, dissemina nello spazio gli elementi pesanti — carbonio, ossigeno, ferro — di cui sono fatti i pianeti e, in ultima analisi, anche noi. Riuscire finalmente a vederle morire significa capire un po' meglio da dove veniamo.

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