Curiosità
Disco di Festo: il messaggio cretese che nessuno sa leggere
241 simboli impressi a spirale nell'argilla 3.500 anni fa, con una tecnica che anticipa la stampa di Gutenberg.

È un disco di terracotta grande quanto un piatto da dessert, spesso poco più di un centimetro, coperto da 241 simboli disposti a spirale su entrambe le facce. Si chiama Disco di Festo e da oltre un secolo è uno degli oggetti più studiati e meno compresi dell'archeologia. Nessuno è ancora riuscito a leggerlo, e qualcuno sostiene addirittura che non si potrà mai. Eppure custodisce un primato che lo rende unico al mondo.
Una scoperta nel cuore della Creta minoica
Il disco fu rinvenuto il 3 luglio 1908 dall'archeologo italiano Luigi Pernier, allievo della Scuola Archeologica Italiana di Atene, durante gli scavi del palazzo minoico di Festo, nella Creta meridionale. Pernier lo trovò in un vano del cosiddetto "palazzo vecchio", insieme a una tavoletta in Lineare A, la scrittura minoica anch'essa non decifrata. Il contesto archeologico fa risalire l'oggetto, secondo la datazione più diffusa, alla media o tarda età del bronzo, intorno al II millennio a.C. Oggi il disco è uno dei tesori del Museo Archeologico di Iraklio, a Creta.
Il primato che lo rende unico
Ciò che rende il Disco di Festo straordinario non è solo il mistero della sua scrittura, ma il modo in cui è stato realizzato. I simboli non furono incisi a mano uno per uno: furono impressi nell'argilla ancora fresca usando dei punzoni, piccoli timbri preconfezionati, uno per ciascun segno. In altre parole, qualcuno aveva fabbricato un set di stampi e li aveva premuti sulla creta come si fa con un sigillo. Per questo molti studiosi lo definiscono uno dei più antichi esempi al mondo di stampa a caratteri mobili, anticipando di quasi tremila anni l'idea che Johannes Gutenberg renderà rivoluzionaria a metà del Quattrocento.
I 241 segni si riducono a 45 simboli distinti, che si ripetono: teste umane con acconciature a cresta, pesci, uccelli, pelli, fiori, navi, scudi. La maggior parte degli studiosi ritiene che 45 segni siano troppi per un alfabeto e troppo pochi per una scrittura puramente logografica come quella cinese: il numero suggerisce piuttosto un sillabario, in cui ogni segno rappresenta una sillaba.
Perché nessuno riesce a leggerlo
Il problema fondamentale è la quantità di testo. Mentre i geroglifici egizi furono decifrati da Jean-François Champollion grazie ai lunghi testi paralleli della Stele di Rosetta, e la Lineare B fu sciolta da Michael Ventris nel 1952 confrontando migliaia di tavolette, del Disco di Festo esiste un solo esemplare. Con così poche righe e nessun testo bilingue, mancano gli appigli statistici per qualsiasi decifrazione affidabile. È il classico problema del corpus troppo piccolo: qualunque ipotesi diventa indimostrabile.
Nel corso del Novecento sono state proposte centinaia di "soluzioni": chi vi ha letto un inno alla dea madre, chi un calendario, chi un testo astronomico, chi addirittura un messaggio in greco o in luvio. Nessuna di queste letture ha mai convinto la comunità scientifica. Come riassume la voce enciclopedica dedicata al Disco di Festo, ogni decifrazione finora si è rivelata arbitraria e impossibile da verificare.
Vero o falso? Anche l'autenticità è stata messa in dubbio
L'aura di mistero ha alimentato perfino il sospetto che il disco sia un falso ottocentesco, un'ipotesi rilanciata nel 2008 dallo studioso americano Jerome Eisenberg. La maggioranza degli archeologi respinge però questa tesi: il contesto di scavo documentato da Pernier e i confronti con altri materiali minoici depongono a favore dell'autenticità. Per dirimere ogni dubbio servirebbe però una datazione fisica diretta, ad esempio con la termoluminescenza, finora non autorizzata dal museo per non danneggiare il reperto.
Una svolta è arrivata nel 2014, quando un gruppo di ricercatori ha completato la prima analisi digitale ad alta risoluzione di entrambe le facce: lo studio, condotto dal linguista Gareth Owens insieme al fonetista John Coleman dell'Università di Oxford, ha proposto di riconoscere alcune parole, tra cui un termine che ricorrerebbe come "madre" o "dea", senza però arrivare a una lettura completa accettata da tutti.
Un enigma che resiste
A oltre un secolo dalla scoperta, il Disco di Festo continua a sfidare studiosi e appassionati. Non sappiamo che lingua parli, se sia un documento sacro, un testo amministrativo o un gioco da tavolo rituale. Sappiamo però che chi lo creò usò una tecnologia sorprendentemente moderna, e che proprio per la sua unicità potrebbe restare per sempre ciò che è oggi: il più affascinante messaggio in bottiglia mai giunto fino a noi dall'età del bronzo, scritto in una lingua che forse nessuno tornerà mai a parlare.
Una buona curiosità ogni mattina
Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.
Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.



