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La coppa di Pitagora: il bicchiere che ti punisce se sei avido

Riempila troppo e si svuota da sola: il sifone nascosto della 'coppa della giustizia'

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Coppa di Pitagora in ceramica proveniente dall'isola di Samo, con colonna centrale visibile all'interno
Coppa di Pitagora in ceramica proveniente dall'isola di Samo, con colonna centrale visibile all'interno

Ti riempi il calice fino all'orlo, contento del tuo gesto generoso, e in un istante ti ritrovi il vino sui piedi: l'intero contenuto è scolato via dal fondo. Non è uno scherzo della mano, ma il funzionamento previsto della coppa di Pitagora, conosciuta anche come "coppa della giustizia" (in greco moderno kylix tis dikaiosynis) o "greedy cup", la coppa dell'avidità. Sotto l'aspetto innocuo di un bicchiere di ceramica si nasconde un piccolo capolavoro di fisica: un sifone occultato nel piede che premia la moderazione e punisce l'ingordigia. Riempi con misura e bevi tranquillo; superi una linea invisibile e perdi tutto.

Sezione trasversale di una coppa di Pitagora che mostra la colonna centrale cava e il canale a U del sifone
Sezione che rivela la colonna centrale e il canale a U del sifone. Foto: M Todorovic via Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).

Una lezione di moderazione attribuita a Pitagora

La tradizione popolare lega questo oggetto al filosofo e matematico Pitagora di Samo. Il racconto vuole che, durante i lavori per l'approvvigionamento idrico dell'isola di Samo nel VI secolo a.C., Pitagora avesse ideato una coppa "giusta" per impedire agli operai di abusare del vino: chi si serviva con misura beveva, chi esagerava restava a mani vuote. È una storia affascinante, ma va presa per quello che è — una leggenda. La stessa voce enciclopedica chiarisce che si tratta di una "recente tradizione folklorica" e che il dispositivo, in realtà, è molto più antico come idea tecnica che come reperto legato al filosofo.

Quel che è documentato è che oggetti analoghi, i cosiddetti "vasi di Tantalo", circolavano nel mondo antico: l'esemplare più antico sopravvissuto è una coppa romana in argento databile alla fine del IV secolo d.C. Insomma, l'attribuzione a Pitagora è suggestiva e oggi inseparabile dal nome dell'oggetto, ma è soprattutto un bel modo di raccontare un principio fisico con una morale annessa: l'eccesso fa perdere tutto.

Il meccanismo: una colonna nascosta e un canale a U

Tutto ruota attorno a un dettaglio che a occhio non si vede. Al centro della coppa c'è una colonna cava, una sorta di piccola torre che si erge dal fondo. Dentro questa colonna, o appena a lato, corre un canale a forma di U capovolta: un tubicino che parte da un foro sul fondo del piede, sale fino quasi alla sommità della colonna — dove si apre in una cameretta — e poi ridiscende. È esattamente la geometria di un sifone.

Finché versi il liquido, questo riempie la coppa e, per il principio dei vasi comunicanti, sale anche dentro il canale ascendente del sifone, mantenendosi allo stesso livello. Tutto procede normalmente: bevi e non succede niente. Il punto critico è il colmo del sifone, cioè il vertice della U capovolta nascosto dentro la colonna. Se il livello del vino resta al di sotto di quel vertice, la coppa si comporta come un bicchiere qualsiasi.

Coppe di Pitagora in ceramica decorata esposte in vendita come souvenir
Coppe di Pitagora come souvenir, decorate in stile greco classico. Foto: M Todorovic via Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).

Quando scatta lo svuotamento: pressione e gravità

Ed ecco il momento della verità. Se continui a versare e il livello supera il colmo del sifone, il liquido scavalca il vertice della U e comincia a scendere lungo il ramo discendente, quello che porta al foro sotto il piede. A questo punto si innesca l'effetto sifone: il liquido che cade nel ramo discendente "tira" dietro di sé quello del ramo ascendente, e la colonna di liquido continua a fluire per gravità fino a svuotare completamente la coppa. Non si ferma a riportare il livello sotto il colmo: prosegue finché il pelo libero del liquido scende sotto l'imbocco inferiore del sifone, cioè fino a coppa vuota.

Perché proprio la gravità? Qui entra in gioco un dibattito sorprendentemente recente. Per decenni i dizionari hanno definito il sifone come un dispositivo che funziona grazie alla pressione atmosferica. Nel 2010 il fisico Stephen Hughes fece notare, in una nota poi rimbalzata sulla stampa scientifica, che la voce dell'Oxford English Dictionary conteneva un errore concettuale, attribuendo il moto del sifone alla pressione atmosferica anziché alla gravità. Il principio essenziale è semplice: poiché il ramo discendente è più lungo (o comunque il liquido vi scende a un livello più basso rispetto al serbatoio), il peso maggiore di quella colonna trascina il flusso. La pressione atmosferica, che agisce sulla superficie del liquido, contribuisce a "sostenere" la colonna nel ramo ascendente ed evita che si interrompa, ma il motore del flusso è la differenza di altezza, cioè la gravità — con un ruolo importante anche della coesione del liquido. Per la coppa di Pitagora, dove i dislivelli sono di pochi centimetri, basta e avanza.

Il sifone, tecnologia degli antichi

Il sifone non era affatto una novità per i Greci. Lo strumento compare tra i dispositivi descritti circa duemila anni fa da Erone di Alessandria nel suo trattato Pneumatica, dove l'autore documenta proprio "un vaso il cui contenuto defluisce quando viene riempito fino a una certa altezza" — la descrizione tecnica della nostra coppa. A Erone si arriva però lungo una tradizione che parte da prima: il principio del sifone è attribuito anche a Ctesibio di Alessandria (attivo intorno al 270 a.C.), il grande ingegnere ellenistico cui si devono la scoperta dell'elasticità dell'aria, pompe a pressione e un perfezionamento della clessidra. Gli scritti di Ctesibio sono andati perduti e ci sono noti solo attraverso le citazioni di Vitruvio e di Erone, ma fu lui a porre le basi di quella scuola di ingegneria che culminò nelle macchine di Alessandria.

Capire questa filiazione aiuta a inquadrare bene la coppa: non è una stravaganza isolata, ma un'applicazione domestica e didattica di un principio idraulico che gli antichi conoscevano e sfruttavano in fontane, orologi ad acqua e automi. Il genio dell'oggetto sta nell'aver nascosto il sifone dentro la colonna centrale, trasformando un fenomeno fisico in una sorpresa e in una lezione morale.

Provala oggi: il souvenir di Samo

La coppa di Pitagora non è finita nei musei: è viva e vegeta sui banchi dei negozi. Oggi è uno dei souvenir tipici dell'isola di Samo e, più in generale, della Grecia, dove la trovi in ceramica decorata con motivi classici e venduta proprio come "coppa della giustizia". Ne circolano anche versioni vendute a Creta con il nome di coppa della giustizia, a riprova di quanto l'oggetto sia diventato un piccolo classico del turismo culturale.

Se ne porti a casa una, l'esperimento è alla portata di chiunque: versa l'acqua lentamente e osserva la linea critica. Fin sotto il colmo nascosto, tutto bene. Un dito di troppo, ed ecco il sifone che entra in azione e svuota la coppa sul tavolo. È il modo più divertente per toccare con mano vasi comunicanti, pressione idrostatica e gravità — e per ricordarsi, come voleva la leggenda pitagorica, che a volere troppo si rischia di restare a secco.

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