Curiosità
Tunguska 1908: l'esplosione cosmica che rase al suolo la taiga
Il 30 giugno 1908 un corpo celeste esplose in cielo sulla Siberia abbattendo ottanta milioni di alberi. Non lasciò nessun cratere.

La mattina del 30 giugno 1908, intorno alle 7:17 ora locale, gli abitanti della regione del fiume Podkamennaja Tunguska, nella Siberia centrale, videro una colonna di fuoco attraversare il cielo seguita da un boato e da un'onda d'urto che scaraventò a terra le persone e mandò in frantumi i vetri a centinaia di chilometri di distanza. Era l'evento di Tunguska, la più potente esplosione di origine cosmica mai registrata nella storia recente.
Duemila chilometri quadrati spianati
L'esplosione abbatté circa 80 milioni di alberi su una superficie di oltre 2.000 chilometri quadrati, disponendoli a raggiera con i tronchi orientati verso l'esterno, come petali di un gigantesco fiore. La stima dell'energia liberata, secondo le ricostruzioni della NASA Jet Propulsion Laboratory, oscilla tra 3 e 15 megatoni di TNT, cioè centinaia di volte la bomba di Hiroshima. Eppure, e qui sta il mistero che alimentò per decenni le ipotesi più fantasiose, non venne mai trovato un cratere da impatto.
Una bomba che non toccò terra
La spiegazione oggi condivisa dagli scienziati è quella dell'airburst: il corpo celeste non raggiunse mai il suolo. Si trattava molto probabilmente di un asteroide roccioso del diametro di 50-60 metri che, penetrando ad altissima velocità nell'atmosfera, si surriscaldò e si frammentò esplodendo a un'altitudine stimata tra 5 e 10 chilometri. Tutta l'energia cinetica si scaricò sotto forma di onda d'urto e radiazione termica, devastando la foresta sottostante senza che alcun frammento solido di grandi dimensioni colpisse il terreno. È lo stesso meccanismo, su scala ridotta, dell'asteroide di Čeljabinsk che nel 2013 ferì oltre mille persone in Russia.

Kulik e la prima spedizione
La remota posizione e il caos politico della Russia rivoluzionaria fecero sì che la prima vera spedizione scientifica arrivasse solo nel 1927, quasi vent'anni dopo, guidata dal mineralogista Leonid Kulik. Convinto di trovare un cratere e frammenti di meteorite, Kulik si imbatté invece in uno scenario spettrale: chilometri di tronchi abbattuti e carbonizzati, ma nessuna buca. Le sue fotografie, ancora oggi tra le immagini più note del fenomeno, documentarono la portata della devastazione e diedero il via a un secolo di studi. La voce dedicata da Encyclopaedia Britannica all'evento di Tunguska ricostruisce nel dettaglio queste prime ricerche.
Perché Tunguska ci riguarda ancora
Tunguska non è solo un episodio storico: è il promemoria che oggetti relativamente piccoli, troppo deboli per essere facilmente individuati, possono causare danni enormi se esplodono sopra un'area abitata. Per questo agenzie come la NASA e l'ESA hanno sviluppato programmi di difesa planetaria dedicati alla sorveglianza degli oggetti vicini alla Terra. Se un corpo come quello di Tunguska deflagrasse oggi sopra una grande città, le conseguenze sarebbero catastrofiche. Studiare quei tronchi caduti nel 1908 significa, in fondo, prepararsi al prossimo incontro ravvicinato.
Cometa o asteroide? Un dibattito lungo un secolo
Per decenni gli scienziati hanno discusso sulla natura dell'oggetto di Tunguska. Alcuni propendevano per un frammento di cometa, fatto di ghiaccio e polveri, che si sarebbe vaporizzato completamente spiegando l'assenza di frammenti; altri per un asteroide roccioso, più coerente con la potenza dell'onda d'urto. Le analisi più recenti, basate su modelli di ingresso atmosferico e sullo studio di microsferule trovate nella zona, tendono a favorire l'ipotesi dell'asteroide, ma il dibattito non è del tutto chiuso. L'assenza di un cratere ha alimentato nel tempo anche teorie fantasiose, dall'antimateria al mini-buco nero fino agli UFO, tutte prive di qualsiasi fondamento scientifico e smentite dalle evidenze geologiche.
Le testimonianze e il lago Cheko
I racconti dei pochi testimoni sono impressionanti. Un contadino di nome Semën Semënov, a decine di chilometri di distanza, riferì di aver visto il cielo "spaccarsi in due" e di essere stato scaraventato a terra da un'ondata di calore così intensa da fargli temere che la camicia prendesse fuoco. I sismografi di mezzo mondo registrarono l'onda d'urto, e per diverse notti i cieli d'Europa rimasero stranamente luminosi, probabilmente per le polveri sospese nell'alta atmosfera. Alcuni ricercatori italiani dell'Università di Bologna hanno persino ipotizzato che un piccolo lago della zona, il lago Cheko, possa essere un cratere da impatto di un frammento, anche se la teoria resta controversa.
Al di là dei dettagli, Tunguska resta la prova più eloquente che il cielo, in apparenza immutabile, può riservare eventi violentissimi. Per questo programmi internazionali come quello della sicurezza spaziale dell'ESA monitorano costantemente gli oggetti vicini alla Terra, censendo e calcolando le orbite di decine di migliaia di corpi potenzialmente pericolosi. Il sasso che esplose sulla taiga nel 1908 è, in fondo, la ragione storica per cui oggi teniamo d'occhio il cielo.
Quanto spesso accade un evento simile?
Eventi delle dimensioni di Tunguska non sono frequentissimi, ma nemmeno rarissimi su scala dei tempi storici: le stime degli astronomi indicano un impatto di questa portata mediamente ogni qualche secolo, anche se la maggior parte avviene sopra oceani o zone disabitate e passa inosservata. L'episodio di Čeljabinsk del 15 febbraio 2013, causato da un oggetto di appena una ventina di metri, offre un'idea concreta del pericolo: la sua esplosione in quota generò un'onda d'urto che mandò in frantumi i vetri di migliaia di edifici, ferendo oltre 1.500 persone, in gran parte proprio per le schegge. Eppure quel corpo era molto più piccolo di quello di Tunguska e non era stato individuato in anticipo, perché proveniva dalla direzione del Sole. È questo il vero monito di Tunguska: non i grandi asteroidi capaci di estinguere la civiltà, che siamo ormai abbastanza bravi a censire, ma gli oggetti relativamente piccoli, difficili da scovare e tuttavia in grado di radere al suolo una città. Studiare quella foresta abbattuta significa, oggi più che mai, investire nella nostra sicurezza futura.
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