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Afantasia: il 4% delle persone non vede immagini mentali (e per molto tempo nessuno se ne è accorto)

Nel 2015 il neurologo Adam Zeman dell'università di Exeter ha dato un nome a una condizione che da sempre passava inosservata: l'incapacità di evocare immagini mentali volontarie.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Persona di profilo con sagome di pensieri stilizzate
Persona di profilo con sagome di pensieri stilizzate

Chiudete gli occhi. Immaginate una mela rossa appoggiata su un tavolo di legno. Ora aggiungete una luce calda da una finestra di sinistra, qualche venatura sulla superficie del frutto, un piccolo riflesso bianco. La maggior parte di voi ha appena "visto" la scena nella propria mente, anche se non con la stessa nitidezza di una fotografia. Ma per circa il 4% della popolazione non è successo nulla. Nessuna mela, nessun tavolo, nessuna luce. Solo il concetto di mela rossa, senza alcuna immagine associata. Per queste persone l'"occhio della mente" semplicemente non esiste. Si chiama afantasia, e fino al 2015 nessuno aveva ancora dato a questa esperienza un nome.

Una donna del Galles e un paziente di Exeter

La parola fu coniata dal neurologo inglese Adam Zeman dell'Università di Exeter, che si era imbattuto nel fenomeno per caso nel 2005. Un suo paziente, sessantacinquenne, era stato sottoposto a un piccolo intervento cardiaco; al risveglio si era accorto di non riuscire più a richiamare i volti dei familiari nella mente. Tutto il resto funzionava: parlava, leggeva, ricordava, riconosceva chiunque a vista. Ma la rappresentazione visiva interna era scomparsa. Zeman pubblicò il caso nel 2010 e ricevette decine di e-mail da persone che descrivevano la stessa esperienza: solo che, in molti casi, non l'avevano mai persa. Era sempre stata così, fin dall'infanzia.

Nel 2015 Zeman e colleghi pubblicarono su Cortex uno studio su 21 partecipanti con la stessa condizione "congenita", che riportava le valutazioni con il questionario VVIQ (Vividness of Visual Imagery Questionnaire): 21 persone su 21 ottenevano punteggi molto al di sotto della soglia attesa. Zeman propose il nome afantasia, dal greco phantasia (apparizione, immagine) e dalla privazione a-. La parola entrò nel vocabolario scientifico nel giro di pochi mesi e divenne virale dopo che la storia fu raccolta da Scientific American.

Quanti sono

Le stime di prevalenza variano: gli studi più ampi indicano tra il 2,1% e il 5% della popolazione adulta. Quasi sempre la condizione è congenita: chi ha l'afantasia non ha mai visualizzato immagini in vita propria. Più rari ma documentati i casi acquisiti, in genere dopo ictus, traumi cranici o interventi al cervello. Esiste anche la condizione opposta, iperfantasia, in cui le immagini mentali sono indistinguibili dalla percezione reale: riguarda anch'essa circa il 3% della popolazione, ed è spesso descritta tra disegnatori, scrittori e illustratori.

Scala del questionario VVIQ per la misura della vividezza dell'immaginazione visiva
Esempio della scala VVIQ: ai partecipanti viene chiesto di valutare quanto vividamente "vedono" oggetti familiari. Punteggi sotto 32/80 sono associati ad afantasia. Credit: Wikimedia Commons.

La biologia di un "non vedere"

Cosa succede nel cervello di un afantasico? La ricerca più recente, pubblicata nel 2024, conferma quello che diversi gruppi avevano già suggerito: nelle persone con afantasia, durante un compito di immaginazione visiva, la corteccia visiva primaria (V1) non si attiva. I segnali "discendenti" dalle aree frontali, che nei controlli reclutano V1 per costruire un'immagine, si fermano prima. La voce Wikipedia sull'afantasia riassume bene i correlati neurofunzionali identificati nei dieci anni di ricerca dopo il paper di Zeman.

Una vita normale, ma diversa

Vivere senza occhi della mente non è di per sé un disturbo. Molti afantasici si scoprono tali da adulti, con sorpresa: avevano sempre pensato che "vedere una mela" fosse una metafora poetica, non un'esperienza letterale. Esistono però alcune correlazioni interessanti, riportate anche da un'inchiesta del Time Magazine: gli afantasici tendono ad avere una memoria autobiografica più povera di dettagli sensoriali, sognano comunque con immagini (le immagini involontarie restano), riconoscono i volti normalmente, e spesso eccellono in lavori che richiedono pensiero astratto (matematica, programmazione, scrittura concettuale). Tra le persone famose che hanno dichiarato di essere afantasiche c'è l'ex CEO di Mozilla Blake Ross e l'ex animatore Pixar Glen Keane.

Implicazioni cliniche

Capire l'afantasia ha conseguenze pratiche. Molte terapie psicologiche per ansia e disturbo post-traumatico da stress sono basate sull'esposizione immaginativa: si chiede al paziente di rivivere mentalmente la situazione stressante. Per chi non visualizza non funzionano. Anche in ambito didattico, una ricerca dell'Università di Edimburgo ha suggerito che alcune tecniche di memorizzazione basate su immagini (come il metodo dei loci) richiedono adattamenti specifici per gli studenti afantasici.

Per dirla con Adam Zeman, intervistato nel 2024: "Non è una malattia. È un modo diverso di abitare la propria mente. Quello che è cambiato dal 2015 è che ora ne possiamo parlare. Migliaia di persone si sono scoperte afantasiche, e per la prima volta hanno capito di non essere strane: sono semplicemente l'altro 4%."

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