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Le dune che cantano: il rombo misterioso del deserto

Quando la sabbia frana lungo un versante, alcune dune emettono un suono profondo e potente che può raggiungere i 105 decibel e durare fino a quindici minuti.

di Andrea Bertolotti··7 min di lettura
Grandi dune di sabbia dorata nel deserto al tramonto, con creste affilate e cielo terso
Grandi dune di sabbia dorata nel deserto al tramonto, con creste affilate e cielo terso

In certi angoli remoti del pianeta — tra le megadune del Gobi, le colline sabbiose del Marocco, le creste del Cile e il Nevada — accade qualcosa che per secoli ha fatto tremare di stupore i viaggiatori: la sabbia canta. Non un sibilo sottile mosso dal vento, ma un rombo basso e potente, quasi musicale, che sale dalle dune come il bordone di un organo colossale, si propaga per chilometri nel deserto e può durare fino a un quarto d'ora. Questo fenomeno, noto in inglese come booming dunes o singing sand, è oggi al centro di una delle più affascinanti indagini della fisica moderna, che ha svelato come milioni di granuli di sabbia riescano a comportarsi come i musicisti di un'orchestra perfettamente sincronizzata.

Marco Polo e Darwin di fronte al mistero

Il fascino di queste dune risuona già nelle pagine del Milione. Nel XIII secolo, attraversando le megadune di Badain Jaran nel deserto del Gobi occidentale diretto alla corte di Kublai Kahn, Marco Polo scrisse che l'aria si riempiva «dei suoni di ogni sorta di strumenti musicali, e anche di tamburi e fragore di armi», tanto da costringere le carovane a stringersi in formazione compatta. La spiegazione che il veneziano diede era soprannaturale: spiriti del deserto. Secoli dopo, nel 1835, anche Charles Darwin si trovò di fronte al medesimo enigma sulle coste settentrionali del Cile, nei pressi di Copiapó, dove gli abitanti locali avevano battezzato una duna El Bramador — «il ruggitore». Darwin ammise candidamente di non aver prestato sufficiente attenzione al fenomeno nel momento in cui lo osservò, annotando però che la duna emetteva il suo rumore soltanto quando le persone la percorrevano, mettendo in moto la sabbia.

Tra questi due testimoni illustri e il XX secolo, esploratori come il britannico Ralph Bagnold — pioniere della fisica delle sabbie negli anni Quaranta — catalogarono sistematicamente le dune sonore del mondo, stimando che esistano circa trenta luoghi sul pianeta in cui il fenomeno si manifesta con regolarità. Oggi i più noti sono: le dune di Sand Mountain nel Nevada (USA), il Ghord Lahmar in Marocco, le dune di Al Ashkharah in Oman, le Mar de Dunas in Cile e le megadune del Badain Jaran in Cina.

Superficie di sabbia desertica con increspature regolari create dal vento, vista ravvicinata
Le micro-increspature della sabbia rivelano la selezione granulometrica operata dal vento: solo granuli uniformi e arrotondati producono il caratteristico rombo delle dune. — Foto: Stephen Leonardi / Pexels

Le caratteristiche acustiche: un suono quasi puro

Prima di indagare il meccanismo, vale la pena descrivere con precisione il suono. Le dune sonore producono toni gravi e quasi puri, con frequenze che variano tipicamente tra 70 e 105 Hz — ovvero tra un Si basso e un Sol diesis, nel registro più profondo di un violoncello o di una tuba. Sand Mountain in Nevada ronza tra 60 e 70 Hz (un Si basso), mentre il Ghord Lahmar in Marocco, con granuli di 150-170 micron, emette un Sol diesis a 105 Hz; le dune di Oman producono addirittura nove note diverse, da un Fa diesis al Re basso (90-150 Hz), a seconda di quale zona della duna viene innescata. L'intensità può raggiungere 105 decibel — più forte di una motosega o di un concerto rock — e il suono si propaga fino a 10 chilometri di distanza.

Questo distingue nettamente il booming delle dune dal cosiddetto squeaking o whistling delle sabbie di spiaggia: le sabbie marine producono un suono acuto, intorno a 450-1200 Hz, brevissimo (dura un battito di ciglia) e si innesca semplicemente calpestando il bagnasciuga. Il rombo delle dune è invece innescato da una valanga — la frana del versante sopravento — dura minuti interi e appartiene a un registro frequenziale profondissimo. Due fenomeni fisicamente distinti che condividono solo il nome popolare di «sabbia che canta».

