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Psicologia

Effetto Pigmalione: come le aspettative cambiano i risultati

Se un insegnante crede che un alunno sia brillante, quell'alunno tende davvero a migliorare.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Insegnante con un gruppo di studenti in aula
Insegnante con un gruppo di studenti in aula

E se il modo in cui gli altri ci vedono potesse cambiare ciò che diventiamo? È l'idea al centro dell'effetto Pigmalione, uno dei concetti più affascinanti della psicologia sociale: le aspettative che un'autorità — un insegnante, un capo, un genitore — nutre nei nostri confronti tendono a influenzare i nostri risultati reali, in meglio o in peggio. È una profezia che si autoavvera, e ha conseguenze profonde su scuola, lavoro e relazioni.

Il nome viene dal mito greco di Pigmalione, lo scultore che si innamorò della statua da lui creata, Galatea, finché Afrodite non la fece diventare donna in carne e ossa: l'idea di plasmare la realtà con il proprio desiderio. In psicologia, l'effetto fu dimostrato sperimentalmente alla fine degli anni Sessanta.

Dipinto 'Pigmalione e Galatea' di Jean-Léon Gérôme
Dipinto: Jean-Léon Gérôme / The Met (pubblico dominio)

L'esperimento di Oak School

Nel 1964-65 lo psicologo Robert Rosenthal e la dirigente scolastica Lenore Jacobson condussero un esperimento in una scuola elementare della California, pubblicato poi nel 1968 con il titolo Pygmalion in the Classroom. All'inizio dell'anno somministrarono agli alunni un test, presentato agli insegnanti come capace di individuare i bambini destinati a una crescita intellettuale «esplosiva» nei mesi successivi. In realtà — come riportano gli autori nel saggio originale apparso su The Urban Review — il test era ordinario e i nomi dei presunti «predestinati» erano stati scelti del tutto a caso.

Il risultato fu sorprendente. A fine anno, ripetendo il test del quoziente intellettivo, proprio i bambini etichettati a caso come «promettenti» avevano migliorato i loro punteggi più degli altri, soprattutto nelle prime classi. Non avevano nulla di speciale: l'unica differenza era che gli insegnanti credevano in loro.

Come funziona la profezia

Come può una semplice aspettativa tradursi in risultati reali? Non per magia, ma attraverso una catena di comportamenti spesso inconsapevoli. Gli insegnanti, convinti del potenziale di certi alunni, dedicavano loro più attenzione, ponevano domande più stimolanti, concedevano più tempo per rispondere, comunicavano con il tono della voce e con gli sguardi un clima di fiducia. I bambini percepivano quella fiducia e rispondevano impegnandosi di più. La profezia, partita da una falsa premessa, si avverava da sé. Lo stesso Rosenthal aveva già osservato un fenomeno simile nei laboratori, dove gli sperimentatori convinti che certi ratti fossero «più intelligenti» ottenevano davvero prestazioni migliori, semplicemente trattandoli con maggiore cura.

Bambini che scrivono ai banchi di scuola
Foto: Katerina Holmes / Pexels

Le critiche, doverose

L'esperimento ebbe enorme risonanza, ma anche molte critiche. Lo psicometrista Robert Thorndike contestò la validità del test usato per misurare il QI dei più piccoli, sostenendo che i dati di partenza fossero inaffidabili. Studi successivi hanno dato risultati contrastanti, e oggi gli psicologi ritengono che l'effetto Pigmalione sia reale ma più modesto e variabile di quanto suggerisse l'entusiasmo iniziale. Una rassegna del 2005 di Lee Jussim e Kent Harber ha concluso che le aspettative influenzano davvero i risultati, ma raramente in modo drammatico, e che gli effetti tendono a non accumularsi all'infinito. La voce enciclopedica dedicata allo studio ricostruisce bene questo dibattito.

Perché conta lo stesso

Ridimensionato ma non smentito, l'effetto Pigmalione resta una delle idee più utili della psicologia applicata. Ci ricorda che il modo in cui trattiamo le persone — gli studenti, i collaboratori, i figli — non è neutro: comunica un'aspettativa, e quell'aspettativa può aprire o chiudere porte. Credere nel potenziale di qualcuno non garantisce miracoli, ma è spesso il primo, necessario passo perché quel potenziale abbia una possibilità di realizzarsi.

Il rovescio della medaglia: l'effetto Golem

Se le aspettative positive possono far crescere, quelle negative possono soffocare. Gli psicologi chiamano questo fenomeno opposto effetto Golem: quando un'autorità si convince che una persona valga poco, tende — di nuovo in modo inconsapevole — a dedicarle meno attenzione, a porle domande più banali, a darle meno occasioni di mettersi in luce. Il risultato è un calo reale delle prestazioni, che a sua volta «conferma» il pregiudizio iniziale, in un circolo vizioso speculare a quello di Pigmalione. È un meccanismo che può penalizzare in modo silenzioso interi gruppi sociali, alimentando disuguaglianze nella scuola e nel lavoro.

Pigmalione in azienda

L'effetto non riguarda solo le aule scolastiche. Già nel 1969, in un celebre articolo sulla Harvard Business Review intitolato «Pygmalion in Management», J. Sterling Livingston mostrò come le aspettative dei dirigenti influenzino le prestazioni dei dipendenti: i manager che credono nel potenziale dei propri collaboratori, e lo comunicano, ottengono in media risultati migliori. La fiducia, comunicata anche solo con il tono e con l'attenzione, diventa una risorsa concreta; la sfiducia, al contrario, demotiva.

La rassegna scientifica più equilibrata sul tema, firmata nel 2005 da Lee Jussim e Kent Harber sulla rivista Personality and Social Psychology Review, conclude che le profezie che si autoavverano nelle relazioni esistono davvero, ma sono in genere di entità contenuta e non si accumulano all'infinito: un alunno trascurato non è condannato per sempre, e la realtà oppone una sana resistenza alle nostre aspettative.

Resta però una lezione pratica preziosa per insegnanti, genitori e capi: il modo in cui guardiamo le persone non è mai del tutto neutro. Comunichiamo continuamente, anche senza parole, ciò che ci aspettiamo dagli altri — e quelle aspettative, nel bene e nel male, hanno il potere di plasmare, almeno in parte, ciò che gli altri diventano.

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