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Il paradosso di Zenone: perché Achille non raggiunge mai la tartaruga

Un rompicapo di venticinque secoli fa sull'infinito che è servito a inventare buona parte della matematica moderna.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Illustrazione di Achille e la tartaruga, il paradosso di Zenone
Illustrazione di Achille e la tartaruga, il paradosso di Zenone

Immaginate una gara di corsa tra il velocissimo Achille e una lenta tartaruga. Per correttezza sportiva, Achille concede alla tartaruga un po' di vantaggio. Secondo un ragionamento formulato venticinque secoli fa, però, l'eroe greco non riuscirà mai a raggiungerla, per quanto corra forte. È il più famoso dei paradossi di Zenone, un rompicapo che ha tormentato filosofi e matematici fino all'invenzione del calcolo infinitesimale e che, ancora oggi, fa riflettere su cosa significhi davvero "infinito".

Chi era Zenone di Elea

Zenone visse nel V secolo a.C. a Elea, colonia greca dell'Italia meridionale, ed era allievo del filosofo Parmenide. La sua scuola, detta eleatica, sosteneva una tesi spiazzante: il movimento e la molteplicità del mondo sarebbero illusioni, e la realtà sarebbe in fondo una e immutabile. Per difendere il maestro dalle critiche, Zenone non cercò di dimostrare direttamente questa idea, ma di mostrare che anche l'ipotesi opposta — quella del senso comune, secondo cui le cose si muovono e si dividono all'infinito — conduce a contraddizioni assurde.

Dei suoi scritti originali non ci è rimasto quasi nulla. Conosciamo i suoi paradossi soprattutto grazie ad Aristotele, che nella Fisica li riportò proprio per confutarli. Come spiega in dettaglio la voce della Stanford Encyclopedia of Philosophy dedicata ai paradossi del moto, ne sopravvivono diversi, ma quattro sono passati alla storia.

Schema del paradosso della dicotomia di Zenone con metà distanze successive
Il paradosso della dicotomia: per percorrere un tratto bisogna prima percorrerne la metà, all'infinito. Credit: Wikimedia Commons.

Achille, la tartaruga e la freccia immobile

Il più celebre è proprio Achille e la tartaruga. Quando Achille raggiunge il punto da cui è partita la tartaruga, questa nel frattempo è avanzata un po'. Quando Achille copre anche quel nuovo tratto, la tartaruga è andata ancora un po' più in là. E così via, all'infinito: ogni volta che Achille arriva dove era l'animale, questo si è spostato. Sembra dunque che il divario non si annulli mai e che il più lento non venga mai superato.

Strettamente imparentato è il paradosso della dicotomia: per arrivare a destinazione bisogna prima percorrere metà del tragitto; ma prima ancora la metà di quella metà, e così via. Poiché esistono infiniti "primi passi" da compiere, sembrerebbe addirittura impossibile iniziare a muoversi. C'è poi il paradosso della freccia: in ogni singolo istante una freccia scoccata occupa una posizione precisa ed è quindi immobile; ma se in ogni istante è ferma, come può, sommando istanti di immobilità, essere in movimento?

La trappola dell'infinito

Il cuore di tutti questi rompicapi è la difficoltà di maneggiare l'idea di infinito. Il ragionamento di Zenone dà per scontato che sommare infiniti pezzi — infiniti tratti di strada, infiniti intervalli di tempo — debba per forza dare un risultato infinito, o comunque richiedere un tempo infinito. È un'intuizione naturale: se aggiungo numeri positivi senza fermarmi mai, mi aspetto che il totale cresca senza limite.

Eppure è proprio qui che si nasconde l'errore. Non tutte le somme di infiniti termini sono infinite. Alcune si avvicinano sempre di più a un valore finito senza mai superarlo, e questo cambia completamente la risposta al paradosso.