La fisica moderna: due teorie e un dibattito appassionante

Dalla fine degli anni Novanta, due gruppi di fisici si sono confrontati — a volte aspramente — sulla spiegazione del meccanismo. Il primo filone porta la firma di Nathalie Vriend, all'epoca dottoranda al California Institute of Technology (Caltech), che nel 2007 pubblicò sulla rivista Geophysical Research Letters dell'AGU il lavoro «Solving the mystery of booming sand dunes». Lavorando con i professori Melany Hunt e Rob Clayton nel Mojave National Preserve e nella Death Valley, Vriend e colleghi piazzarono geofoni — gli stessi strumenti usati nella prospezione sismica petrolifera — all'interno delle dune. La scoperta fu che la duna agisce come una guida d'onda naturale: uno strato superficiale di sabbia secca e sciolta è compresso tra due zone di sabbia più compatta e umida, che hanno velocità di propagazione delle onde elastiche più elevata. Questo sandwiching crea una cavità risonante, e la frequenza del booming coincide con la frequenza di risonanza fondamentale dello strato superficiale. Un colpo di martello sulla duna poteva eccitare la stessa risonanza, anche senza alcuna valanga.

Il secondo filone è quello di Stéphane Douady, fisico del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) a Parigi, che insieme ai colleghi Bruno Andreotti e Simon Dagois-Bohy ha condotto esperimenti in Marocco, Cile, Cina e Oman. La loro tesi, pubblicata su Physical Review Letters nel 2006 («Song of the Dunes as a Self-Synchronized Instrument»), afferma che la chiave del mistero non sta nella duna come risonatore, ma nei granuli stessi. Durante una valanga, ogni strato di sabbia si muove a una velocità leggermente diversa rispetto a quello sopra e sotto; le forze di taglio tra strati generano micro-urti ripetuti. L'elemento cruciale, scoperto da Douady attraverso esperimenti di laboratorio in cui la sabbia veniva fatta avalancare su una lastra rigida, è che la frequenza emessa scala con la dimensione dei granuli, secondo la relazione proporzionale alla radice quadrata di g/d, dove g è l'accelerazione di gravità e d il diametro del granulo. In un esperimento con sabbia del Marocco (granuli uniformi a 160 micron), la duna emetteva un'unica nota; con sabbia dell'Oman (granuli da 150 a 300 micron), produceva più note; setacciando quella sabbia per ottenere granuli tra 200 e 250 micron, tornava a emettere un tono singolo. La duna non è necessaria: basta lo strato di taglio dei granuli giusti.

Dune del Sahara con versante ripido e sabbia arancione sotto un cielo blu intenso
Le grandi dune del Sahara, con il loro versante sopravento che supera i 30 gradi di inclinazione, sono tra i luoghi in cui il fenomeno del booming si manifesta con maggiore intensità. — Foto: Rosa Vink / Pexels

Granuli perfetti: le condizioni per il canto

Non tutte le sabbie cantano. Perché il fenomeno si manifesti, i granuli devono rispettare condizioni precise: diametro tra 0,1 e 0,5 millimetri, composizione prevalentemente silicea, forma perfettamente arrotondata e levigata, superficie priva di polvere, sostanze organiche o umidità. Le dune sonore cantano con più forza in estate, quando il sole ha asciugato i granuli in superficie; la pioggia o anche solo un tasso di umidità eccessivo bastano a silenziare il fenomeno per settimane. È per questo che, tra le trentina di dune booming nel mondo, solo alcune lo sono in modo affidabile e spettacolare: la selezione naturale dei granuli da parte del vento e dell'erosione ha prodotto, in quei luoghi, una sabbia quasi monocromatica per dimensione e forma, come rivela la ricerca pubblicata su Geophysical Research Letters nel 2012 dallo stesso gruppo di Douady.

Come osservato da Physics World, il dibattito tra la tesi della risonanza dello strato (Vriend) e quella dell'auto-sincronizzazione dei granuli (Douady-Andreotti) non è ancora del tutto risolto, e probabilmente entrambi i meccanismi contribuiscono in misura diversa a seconda delle condizioni. Ciò che è certo, e ormai condiviso da tutta la comunità, è che il suono nasce dall'organizzazione collettiva di milioni di collisioni microscopiche: ogni granulo urta i suoi vicini circa cento volte al secondo, e da questo caos emergente scaturisce un tono musicale coerente e potente.

Un patrimonio naturale da proteggere

Le dune sonore sono oggi considerate un patrimonio geoacustico raro e fragile. L'inquinamento da polveri fini, lo sfruttamento delle cave di sabbia e i cambiamenti nelle precipitazioni locali minacciano i depositi di sabbia ben selezionata che permettono il fenomeno. Siti come le dune di Ming Sha Shan a Dunhuang, in Cina, registrano ogni anno centinaia di migliaia di turisti che salgono sul versante per ascoltare il canto, con un impatto non trascurabile sulla stratificazione dei granuli. Come spiegato da Sonic Wonders, il fenomeno funziona meglio quando la sabbia è asciutta e indisturbata, condizioni sempre più rare.

Eppure, ogni volta che il vento soffia oltre l'angolo critico di riposo della sabbia — circa 32-34 gradi — e la valanga prende avvio, qualcosa di straordinario accade ancora: milioni di granuli si sincronizzano, pulsano insieme come la membrana di un altoparlante cosmico, e il deserto emette il suo canto antico. Lo stesso canto che terrorizzava le carovane di Marco Polo, che incuriosiva Darwin e che oggi, grazie alla fisica, possiamo finalmente capire senza dover ricorrere agli spiriti.

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