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Radiazione di Hawking: perché anche i buchi neri evaporano

Nel 1974 Stephen Hawking dimostrò che i buchi neri non sono del tutto neri e svaniscono lentamente.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Concezione artistica NASA di un buco nero con getto di materia
Concezione artistica NASA di un buco nero con getto di materia

Per definizione, un buco nero è un oggetto da cui nulla può sfuggire, nemmeno la luce. Eppure nel 1974 un giovane fisico britannico, Stephen Hawking, dimostrò qualcosa di rivoluzionario: i buchi neri non sono del tutto neri. Emettono una debolissima radiazione e, lentissimamente, evaporano fino a scomparire. Quella che oggi chiamiamo radiazione di Hawking è una delle idee più profonde della fisica moderna, perché unisce per la prima volta tre mondi che sembravano inconciliabili: la gravità, la meccanica quantistica e la termodinamica.

Il vuoto che ribolle

Per capire l'intuizione di Hawking bisogna abbandonare l'idea che il vuoto sia "niente". Secondo la meccanica quantistica, lo spazio apparentemente vuoto ribolle continuamente di coppie di particelle e antiparticelle "virtuali", che si creano e si annichilano in tempi brevissimi senza che possiamo osservarle direttamente. È un fenomeno reale, alla base di effetti misurati in laboratorio.

Hawking si chiese cosa accadrebbe se una di queste coppie nascesse proprio sul bordo di un buco nero, l'orizzonte degli eventi. Può succedere che una delle due particelle cada oltre l'orizzonte, perduta per sempre, mentre l'altra sfugga verso l'esterno. Vista da lontano, sembra che il buco nero stia emettendo una particella. Per bilanciare l'energia, il buco nero deve cedere una minuscola parte della propria massa. Particella dopo particella, nel corso di tempi inimmaginabili, il buco nero perde massa ed evapora.

Concezione artistica di un buco nero che distorce lo spazio circostante
Un buco nero distorce lo spazio-tempo: secondo Hawking, però, riesce comunque a emettere una debolissima radiazione. Credit: NASA/JPL-Caltech.

Più piccolo, più caldo

Una delle conseguenze più sorprendenti è che la temperatura della radiazione di Hawking è inversamente proporzionale alla massa del buco nero. Detto in parole semplici: più un buco nero è piccolo, più è "caldo" e più velocemente evapora; più è grande, più è freddo e longevo. È un comportamento opposto a quello della nostra intuizione quotidiana.

Per i buchi neri reali, quelli nati dal collasso delle stelle o annidati nei centri delle galassie, questa temperatura è incredibilmente bassa, molto inferiore a quella del gelido fondo cosmico che permea l'universo. Significa che oggi questi giganti assorbono più energia di quanta ne emettano, e la loro evaporazione è del tutto trascurabile: un buco nero di massa stellare impiegherebbe a svanire un tempo enormemente più lungo dell'attuale età dell'universo. I piccoli buchi neri "primordiali", se mai fossero esistiti, sarebbero invece già evaporati in lampi di energia.

Una scoperta che ha unito la fisica

Hawking pubblicò la sua idea nel 1974 in un articolo dal titolo provocatorio, "Black hole explosions?", apparso sulla rivista Nature. L'impatto fu enorme. Per la prima volta i buchi neri venivano descritti come oggetti termodinamici, con una vera temperatura e una vera entropia, completando un lavoro avviato da Jacob Bekenstein. La radiazione di Hawking divenne il primo, fondamentale ponte tra la teoria della gravità di Einstein e la meccanica quantistica, le due grandi colonne della fisica che ancora oggi fatichiamo a unificare.

Proprio per la sua importanza teorica, molti ritengono che, se fosse mai stata osservata in modo diretto, avrebbe fruttato a Hawking il Premio Nobel. Lo scienziato, scomparso nel 2018, non lo ricevette mai, perché la radiazione resta finora non rilevata: è semplicemente troppo debole per gli strumenti disponibili.

Ritratto di Stephen Hawking, il fisico che teorizzò la radiazione dei buchi neri
Stephen Hawking (1942-2018): la sua teoria del 1974 dimostrò che i buchi neri possono evaporare. Credit: NASA/StarChild, Wikimedia Commons.

Buchi neri da laboratorio e il paradosso dell'informazione

Se non possiamo osservare la radiazione dei buchi neri veri, i fisici hanno provato a ricrearne un analogo in laboratorio. Esperimenti con i cosiddetti "buchi neri acustici" o "sonori" — sistemi in cui le onde, anziché la luce, restano intrappolate — hanno mostrato l'emissione di una radiazione analoga a quella prevista da Hawking, offrendo una conferma indiretta della sua teoria, come riportato da diversi studi pubblicati su riviste di fisica.

La radiazione di Hawking ha aperto anche uno dei dibattiti più accesi della fisica teorica: il paradosso dell'informazione. Se un buco nero evapora completamente, che fine fa l'informazione contenuta in tutto ciò che vi è caduto dentro? La meccanica quantistica dice che l'informazione non può andare perduta, ma l'evaporazione sembra cancellarla. Risolvere questo paradosso è oggi uno degli obiettivi più ambiziosi per chi cerca una teoria definitiva della gravità quantistica. L'idea nata nel 1974 dalla mente di Hawking continua così a sfidare i fisici, ricordandoci che persino gli oggetti più oscuri dell'universo hanno ancora molto da insegnarci.

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