La soluzione: le serie che convergono

Consideriamo la dicotomia con i numeri. Le frazioni di percorso sono 1/2, poi 1/4, poi 1/8, poi 1/16, e così via. Sommandole tutte — infinite — il risultato non cresce all'infinito: tende a 1, cioè all'intero tragitto. È quella che i matematici chiamano una serie geometrica convergente. Lo stesso vale per il tempo: se ogni tratto è percorso a velocità costante, anche gli intervalli di tempo formano una serie che somma a un valore finito. Achille raggiunge e supera la tartaruga in un tempo perfettamente determinato.

Questa idea, intuita in vari modi nei secoli, fu messa su basi rigorose solo nell'Ottocento, con la formalizzazione del concetto di limite a opera di matematici come Cauchy e Weierstrass, dopo l'invenzione del calcolo infinitesimale da parte di Newton e Leibniz. In altre parole: Zenone aveva individuato un problema autentico e profondo, ma per risolverlo del tutto è servito un apparato matematico arrivato più di duemila anni dopo. Una trattazione storica e concettuale completa si trova nella voce enciclopedica sui paradossi di Zenone.

Perché ne parliamo ancora oggi

Si potrebbe pensare che, una volta arrivata la matematica giusta, i paradossi siano archiviati. Non è così semplice. Restano questioni filosofiche aperte: la matematica ci dice che la somma degli infiniti tratti è finita, ma non spiega del tutto come sia possibile completare fisicamente un numero infinito di compiti in un tempo finito, ciò che i filosofi chiamano "supertask". È un dibattito che, come ricostruisce ancora la scheda dell'Enciclopedia Britannica, continua a vivere all'incrocio tra logica, fisica e filosofia.

C'è anche un risvolto fisico affascinante: spazio e tempo sono davvero divisibili all'infinito, come assume Zenone, oppure esiste una scala minima al di sotto della quale "dividere" non ha più senso? Alcune teorie della fisica fondamentale flirtano con l'idea di una granularità ultima dello spaziotempo, intorno alla scala di Planck. Se così fosse, la freccia di Zenone non potrebbe essere suddivisa all'infinito, e il paradosso assumerebbe una piega del tutto nuova. Per questo, dopo venticinque secoli, l'eroe greco e la sua tartaruga continuano a correre nelle aule di filosofia e di matematica: non perché nessuno sappia chi vince — vince Achille, ovviamente — ma perché la domanda che pongono sull'infinito non smette di insegnarci qualcosa.

Le risposte dei filosofi, da Aristotele a Cantor

Nei secoli, i paradossi di Zenone hanno ricevuto risposte di natura molto diversa. Aristotele propose una distinzione che sarebbe rimasta influente per duemila anni: quella tra infinito "potenziale" e infinito "in atto". Secondo lui, una linea è divisibile all'infinito solo in potenza — possiamo continuare a dividerla quanto vogliamo — ma non è composta da un numero attualmente infinito di parti già esistenti. Questa mossa concettuale disinnescava in parte il paradosso, anche se non lo risolveva del tutto sul piano matematico.

C'è poi la celebre risposta del filosofo cinico Diogene, che, secondo l'aneddoto, replicò a chi negava il movimento semplicemente alzandosi e mettendosi a camminare: il solvitur ambulando, "si risolve camminando". È una battuta efficace, ma elude il punto: nessuno dubita che il movimento esista; il problema di Zenone è spiegare come sia logicamente possibile, ed è un problema serio.

La svolta decisiva arrivò con la matematica dell'infinito sviluppata nell'Ottocento, soprattutto grazie a Georg Cantor, che mostrò come si possano trattare in modo rigoroso insiemi con infiniti elementi, e con la definizione moderna di limite e di somma di una serie. Da allora la maggior parte dei matematici considera i paradossi "risolti" dal punto di vista tecnico. Restano però aperte le questioni filosofiche più sottili — sulla natura del continuo, sulla possibilità di completare compiti infiniti, sul rapporto tra i modelli matematici e la realtà fisica — che continuano ad alimentare un dibattito vivo. È questa duplice natura, insieme banale e profonda, a rendere Zenone un classico inesauribile del pensiero.

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