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Il calendario Maya e il Lungo Computo: contare i giorni in base 20

Tre calendari intrecciati e un conteggio iniziato l'11 agosto del 3114 a.C.: la macchina del tempo della civiltà mesoamericana.

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Stele Maya scolpita con glifi e figure, disegnata a Copán da Frederick Catherwood
Stele Maya scolpita con glifi e figure, disegnata a Copán da Frederick Catherwood

Il calendario Maya è uno dei sistemi di misurazione del tempo più sofisticati dell'antichità, frutto di osservazioni astronomiche meticolose e di una matematica vigesimale, cioè in base 20. Lontano dall'essere un unico calendario, era in realtà un ingranaggio di cicli diversi che giravano insieme, capaci di datare con precisione qualsiasi giorno e di proiettarsi per millenni nel passato e nel futuro.

Tre ruote che girano insieme

Il primo ciclo è il Tzolk'in, il calendario sacro di 260 giorni, ottenuto combinando 13 numeri con 20 nomi di giorni. Il secondo è lo Haab', l'anno solare di 365 giorni diviso in 18 mesi di 20 giorni più un periodo di 5 giorni considerati nefasti. L'incastro tra Tzolk'in e Haab' genera il cosiddetto Calendar Round, un ciclo di 52 anni dopo il quale ogni combinazione di date si ripete identica. Come spiega la voce dedicata da Encyclopaedia Britannica al calendario Maya, era un sistema perfetto per la vita quotidiana, ma insufficiente per registrare la storia su tempi lunghi.

Il Lungo Computo: una data assoluta

Per questo i Maya svilupparono il Lungo Computo (Long Count), un conteggio lineare dei giorni a partire da una data zero mitica, la creazione del mondo attuale, fissata secondo la correlazione più accreditata all'11 agosto del 3114 a.C. Il sistema impilava unità crescenti: il kin (1 giorno), il winal (20 giorni), il tun (360 giorni), il katun (7.200 giorni) e il baktun (144.000 giorni). Una data come 9.16.4.10.8 indicava quindi un numero esatto di giorni trascorsi dall'origine, permettendo agli scribi di datare regni, battaglie e cerimonie con una precisione che l'Europa medievale non avrebbe saputo eguagliare.

Pagina del Codice di Dresda con glifi, numeri a barre e punti e figure divine
Il Codice di Dresda contiene tavole astronomiche, tra cui i cicli di Venere. Credit: SLUB Dresden, Wikimedia Commons (pubblico dominio).

I numeri a barre e punti

Alla base di tutto c'era una matematica notevole. I Maya usavano un sistema posizionale con appena tre simboli: il punto per l'unità, la barra per il cinque e una conchiglia stilizzata per lo zero, uno dei primissimi usi documentati dello zero nella storia dell'umanità. Le loro conoscenze astronomiche, registrate in documenti come il celebre Codice di Dresda conservato in digitale dalla Library of Congress, includevano tavole accuratissime dei cicli di Venere e tabelle per predire le eclissi.

Il "2012" e la fine del mondo che non fu

Il 21 dicembre 2012 il Lungo Computo raggiunse la data 13.0.0.0.0, la fine del tredicesimo baktun. Da qui nacque la diffusa credenza che i Maya avessero previsto la fine del mondo. In realtà, come chiarì la stessa NASA con una campagna informativa dedicata, per i Maya non si trattava di un'apocalisse ma della conclusione di un grande ciclo e dell'inizio di uno nuovo, esattamente come il nostro contachilometri che torna a zero senza che l'auto smetta di funzionare. Le iscrizioni Maya, del resto, contengono date ben oltre il 2012, proiettate per migliaia di anni nel futuro.

Lontano dalle profezie new age, il vero lascito del calendario Maya è scientifico: la dimostrazione che una civiltà senza telescopi né strumenti meccanici poté costruire, con l'occhio nudo e una matematica elegante, una delle macchine del tempo più precise dell'antichità.

L'astronomia degli scribi

Dietro il calendario c'era un'astronomia di raffinatezza sorprendente. I Maya seguivano con precisione il ciclo di Venere, calcolandone il periodo sinodico in circa 584 giorni con un errore di appena qualche ora rispetto al valore reale. Le loro tavole, come quelle del Codice di Dresda, permettevano di prevedere le apparizioni del pianeta come stella del mattino e della sera, un fenomeno carico di significato religioso e militare. Costruivano inoltre tabelle per anticipare le eclissi e orientavano i loro edifici secondo allineamenti astronomici: l'osservatorio noto come El Caracol, a Chichén Itzá, presenta finestre che inquadrano punti chiave del percorso di Venere e del Sole, a conferma di un programma osservativo sistematico.

Come riusciamo a leggere le date

Tradurre una data del Lungo Computo nel nostro calendario non è banale: richiede una "correlazione" tra i due sistemi. Quella oggi più accreditata è la cosiddetta correlazione GMT (dalle iniziali degli studiosi Goodman, Martínez e Thompson), confermata anche da datazioni al radiocarbonio. È grazie a questo aggancio che possiamo affermare con sicurezza che la data zero corrisponde all'11 agosto 3114 a.C. e che il tredicesimo baktun si è concluso il 21 dicembre 2012. Gran parte di questa comprensione è frutto della decifrazione della scrittura Maya, completata solo nella seconda metà del Novecento grazie al lavoro di epigrafisti come Yuri Knorozov, che dimostrò la natura in parte fonetica dei glifi.

La capacità dei Maya di intrecciare matematica, astronomia e scrittura in un unico sistema temporale resta una delle vette intellettuali delle civiltà precolombiane, studiata oggi da istituzioni come lo Smithsonian National Museum of the American Indian. Altro che fine del mondo: il calendario Maya è una celebrazione della capacità umana di misurare e prevedere il tempo.

Un'eredità ancora viva

Il calendario Maya non è soltanto un reperto archeologico. In diverse comunità indigene del Guatemala e del Messico meridionale il Tzolk'in, il ciclo sacro di 260 giorni, è tuttora utilizzato dai cosiddetti "guardiani del giorno" per scopi rituali, divinatori e agricoli, in una continuità culturale che attraversa i secoli. Ogni giorno porta un nome e un numero che ne definiscono il carattere, e le persone possono essere identificate anche in base al giorno della loro nascita. Questa sopravvivenza testimonia la vitalità delle culture Maya contemporanee, troppo spesso ridotte nell'immaginario popolare alle sole rovine monumentali. Il fatto che un sistema di calcolo del tempo nato oltre due millenni fa sia ancora in uso quotidiano in alcune comunità è una delle eredità più affascinanti del mondo precolombiano, e un invito a guardare ai Maya non come a un popolo scomparso, ma come a una civiltà che, in molte sue forme, continua a vivere. Tra zero, base 20 e cicli planetari, il loro modo di misurare il tempo resta una delle più alte conquiste intellettuali della storia umana.

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