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Corpo Umano

Telomeri: il conta-divisioni che decide quando le cellule invecchiano

I cappucci all'estremità dei cromosomi si accorciano a ogni replicazione, scandendo la vita delle cellule.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Rappresentazione astratta della doppia elica del DNA in tonalità blu
Rappresentazione astratta della doppia elica del DNA in tonalità blu

Alle estremità di ogni cromosoma, dentro ognuna delle nostre cellule, c'è un piccolo cappuccio protettivo fatto di DNA ripetuto: si chiama telomero. La sua funzione è semplice e vitale: impedire che le estremità dei cromosomi si sfilaccino o si fondano tra loro, un po' come il puntale di plastica che protegge la punta dei lacci delle scarpe. Ma i telomeri fanno anche un'altra cosa straordinaria: contano. A ogni divisione cellulare si accorciano un po', e quando diventano troppo corti, la cellula riceve l'ordine di smettere di moltiplicarsi. Sono, in pratica, uno degli orologi biologici dell'invecchiamento.

Il problema della copiatura

Tutto nasce da un difetto tecnico della vita. Ogni volta che una cellula si divide, deve copiare il proprio DNA, ma l'enzima che lo duplica non riesce a replicare fino in fondo le estremità dei filamenti: a ogni copia, un pezzetto di telomero va perduto. Questo "problema della replicazione terminale" significa che i telomeri si accorciano progressivamente a ogni ciclo. Nei primi anni Sessanta, il biologo Leonard Hayflick aveva osservato che le cellule umane in coltura si dividono un numero limitato di volte — circa cinquanta — prima di fermarsi: il celebre limite di Hayflick. I telomeri sono la spiegazione molecolare di quel limite.

Quando i telomeri raggiungono una lunghezza critica, la cellula entra in senescenza, uno stato in cui sopravvive ma non si replica più, oppure si autodistrugge. L'accumulo di cellule senescenti nei tessuti è considerato uno dei meccanismi che contribuiscono all'invecchiamento dell'organismo.

Schema dei telomeri come cappucci alle estremità dei cromosomi
I telomeri (in chiaro) proteggono le estremità dei cromosomi e si accorciano a ogni divisione cellulare. Credit: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

La telomerasi, l'enzima che ricostruisce

Esiste però un enzima capace di ricostruire i telomeri: la telomerasi. Fu scoperta nel 1984 da Carol Greider ed Elizabeth Blackburn studiando un microscopico organismo d'acqua dolce, il Tetrahymena, in una ricerca pubblicata su Cell. Insieme a Jack Szostak, le due scienziate ricevettero per questa scoperta il premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina nel 2009.

La telomerasi è molto attiva nelle cellule che devono dividersi all'infinito — quelle germinali, da cui nascono ovuli e spermatozoi, e le cellule staminali — ma è quasi spenta nella maggior parte delle cellule adulte del corpo. Ed è proprio questo "spegnimento" a fare da freno: senza telomerasi, le cellule somatiche non possono replicarsi senza limiti.

Il doppio volto: invecchiamento e cancro

Qui sta il paradosso più affascinante. Da un lato, l'accorciamento dei telomeri ci fa invecchiare. Dall'altro, è una potente difesa contro il cancro: una cellula con telomeri corti non può proliferare a dismisura. I tumori, per diventare "immortali", devono aggirare questo limite, e quasi sempre lo fanno riattivando la telomerasi: la si ritrova accesa in circa il 90% dei tumori umani. Allungare artificialmente i telomeri per ringiovanire i tessuti, quindi, è un'idea pericolosa, perché potrebbe favorire proprio le cellule cancerose.

I telomeri risentono anche dello stile di vita. Uno studio pubblicato su PNAS nel 2004 dal gruppo di Blackburn ed Elissa Epel ha mostrato che le donne sottoposte a stress cronico — in particolare madri impegnate nell'assistenza prolungata di figli malati — avevano telomeri più corti, come se le loro cellule fossero biologicamente più "vecchie". È una delle prime prove molecolari del legame tra stress psicologico e invecchiamento del corpo.

Un orologio che dice molto, ma non tutto

La lunghezza dei telomeri è oggi studiata come possibile indicatore di età biologica, distinta dall'età anagrafica, e come spia di rischio per diverse malattie legate all'invecchiamento. Ma gli scienziati invitano alla prudenza: i test commerciali che promettono di misurare la "vera età" dai telomeri sono ancora poco affidabili, e l'invecchiamento dipende da decine di meccanismi intrecciati, non da un solo orologio.

Quando i telomeri si rompono

Lo studio dei telomeri non è solo teoria dell'invecchiamento: ha ricadute mediche concrete. Esistono malattie genetiche rare, chiamate telomeropatie, in cui i meccanismi di mantenimento dei telomeri sono difettosi e i tessuti invecchiano precocemente. La più nota è la discheratosi congenita, che colpisce midollo osseo, pelle e polmoni: i pazienti hanno telomeri anormalmente corti per la loro età e sviluppano da giovani problemi tipici della vecchiaia, come l'insufficienza del midollo o la fibrosi polmonare. Studiare queste malattie ha confermato sul campo quanto i telomeri siano cruciali per la salute dei tessuti che si rinnovano di continuo.

C'è poi il rovescio della medaglia. Se è vero che telomeri più lunghi proteggono dall'invecchiamento cellulare, alcune ricerche hanno collegato telomeri eccezionalmente lunghi a un rischio maggiore di certi tumori, proprio perché concedono alle cellule più "licenze" per dividersi. È la conferma che la lunghezza dei telomeri non è semplicemente "più è meglio", ma un delicato compromesso che l'evoluzione ha bilanciato tra il rischio di invecchiare e quello di ammalarsi di cancro.

Vale la pena ricordare che l'intuizione di partenza — l'esistenza di un limite alle divisioni cellulari — fu a lungo osteggiata: quando Leonard Hayflick la propose nei primi anni Sessanta, contraddiceva la convinzione diffusa che le cellule in coltura fossero potenzialmente immortali. Ci vollero anni e la scoperta dei telomeri perché la comunità scientifica ne riconoscesse pienamente la fondatezza.

Resta il fascino di un'idea elegante: dentro ognuna delle nostre cellule, alle punte dei cromosomi, c'è un piccolo contatore che si consuma a ogni divisione. Non è il destino scritto, ma è uno dei modi in cui il tempo lascia il segno, fin nel cuore del nostro DNA.

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