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Psicologia

Effetto Garcia: perché un cibo che ci ha fatto male ci disgusta per sempre

Basta un episodio di nausea per evitare un sapore a vita: la scoperta che sfidò la psicologia.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Ratto da laboratorio, animale con cui fu scoperto l'effetto Garcia
Ratto da laboratorio, animale con cui fu scoperto l'effetto Garcia

Vi è mai capitato di non riuscire più a mangiare un cibo perché, una volta, vi ha fatto stare male? Magari un piatto del tutto innocente, che però la vostra mente ha associato per sempre alla nausea. Questo fenomeno potentissimo ha un nome, l'effetto Garcia o avversione condizionata al gusto, e la sua scoperta, negli anni Cinquanta, ha messo in crisi una delle teorie dominanti della psicologia, costando però al suo autore anni di ostracismo da parte della comunità scientifica.

Una scoperta nata per caso

Il fenomeno fu individuato dallo psicologo americano John Garcia mentre studiava gli effetti delle radiazioni sui ratti. Garcia notò che gli animali esposti a radiazioni, che provocavano loro nausea, sviluppavano in seguito un netto rifiuto verso l'acqua aromatizzata che avevano bevuto poco prima dell'esposizione. In pratica, i ratti collegavano il sapore di quell'acqua al malessere e da quel momento la evitavano, anche se il vero responsabile della nausea erano le radiazioni e non la bevanda.

La cosa straordinaria era la facilità con cui questo apprendimento avveniva. Bastava una sola esperienza perché l'avversione si fissasse, e funzionava anche quando tra l'assunzione del cibo e la comparsa della nausea passavano ore. Era un comportamento del tutto diverso dai classici riflessi condizionati studiati fino ad allora.

Ratto da laboratorio, animale con cui John Garcia studiò l'avversione al gusto
John Garcia scoprì l'avversione condizionata al gusto studiando gli effetti delle radiazioni sui ratti. Credit: Pixabay.

Perché sfidava le regole

Per capire perché la scoperta fu rivoluzionaria, bisogna ricordare cosa insegnava la psicologia dell'apprendimento dell'epoca. Dai tempi di Ivan Pavlov e del suo celebre cane, si riteneva che per creare un'associazione tra due stimoli — un suono e del cibo, per esempio — questi dovessero presentarsi quasi simultaneamente, e che servissero molte ripetizioni. Si pensava inoltre che qualsiasi stimolo potesse essere associato a qualsiasi conseguenza, in modo del tutto neutro ed equivalente.

L'effetto Garcia violava entrambi questi principi. L'associazione tra sapore e nausea si formava con una sola esperienza e nonostante un ritardo di ore. E, soprattutto, non era affatto "neutra": Garcia dimostrò che i ratti associavano facilmente la nausea al gusto, ma non a stimoli visivi o sonori, mentre il dolore (come una scossa) veniva associato più facilmente a luci e suoni che ai sapori. In altre parole, il cervello sembrava "preparato" per certe connessioni e refrattario ad altre.

Il rifiuto della comunità scientifica

Proprio perché contraddiceva i dogmi del tempo, il lavoro di Garcia fu inizialmente accolto con scetticismo e perfino derisione. Si racconta che alcune riviste rifiutarono i suoi articoli giudicando i risultati impossibili; un revisore avrebbe commentato che quei dati erano improbabili come «trovare escrementi di uccello in un orologio a cucù». Lo studio chiave, firmato con Robert Koelling e oggi un classico, fu pubblicato solo nel 1966 sulla rivista Psychonomic Science e descrive proprio la «relazione tra segnale e conseguenza nell'apprendimento dell'evitamento». Ci vollero anni perché la comunità accettasse l'evidenza.

Quando finalmente fu riconosciuta, la scoperta di Garcia contribuì a una vera rivoluzione: dimostrò che l'apprendimento non è una lavagna bianca su cui tutto si può scrivere allo stesso modo, ma è plasmato dall'evoluzione. Lo psicologo Martin Seligman parlò di «preparazione biologica»: gli animali, uomo compreso, sono predisposti a imparare con particolare facilità le associazioni utili alla sopravvivenza.

Ratto bianco da laboratorio su una superficie chiara
Una sola esperienza basta a creare un'avversione al gusto: un meccanismo di sopravvivenza scolpito dall'evoluzione. Credit: Pixabay.

Un meccanismo di sopravvivenza

Il senso evolutivo dell'effetto Garcia è chiarissimo. Per un animale, ingerire un cibo avariato o tossico può essere mortale. Un sistema che, dopo un solo episodio di malessere, induce a evitare per sempre quel sapore è un'assicurazione sulla vita: meglio rinunciare a un alimento, anche se in realtà era innocuo, piuttosto che rischiare un nuovo avvelenamento. Il fatto che l'associazione regga anche a distanza di ore è anch'esso adattivo, perché gli effetti di un veleno spesso compaiono con ritardo rispetto al pasto.

Questo meccanismo ha conseguenze concrete nella vita di tutti i giorni. Spiega perché chi ha avuto un'intossicazione possa provare ripugnanza per un piatto del tutto incolpevole, o perché i pazienti sottoposti a chemioterapia, che causa nausea, sviluppino spesso avversioni verso i cibi consumati prima delle sedute — un problema clinico reale, che i medici cercano di prevenire. La scoperta di Garcia è perfino stata usata in ambito ecologico, per esempio inducendo predatori a evitare il bestiame senza ucciderli. Da un ratto e un po' di acqua aromatizzata, insomma, è nata una delle idee che hanno cambiato per sempre il nostro modo di intendere l'apprendimento.

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