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Tsutomu Yamaguchi: l'uomo che sopravvisse a Hiroshima e a Nagasaki

Un ingegnere giapponese si trovò sotto entrambe le bombe atomiche nel giro di tre giorni, e visse fino a 93 anni.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Cupola della Bomba Atomica di Hiroshima, scheletro di edificio sopravvissuto all'esplosione del 1945
Cupola della Bomba Atomica di Hiroshima, scheletro di edificio sopravvissuto all'esplosione del 1945

Esistono storie di sopravvivenza che sfidano ogni calcolo di probabilità. Quella di Tsutomu Yamaguchi è forse la più estrema del Novecento: un uomo che si trovò sotto entrambe le bombe atomiche lanciate sul Giappone, a Hiroshima e a Nagasaki, nel giro di tre giorni, e sopravvisse a tutte e due. Visse poi fino a 93 anni, diventando una voce della battaglia contro le armi nucleari.

6 agosto 1945: Hiroshima

Yamaguchi, nato nel 1916, era un ingegnere navale della Mitsubishi Heavy Industries. Nell'estate del 1945 si trovava a Hiroshima per un viaggio di lavoro di tre mesi, ormai agli sgoccioli. La mattina del 6 agosto, mentre si dirigeva verso il cantiere per l'ultima giornata, ricordò di aver dimenticato il timbro personale e tornò indietro. Era a circa tre chilometri dal punto in cui, alle 8:15, esplose Little Boy, la prima bomba atomica usata in guerra.

Il bagliore lo accecò, l'onda d'urto lo scaraventò a terra. Riportò gravi ustioni alla parte superiore del corpo, la rottura dei timpani e una cecità temporanea. Passò la notte in un rifugio e il giorno dopo, ferito e bendato, riuscì a prendere un treno per tornare a casa. La sua casa era a Nagasaki.

La nube a fungo dell'esplosione atomica su Nagasaki il 9 agosto 1945
La nube a fungo su Nagasaki, 9 agosto 1945: Yamaguchi era di nuovo a circa tre chilometri dall'epicentro. Credit: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

9 agosto 1945: Nagasaki

La mattina del 9 agosto, fasciato e dolorante, Yamaguchi si presentò comunque al lavoro negli uffici Mitsubishi di Nagasaki. Stava raccontando al suo superiore l'inferno di Hiroshima — una sola bomba che aveva distrutto un'intera città — quando il dirigente, incredulo, lo accusava di esagerare. In quel preciso istante, alle 11:02, una seconda luce accecante riempì la stanza: era Fat Man, la bomba al plutonio caduta su Nagasaki. Ancora una volta, Yamaguchi si trovava a circa tre chilometri dall'epicentro. E ancora una volta sopravvisse.

Le sue bende erano già una protezione minima, ma fu di nuovo investito dalle radiazioni. Nei giorni successivi soffrì febbre, perdita di capelli, vomito: i sintomi della malattia da radiazioni. Eppure il suo corpo resistette.

L'unico riconosciuto due volte

Yamaguchi non fu l'unica persona a trovarsi in entrambe le città durante i bombardamenti: gli storici stimano che potessero essere oltre un centinaio i nijū hibakusha, i "doppi sopravvissuti". Ma fu l'unico a ottenere il riconoscimento ufficiale del governo giapponese per entrambe le esposizioni, certificato solo nel 2009, l'anno prima della sua morte. Come riportò anche il New York Times, quel riconoscimento lo rese un simbolo unico al mondo.

Dal silenzio all'impegno

Per gran parte della vita Yamaguchi parlò poco di ciò che aveva vissuto. Lavorò, crebbe una famiglia, convisse con i postumi delle radiazioni. Fu solo in tarda età, di fronte al perdurare degli arsenali nucleari, che decise di testimoniare pubblicamente. Scrisse poesie nella forma tradizionale del tanka, partecipò a documentari e, nel 2006, portò la sua storia alle Nazioni Unite, chiedendo l'abolizione delle armi atomiche. "Non ho parlato per sessant'anni", disse in sostanza, "ma ora devo farlo, perché la mia doppia esperienza mi dà il dovere di farlo."

Vivere da hibakusha

I sopravvissuti alle bombe atomiche, in Giappone, sono chiamati hibakusha, letteralmente "persone colpite dall'esplosione". Per decenni furono oggetto di pregiudizio e discriminazione: si temeva, erroneamente, che le radiazioni li rendessero "contagiosi" o che potessero trasmettere malformazioni ai figli, e molti faticarono a trovare lavoro o a sposarsi. Yamaguchi condivise questo destino e convisse a lungo con i postumi: problemi di udito per i timpani lesi, cicatrici e gli effetti a lungo termine dell'esposizione alle radiazioni. Anche i suoi familiari ne portarono il peso.

Quando, nel 2009, il governo giapponese lo certificò ufficialmente come sopravvissuto a entrambi i bombardamenti, Yamaguchi osservò che il riconoscimento gli dava finalmente il "diritto" di raccontare la sua doppia esperienza al mondo. La sua testimonianza, riportata in numerosi resoconti internazionali, divenne un argomento potentissimo nel dibattito sul disarmo nucleare, perché incarnava in una sola persona l'orrore di due città distrutte. Non chiedeva vendetta, ma soltanto che simili armi non venissero mai più usate contro esseri umani.

Il caso dei nijū hibakusha, i doppi sopravvissuti, restò a lungo poco studiato. Gli storici ne hanno individuati oltre un centinaio: persone che per ragioni di lavoro, famiglia o fuga si trovarono in entrambe le città nei giorni dei bombardamenti. Ma fu la vicenda di Yamaguchi, con la sua certificazione ufficiale e la scelta di parlare in pubblico negli ultimi anni di vita, a dare un volto a questa categoria altrimenti dimenticata della storia del Novecento.

La sua storia ha continuato a circolare anche dopo la morte, raccontata in documentari, libri e reportage di tutto il mondo, e citata ogni volta che si discute degli effetti a lungo termine delle armi nucleari sulla vita di chi sopravvive.

Tsutomu Yamaguchi morì di cancro allo stomaco nel gennaio 2010, a 93 anni. La sua vicenda, raccontata in numerosi resoconti internazionali, è insieme una testimonianza di fortuna inspiegabile e un monito. Un uomo che la storia mise per ben due volte sotto il fungo atomico, e che scelse di trasformare quella sopravvivenza in un appello alla pace. La sua memoria resta uno degli argomenti più potenti contro l'uso delle armi nucleari: la prova vivente di cosa significhi, nella carne di una sola persona, l'orrore che quelle armi sono capaci di scatenare.

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