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La lingua dei segni nata dal nulla: il caso del Nicaragua

Negli anni Ottanta centinaia di bambini sordi crearono dal niente una lingua completa: i linguisti l'hanno vista nascere in diretta.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Mani che compongono segni della lingua dei segni
Mani che compongono segni della lingua dei segni

C'è un solo caso documentato nella storia in cui i linguisti hanno potuto osservare la nascita di una lingua completamente nuova in diretta, generazione dopo generazione, senza che nessun adulto la insegnasse. È successo in Nicaragua, a partire dalla fine degli anni Settanta, e protagonisti furono alcune centinaia di bambini sordi. La lingua dei segni nicaraguense (in spagnolo Idioma de Señas de Nicaragua, ISN) è oggi la prova vivente che la capacità di costruire una grammatica è qualcosa di profondamente radicato nella mente umana: dove non c'è una lingua, i bambini la inventano.

Un Paese senza lingua dei segni

Fino agli anni Settanta, in Nicaragua non esisteva una comunità sorda né una lingua dei segni condivisa. Le persone sorde vivevano isolate nelle proprie famiglie, comunicando con gesti improvvisati che i linguisti chiamano home signs, segni casalinghi: utili per i bisogni quotidiani con i parenti, ma privi di una grammatica e incomprensibili al di fuori delle mura domestiche. Ogni famiglia aveva, di fatto, il suo piccolo codice privato.

Tutto cambiò con una riforma scolastica. Nel 1977 aprì a Managua una scuola di educazione speciale e, all'inizio degli anni Ottanta, il nuovo governo sandinista ampliò l'istruzione per i sordi, radunando per la prima volta decine e poi centinaia di bambini in un unico luogo. Gli insegnanti cercavano di insegnare loro lo spagnolo parlato, la lettura labiale e l'alfabeto manuale: un metodo che, raccontano le cronache, fallì quasi completamente. I bambini non imparavano lo spagnolo. In compenso, stava accadendo qualcos'altro, lontano dalle aule.

Mani che compongono un segno della lingua dei segni
La lingua dei segni nicaraguense nacque nei cortili e sugli autobus, non nelle aule. Credit: Kevin Malik, Pexels.

Nei cortili nasce una grammatica

Nel cortile della ricreazione, sugli scuolabus, nelle mense, i bambini iniziarono a mettere in comune i propri segni casalinghi. Da quella mescolanza emerse rapidamente un sistema condiviso, una sorta di "pidgin" gestuale che permetteva di comunicare tra ragazzi che fino a poco prima non si capivano. Ma il salto decisivo lo compirono i più piccoli. Quando nuovi bambini, di quattro o cinque anni, entrarono nella comunità e appresero quel sistema ancora grezzo, non si limitarono a copiarlo: lo riorganizzarono, lo resero più regolare, vi aggiunsero strutture grammaticali che gli "inventori" più grandi non avevano. In una manciata di anni, un insieme disordinato di gesti era diventato una lingua vera, con regole sintattiche stabili.

Questo processo, in cui una generazione trasforma un codice rudimentale in una lingua piena, è la stessa dinamica con cui dai pidgin nascono i creoli. La differenza è che a Managua è avvenuto sotto gli occhi degli studiosi, in tempo quasi reale.

Gli scienziati arrivano (in ritardo)

Fu il Ministero dell'Educazione nicaraguense a chiamare, nel 1986, la linguista statunitense Judy Kegl per capire come comunicassero quei ragazzi. Kegl si rese conto di trovarsi davanti a un fenomeno unico. Negli anni successivi la ricercatrice Ann Senghas, della Columbia University, studiò in modo sistematico come la lingua cambiava di coorte in coorte. In uno studio pubblicato nel 2004 sulla rivista Science, Senghas e colleghi mostrarono che i firmatari più giovani avevano sviluppato la capacità di "segmentare" gli eventi di movimento in elementi distinti e ricombinabili — una proprietà fondamentale del linguaggio umano — che i primi utilizzatori, più anziani, non possedevano. La grammatica, insomma, non era stata importata: era stata creata dai bambini stessi.

Come riassume la scheda enciclopedica della lingua dei segni nicaraguense, l'ISN è oggi una lingua naturale a tutti gli effetti, con un lessico e una sintassi propri, usata quotidianamente da migliaia di persone sorde nel Paese.

Bambini seduti in un'aula scolastica
Furono i bambini più piccoli, entrati per ultimi, a dare alla lingua la sua grammatica. Credit: Mehmet Turgut Kırkgöz, Pexels.

Perché conta per capire la mente umana

Il caso nicaraguense è diventato un argomento centrale nel dibattito sulle origini del linguaggio. Per i sostenitori dell'idea di una predisposizione innata al linguaggio — la celebre "facoltà del linguaggio" teorizzata da Noam Chomsky e divulgata da Steven Pinker nel libro L'istinto del linguaggio — l'ISN dimostra che, messi insieme, gli esseri umani non possono fare a meno di organizzare i segnali in una grammatica, anche partendo da zero. È inoltre una conferma spettacolare dell'esistenza di un periodo critico per l'apprendimento linguistico: sono i cervelli più giovani, più plastici, a guidare la creazione delle strutture più complesse, mentre chi impara da adulto resta a un livello più semplice.

La storia ha però anche un risvolto che fa riflettere: la lingua è fiorita non grazie al metodo scolastico, che puntava sull'oralismo, ma nonostante esso, nei margini liberi della vita dei ragazzi. Per i linguisti, la lingua dei segni nicaraguense resta l'esperimento naturale più prezioso mai osservato: la prova che, quando manca uno strumento per pensare e dirsi il mondo, la mente umana è perfettamente capace di costruirlo da sé.

Una conferma per le teorie del linguaggio

Il caso nicaraguense viene spesso accostato a un altro fenomeno studiato dai linguisti: la nascita dei creoli. Quando comunità di adulti che parlano lingue diverse comunicano con un "pidgin" semplificato, sono i loro figli a trasformarlo in una lingua piena e grammaticale. Lo stesso processo, secondo studiosi come Steven Pinker, si è ripetuto a Managua nel canale visivo-gestuale anziché in quello sonoro, a riprova che il meccanismo è generale e non dipende dal mezzo.

Va detto che alcune interpretazioni restano dibattute e la ricerca prosegue tuttora. Ciò che nessuno mette in dubbio è il valore della comunità sorda nicaraguense, che da quei cortili ha costruito non solo una lingua, ma una propria identità collettiva, oggi rivendicata con orgoglio.

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